Verso la Costituzione Europea

Elisabetta Gardini

Giuliano Amato ha ammesso che il peccato originale dell’Europa è stato la scelta del 1992, quando si è deciso di dotarsi di una moneta unica collegata non ad una politica europea, ma alle politiche economiche nazionali.

L’Europa ha perso i suoi cittadini.
Anche gli Italiani, una volta i più europeisti, ora percepiscono l’Unione Europea come il luogo nel quale chi ha i soldi comanda ed il più forte detta le regole.
Dov’è sparita la “comunità”? Con il Trattato di Lisbona, sembra proprio che abbiamo perso la comunità.
Siamo davvero a questo punto, in una sorta di “dittatura dei Paesi creditori”?
Si chiedono sacrifici ai cittadini. Austerità. Rigore. Ancora austerità.
Chi mette in campo politiche anticicliche che facciano ripartire l’economia? Nessuno.
E cosa fanno le istituzioni europee per uscire da questo cul-de-sac?
Da otto anni, ormai, la UE, con decisione del Consiglio Europeo del 16 e 17 giugno 2005, ha stabilito di prendersi un “periodo di riflessione” dopo che il «Progetto di Trattato di una Costituzione per l’Europa» è stato clamorosamente bocciato da Francia e Paesi Bassi.
In questi otto anni, tuttavia, l’Europa è andata avanti nel segno dell’integrazione e dello sviluppo delle sue istituzioni, con un’accelerazione progressiva che oggi determina un’indiscutibile conseguenza nella vita di tutti noi: le scelte dei singoli Governi nazionali e la vita degli Europei sono sempre più legate alle decisioni assunte a Bruxelles ed a Strasburgo.
La mancata ratifica della Costituzione Europea ha mischiato certamente le carte, mutando un percorso che si credeva avviato a sicuro successo.
L’esito dei referendum in Francia e Paesi Bassi ha congelato l’iter e ha interrotto un processo che le elite europee davano già per cosa fatta.
Perché ciò è accaduto?
Una Costituzione è un insieme di regole, certo. Ma è, anzitutto, un manifesto di valori e principi.
Un popolo si riconosce in una Costituzione nella misura in cui essa riflette il proprio spirito, quello che i Tedeschi chiamano efficacemente «Volksgeist». Ebbene, nel 2005, probabilmente, si pensava, sbagliando, che il popolo europeo avrebbe accettato – senza far sentire la propria voce – quell’insieme di regole stabilite da chi governava.
In quella circostanza, sono stati fatti i conti senza l’oste.
La domanda che, in fondo, pone anche SocialNews quando individua nuovamente come centrale il tema di una Costituzione per la UE, è la seguente: cos’è l’Europa? Esiste un’idea di Europa più o meno condivisa dalla maggioranza dei cittadini europei?
Vorremmo rispondere sì, ma ciò non è affatto scontato. Cosa abbiamo davvero realizzato di quell’idea di Europa pensata e voluta da Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman?
Con ancora negli occhi la tragedia della Seconda guerra mondiale, i Padri fondatori avevano pensato ad una casa comune fondata su due pilastri: pace e benessere. Mai più guerre tra popoli fratelli.
Per cinquant’anni e più, l’Europa è stata effettivamente un’area di pace e benessere diffuso.
Ma oggi sono proprio i due pilastri su cui la UE è stata costruita che sembrano vacillare. Il benessere, che avevamo dato per acquisito, non rappresenta più una certezza nel momento in cui tanti Europei si impoveriscono e vedono indebolirsi le sicurezze sociali. E siamo sicuri, poi, che la guerra sia solo quella che si combatte con le armi e gli eserciti?
L’idea di Europa dei tre grandi protagonisti della vita politica del secondo dopoguerra è andata smarrita?
Non intendo entrare nel complesso dibattito sull’identità culturale, apparentemente archiviato con il rifiuto di inserire le radici cristiane nella Costituzione europea. Ci porterebbe troppo lontano.
Vorrei, piuttosto, soffermarmi sull’aspetto politico, sul problema politico. Giuliano Amato ha ammesso che il peccato originale dell’Europa è stato la scelta del 1992, quando si è deciso di dotarsi di una moneta unica collegata non ad una politica europea, ma alle politiche economiche nazionali. “Finchè le cose sono andate bene – ha affermato – le cose hanno più o meno funzionato”. Ma oggi non è più così e persino un Paese piccolo come Cipro fa tremare tutta la “casa” e la mette a rischio di crollo con la stessa violenza del terremoto che ha sconvolto il Giappone un paio d’anni fa.
