Quale futuro per la scuola pubblica ai tempi della crisi? La risposta di Bologna in un referendum consultivo

Lo scorso 26 maggio, i cittadini del capoluogo emiliano sono stati chiamati alle urne per esprimere, attraverso il voto, la loro opinione riguardo all’annoso problema dei finanziamenti alle scuole private paritarie in questo periodo di scarsità di risorse. Il referendum, di tipo consultivo, non ha effetti diretti obbligatori, ma ha comunque fornito una chiara indicazione dello schieramento dell’opinione pubblica al sindaco Virginio Merola, PD.

Il quesito referendario è stato così formulato: “Quale tra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola d’infanzia?

A) Utilizzarle per le scuole comunali e statali.

B) Utilizzarle per le scuole paritarie private.”

Il sistema scolastico della città (e della Regione) presenta la peculiarità di essere misto: ingenti finanziamenti comunali sono rivolti, dal 1994, alle scuole dell’infanzia pubbliche. Di questi fondi, circa un milione di Euro all’anno è destinato alle paritarie private, supplendo, così, ad una carenza statale. L’obiettivo dell’allora sindaco PDS Walter Vitali era quello di garantire la migliore formazione possibile dell’infanzia nel territorio integrando le forze già presenti.

Sebbene questo provvedimento fosse stato criticato sin dalla sua adozione, la svolta è recente, con l’istituzione del Nuovo Comitato Art. 33, pro motore del referendum. Questo si richiama espressamente alla Costituzione, secondo la quale è prevista la libertà per “enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, interpretando, dunque, il Comune come parte dell’organismo statale. Accanto al Comitato, presieduto da Stefano Rodotà, e a favore dell’Opzione A, si sono schierate alcune forze politiche: SEL, IdV, MoVimento 5 Stelle, Verdi e Rifondazione Comunista, oltre alla Fiom e a parte della Cgil. Questa “causa”, che ha ben presto superato i confini della città rossa aprendo un dibattito a livello nazionale, è stata sostenuta anche da personalità note: Gino Strada, Margherita Hack, Dario Fo, Francesco Guccini, intervenuto richiamandosi a valori politici alti, puri, quasi d’altri tempi a favore di una scuola integralmente pubblica: «Non posso che fare mia la lezione di Piero Calamandrei: bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale».

Il fronte contrapposto, che invitava a votare “B come Bologna. B come Bambini”, poteva contare sull’appoggio trasversale di tutte le altre forze politiche: PD, PDL, Lega Nord, Udc e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco. Le ragioni della “B” sono di tipo concreto: ci si chiede perché modificare un sistema scolastico finora efficace e che ha garantito una formazione di qualità per i piccoli bolognesi. Accanto al Sindaco Merola si sono schierati Romano Prodi, l’economista Zamagni, il neo Ministro della Pubblica Istruzione Carrozza, supportati dall’intera stampa locale, dall’Unità al Resto del Carlino. Hanno cercato di convincere la cittadinanza che quello che appare come un finanziamento “non costituzionale”, in realtà si rivela essere un vantaggio, anche dal punto di vista economico, per le scuole dell’infanzia della zona.

Eppure, non è bastato. A vincere, sotto le due Torri, è stato ancora una volta l’astensionismo, leit motiv delle ultime consultazioni elettorali del nostro Paese ed eloquente segnale della crisi totale e trasversale della politica in tutte le sue forme. A Bologna hanno votato 85.943 persone, il 28,71% degli aventi diritto: un calo sostanziale rispetto alle precedenti consultazioni. Il 59% ha posto una “x” sull’opzione A, consegnando al Comitato Art. 33 una vittoria quasi insperata e lanciando un messaggio che valica i confini della città: “Questo risultato è nell’interesse di tutti e del modello di convivenza e di civiltà che la nostra città ha sempre avuto. Bologna non ci sta a lasciare fuori qualcuno dalla scuola pubblica e si riprende il suo ruolo di avanguardia, lanciando un messaggio al Paese: la scuola di tutti, laica e gratuita, è un bene comune e deve rimanere un diritto come sancito dalla nostra Costituzione.”

Toccherà ora all’Amministrazione comunale pronunciarsi entro tre mesi. Al di là di dibattiti e recriminazioni, comunque, il referendum bolognese è stato un’occasione di partecipazione dai risultati chiaro-scuri, ma ha avuto il merito di richiamare l’attenzione su un tema importante ed urgente come la redistribuzione dei fondi per la scuola al fine di fronteggiare la crisi che attanaglia il settore da anni. Questo esempio cittadino serva da sveglia per la politica nazionale: una riforma del settore scolastico non è più rimandabile, procrastinarla non ha altra conseguenza che indebolire ulteriormente l’intero sistema ed accrescere il senso di sfiducia dei cittadini rispetto allo Stato, condizione che, a lungo termine, di certo non avvantaggia i cittadini.

di Angela Caporale
collaboratrice di SocialNews

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