La Giornata del rifugiato ci aiuta a non dimenticare

Angela Michela Rabiolo

In questo momento tre nuovi scenari di guerra, Siria, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, costringono le persone a lasciare il proprio Paese in cerca di un pò di stabilità. Chi fugge ha bisogno di tutto, cibo e medicine in primis. Nel frattempo, il fronte di intervento si allarga costantemente tanto che oggi sono 45 milioni gli sfollati in tutto il mondo

Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha a celebrato un’altra triste Giornata Mondiale del Rifugiato. Le recenti violenze in Iraq hanno costretto mezzo milione di persone ad abbandonare le proprie case.
I gruppi jihadisti si sono riorganizzati e minacciano città che si pensava finora tranquille. Pochi giorni fa poi, i media hanno trasmesso la notizia delle violenze perpetrate su chi si era recato ai seggi per votare. Si tratta di persone che si aggiungono ai 45,2 milioni di sfollati in tutto il mondo – secondo l’agenzia ONU per i rifugiati, UNHCR.
Il WFP è la più grande agenzia umanitaria che combatte la fame nel mondo fornendo cibo in situazioni di emergenza e lavorando con le comunità per costruire la resilienza.
“Il mondo sta già affrontando tre crisi di proporzioni devastanti che hanno trasformato milioni di studenti, agricoltori e commercianti in rifugiati”, ha dichiarato il Direttore Esecutivo del WFP, Ertharin Cousin, il giorno dopo la sua visita al campo rifugiati di Zaatari in Giordania. “Il mondo deve ricordare che conflitti come quelli in Iraq, Siria, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana non solo distruggono la vita di coloro che fuggono, ma gravano anche sulle risorse, spesso limitate, delle comunità che li accolgono. La Giornata del Rifugiato ci offre un’altra occasione per ricordare al mondo queste sfide”.
Cousin ha visitato il campo di Zaatari per ascoltare alcune delle storie delle 85.000 persone che vivono lì, ancora in attesa della fine delle violenze in Siria.
Solo da un anno i media occidentali racconano la difficile situazione siriana mentre restano avvolte nell’ombra altre situazioni come quella del Sud Sudan e della Repubblica Centrafricana.

Rifugiati in fuga dalla Siria
In Siria la guerra dura da 3 anni e con la rielezione di Assad al terzo mandato non sembra essere destinata a conclusione. Ogni 12 minuti il regime uccide: ogni 30 minuti muore un uomo, una donna ogni 45 minuti e un bambino ogni 50. Ogni 10 ore un prigioniero politico soccombe alle torture nelle prigioni di Assad e ogni 8 ore e mezzo un siriano muore per il freddo. Chi può fugge lasciandosi dietro la distruzione mentre migliaia di ragazzi e ragazze hanno dovuto rinunciare agli studi. Sono infatti state distrutte scuole, ospedali e luoghi di culto. Ad oggi, più di 2,7 milioni di siriani si sono rifugiati in Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia. Per provvedere ai bisogni della propria famiglia, ogni rifugiato si trova a dover affrontare difficoltà sempre maggiori. Uno dei modi in cui il WFP cerca di alleviare il fardello che grava sia sui rifugiati che sulle comunità ospitanti è quello di fornire buoni alimentari che permettono di acquistare cibo nei negozi locali. In questo modo, i pochi soldi disponibili possono servire per compare altri beni di prima necessità come medicine e vestiti.

Carenze di fondi per il Sud Sudan
Nonostante il deficit di 475 milioni di dollari nei fondi destinati alle operazioni di emergenza in Sud Sudan per i prossimi sei mesi, il WFP fornisce assistenza salvavita a più di un milione tra sfollati e persone che vivono in aree isolate difficili da raggiungere. In molti hanno dovuto fare la scelta di salvare la propria famiglia a discapito di tutte le ricchezze accumulate. Chi riesce a raggiungere l’Occidente poi, trova difficile spiegare a chi è rimasto indietro le nuove condizioni di vita. Resta difficile infatti far capire a chi non lo sperimenta le condizioni di vita di chi ha ottenuto lo status di rifugiato; spesso ci si deve accontentare di un lavoro qualsiasi, magari mal pagato, anche se si è in possesso di un titolo di studio e si faceva parte della borghesia nel proprio paese di origine. Le differenze culturali poi possono rappresentare un ulteriore ostacolo e il senso di confusione si somma allo stress del viaggio e ai traumi del passato rendendo la psiche più fragile in un momento in cui invece si avrebbe bisogno di tutte le energie fisiche e mentali.
Risulta utile in questi casi l’attività di organizzazioni di supporto oltre che delle comunità di immigrati già consolidate. Per questo motivo, è più facile che chi decida di fuggire vada in una nazione dove sono già presenti altre persone della stessa nazionalità. Si cerca infatti di ricomporre quella frattura interna tra il “prima” e il “dopo” mettendo insieme i cocci della propria identità. Un’identità che si ricostruisce in un gruppo percepito come amico e che fa da strumento di transizione verso un nuovo modo di vivere.

Crisi in Repubblica Centrafricana
Esplose a dicembre 2013, le violenze in Repubblica Centrafricana continuano a causare la fuga di un numero sempre maggiore di persone. In più di 226.000 si sono rifugiati nei vicini Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo. Ogni settimana almeno 2.000 centrafricani fuggono dal paese per raggiungere il Camerun. Questi si aggiungono agli oltre 100.000 che sono già lì. Arrivano esausti, affamati, spesso malati e, purtroppo, troppo spesso senza tanti familiari che non sono sopravvissuti al viaggio. Molti dei rifugiati devono combattere contro gli effetti potenzialmente letali della malnutrizione. Fino al 30% dei bambini che arrivano, infatti, soffre di malnutrizione acuta. Vengono distribuiti speciali prodotti altamente nutritivi e sali minerali, utili per fronteggiare gli attacchi di dissenteria, malattia comune in posti sovraffollati dove gli standard igienici non sono molto alti.
Insomma si fa di tutto pur di avere un futuro e forse, al di là delle difficoltà, è in queste occasioni che ci si riscopre tutti umani e in fondo uguali.

Angela Michela Rabiolo
Caporedattrice SocialNews

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