L’inerzia con cui sembrano reagire le istituzioni dà ragione a chi è convinto che gli architetti dell’Europa abbiano cercato “segretamente di rendere irreversibile il progetto della nuova Europa”, di introdurre “il concetto di irreversibilità nei Trattati europei e nell’attività legislatrice comunitaria”. Secondo questa analisi, l’Europa stenta a correggere i propri errori. Potrebbe farlo solo a fronte di cambiamenti radicali.
Forse non è un caso se, dalla Merkel a Barroso, sempre più spesso si sente dire, e proprio nelle aule di Bruxelles, che è arrivato il momento di cambiare passo, mettendo anche mano, se necessario, ai Trattati.
Se non troviamo il modo di restituire ai cittadini la consapevolezza di essere europei per scelta, perché hanno liberamente aderito ad un progetto che condividono, l’Europa non reggerà. Il deficit democratico, oggi così chiaramente percepito, deve essere in qualche modo colmato. Abbiamo bisogno di un’Europa politica, abbiamo bisogno di politiche comuni: immigrazione, difesa, politica estera… Sempre più spesso si sente avanzare l’esigenza che il Presidente della Commissione Europea sia eletto direttamente dai cittadini.
Il progressivo malcontento nei confronti delle istituzioni europee è aggravato dalla profonda crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Certo, non aiuta un’informazione che, quando deve comunicare l’Europa, nella migliore delle ipotesi la confina ancora nelle pagine di politica estera.
L’Europa viene raccontata come elitaria e lontana dai problemi della gente, un organismo che si intromette nelle singole vicende nazionali, ma del quale non si conoscono meccanismi e modalità.
Disaffezione, malumore, fenomeni anti europei o euroscettici si registrano in tutti gli Stati membri. È stato pian piano eretto un muro tra l’opinione pubblica e le decisioni assunte dalla Commissione, dal Consiglio e dal Parlamento Europeo.
Eppure, il Sole 24 Ore, ancora recentemente, ha ricordato che oltre l’80% della legislazione nazionale è determinata dalle scelte espresse nell’ambito delle istituzioni europee.
A fronte di un dato così eclatante, stupisce constatare il disinteresse del sistema politico e di informazione italiani rispetto alla formazione delle decisioni negli organismi comunitari. Sembra quasi che i nostri politici ed i nostri giornalisti pensino di poter esorcizzare il ruolo fondamentale dell’Unione evitando di parlarne e di conoscere lo sviluppo delle discussioni che pongono al centro argomenti tutti incredibilmente concreti, come energia, economia, credito bancario, protezione civile, ambiente, ecc.
Diviene, dunque, quanto mai necessario un cambio di marcia per decidere come vogliamo stare in Europa e poi, da protagonisti, come l’Europa voglia stare nel mondo.
La globalizzazione ci mette di fronte a sfide difficili e solo con un’Europa forte e unita riusciremo a tenere testa a competitor delle dimensioni di Cina, Stati Uniti, Brasile, India.
In questo senso, l’Europa rappresenta la nostra unica strada. Certo, dobbiamo lavorare ancora molto e in fretta.
Un recente sondaggio di Eurobarometro ci offre l’immagine di un’Europa spaccata fra Paesi del Nord e Paesi del Mediterraneo, con profonde diversità, in molti casi anche tra regione e regione. Nonostante tutte le difficoltà, però, il 46% degli intervistati ha dichiarato di nutrire ancora fiducia nelle istituzioni europee, con un incremento significativo rispetto ad un sondaggio precedente, della scorsa primavera, che registrava tale fiducia al 31%. Gli Italiani – con l’eccezione di Abruzzesi, Campani, Calabresi e Siciliani – si collocano al di sopra della media. Altro dato interessante emerso dal sondaggio è che si sta delineando una vera e propria “Europa delle regioni”. La realtà locale sembra destinata a diventare in misura sempre maggiore la vera protagonista della vita dei cittadini ed il vero interlocutore delle istituzioni europee.
L'”Europa delle regioni” costituisce la strada indicata dai cittadini. Siamo tenuti ad esplorarla e a percorrerla. Mi piacerebbe che, al più presto, si aprisse un nuovo tavolo costituente in grado di redigere una nuova e necessaria Costituzione Europea, frutto, finalmente, di un percorso condiviso, capace di costruire quell'”Europa dei popoli” che rappresentava il progetto originario dei Padri fondatori.

Elisabetta Gardini
Deputato al Parlamento Europeo
Membro della Commissione ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare

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