L’Italia dice NO alla coltivazione del mais OGM

di Michela Arnò @MhlArno

Storica sentenza per il mondo agricolo quella che si è pronunciata il 24 aprile contro la coltivazione in Italia del mais OGM MON810 della Monsanto.

Mais OGMIl Tar del Lazio ha bocciato il ricorso dell’agricoltore friulano Silvano Dalla Libera contro il Decreto del 12 luglio adottato dal Ministro della Salute di concerto con il Ministro della Politiche Agricole Alimentari e Forestali e con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare recante “Adozione delle misure d’urgenza ai sensi dell’art.54 del Regolamento CE n.178/2002 concernenti la coltivazione di varietà di mais geneticamente modificato MON 810” che dispone che “La coltivazione di varietà di MAIS MON 810, proveniente da sementi geneticamente modificate è vietata nel territorio nazionale fino all’adozione di misure comunitarie di cui all’art.54, comma 3, del Regolamento CE 178/2002 e comunque non oltre diciotto mesi dalla data del presente provvedimento”.
Secondo quanto stabilito dalla Direttiva Europea “gli Stati membri non possono vietare, limitare o impedire l’immissione in commercio di OGM conformi ai requisiti fissati a livello comunitario”, è possibile, però, “limitare temporaneamente o vietare l’uso e la vendita sul proprio territorio di un OGM, qualora sulla base di nuove informazioni, vi siano fondati motivi di rischio per la salute umana o l’ambiente” (art. 23 della Direttiva 2001/18/CE). I Ministeri, affiancati da Greenpeace, non avendo argomentazioni scientifiche approvate per appellarsi alla cosiddetta “clausola di salvaguardia”, si sono appellati allo status legale del mais biotech MON810: dopo l’approvazione nel 1998 dalla Comunità Europea da rinnovarsi dopo 10 anni, è da sette anni in una situazione di stallo in attesa del rinnovo in quanto la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione in merito. Poiché si tratta di un prodotto autorizzato in precedenza, la sua commercializzazione è permessa dalla normativa.
Il MON810 rimane, attualmente, l’unico OGM ammesso alla coltivazione in Europa, insieme alla patata Amflora che però è stata ritirata dal mercato.
In realtà, secondo quanto affermato dal TAR, il decreto non può rappresentare un obbligo, andando contro la direttiva europea, ma si tratta di una sorta di moratoria circoscritta nel tempo. Per risolvere l’annosa questione dell’OGM in Europa, è in trattativa a Bruxelles la concessione per i singoli stati di vietare gli OGM a livello nazionale.

Intanto, in una nota della Coldiretti si legge: “Un risultato ottenuto grazie alla grande mobilitazione delle associazioni di ambientalisti, agricoltori, consumatori, cooperatori riuniti nella coalizione Liberi da Ogm”  ha affermato il coordinatore Stefano Masini responsabile ambiente della Coldiretti nel chiedere al Governo di “chiarire quali siano le sanzioni da applicare nel caso di violazione del divieto di messa a coltura in modo da evitare situazioni analoghe a quanto accaduto nella scorsa estate in Friuli Venezia Giulia, che hanno portato alla contaminazione di terreni confinanti con quelli illegalmente coltivati con mais MON810, come accertato dalle indagini del Corpo Forestale dello Stato. Gli organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale e alimentare, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico della tipicità, della distintività e del Made in Italy. Nell’Unione Europea nonostante l’azione delle lobbies che producono ogm,  nel 2013 sono rimasti solo cinque, su ventotto, i paesi a coltivare Ogm (Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania), con appena 148mila ettari di mais transgenico MON810  piantati nel 2013, la quasi totalità in Spagna (136.962  ettari).”

È da precisare, infine, che l’Italia non può certo definirsi OGM-free, importando ogni anno 3.350.000 tonnellate di soia OGM utilizzati, principalmente, come mangime animale.

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