Genocidio a Gaza e il silenzio del «mondo civile»

di Michela Arnò @MhlArno

Sono ripresi da alcuni giorni i pesanti bombardamenti dell’esercito israeliano nell’operazione “Margine protettivo” verso i civili palestinesi nella striscia di Gaza, ma il mondo resta in silenzio.

Gaza piange la strage degli innocenti

Gaza piange la strage degli innocenti

Risale al novembre 2012 l’ultimo accordo di cessate il fuoco nella striscia di Gaza e tra aprile e l’inizio di giugno di quest’anno sembravano vicini i negoziati tra il governo di Benjamin Netanyahu e l’Autorità nazionale palestinese, che intanto aveva siglato un accordo di pace tra Fatah e Hamas. Ma dal 12 giugno tutto cambia: i giovani coloni ebrei, Eyal Yifrah (19 anni), Gil-Ad Shayer (16 anni) e Naftali Frenkel (16 anni), scompaiono e vengono ritrovati senza vita il 30 giugno, con conseguente indignazione del mondo dei media. La notte successiva, l’1 luglio, a Gerusalemme viene brutalmente ucciso da sei ebrei il sedicenne palestinese Mohammed Abu Khdeir. Come atto di vendetta – anche verso i razzi lanciati da Gaza ma verso zone disabitate o intercettate dal sistema di difesa antimissile israeliano Iron Dome e che non hanno causato alcuna vittima – l’esercito israeliano dallo scorso lunedì ha cominciato a bombardare la popolazione palestinese sopra le loro case, a distruggere abitazioni e sequestrare persone. I caccia F-16 e i droni israeliani sganciano bombe con tonnellate di tritolo, ufficialmente contro i militanti di Hamas, ma praticamente contro gli innocenti senza risparmiare le scuole, gli orfanotrofi, le moschee e nemmeno gli ospedali, che dopo le minacce della scorsa notte al Wafa Hospital sono diventati un obiettivo degli attacchi.
È una mattanza di civili: a nove giorni dall’operazione “Margine protettivo” si contano 210 morti, più di mille e quattrocento i feriti, oltre 20 mila persone hanno lasciato le loro case in fuga dalla minaccia che diventeranno zone di battaglia. I corpi di bambini senza vita, decapitati e bruciati e la disperazione sui volti dei padri, fotografati da attivisti sul luogo, restano nell’indifferenza totale del mondo civile e diplomatico internazionale. I Paesi dell’Onu, di cui fa ufficialmente parte anche la Palestina, non si attivano: il segretario generale Ban Ki-moon spera in un’intesa, e Obama (schierato con l’esercito israeliano) si dice preoccupato, ma la comunità internazionale accora non si mobilita e si continua a restare indifferenti verso una strage senza umanità, che non è una guerra tra due eserciti militari, ma una deriva di violenza e sopraffazione verso la popolazione innocente. Si attende ancora la riunione annunciata tra Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia per chiedere il cessate il fuoco a entrambe le parti. E i media, che raccontavano così approfonditamente i sogni e le vite dei tre coloni israeliani, oggi non narrano quali fossero i nomi, le speranze, e le storie dei palestinesi morti, raccontandoli solo come numeri di una massa indistinta.
E intanto la crisi umanitaria è vicina: secondo l’organizzazione britannica Oxfam, quasi quattrocentomila persone sono senza acqua e servizi igienico-sanitari e il novanta percento dell’acqua potabile è a rischio contaminazione, settantamila persone sono senza elettricità, i complessi ospedalieri della Striscia sono quasi al collasso e sotto minaccia costante.
Si scende in piazza in questi giorni in molte città italiane e del mondo per chiedere la pace e la fine del genocidio israeliano a Gaza, per dare voce a una popolazione che non ne ha più – né di voce, né di forze – ricordando le parole di Vittorio Arrigoni contro quest’immobilismo occidentale: “Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo «civile», in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto. Restiamo umani.”

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