Dall’intervento alla riabilitazione

Elide De Luca

La vera sfida era la riprogrammazione del movimento, completamente alterato. Il comando del movimento risiede nel cervello e le varie zone del corpo vi sono rappresentate in base alla loro importanza funzionale.

Ho conosciuto Pratheepa in seguito all’intervento chirurgico effettuato su di lei dal dott. Nicola Collini, dirigente medico di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine. In qualità di fisioterapista, lavoro presso il servizio di Riabilitazione Intensiva Precoce dell’Ass 4 Medio Friuli, occupandomi prevalentemente della riabilitazione degli arti superiori.
Il dott. Collini si era premurato di mettermi a conoscenza della particolare situazione clinica e psicologica della giovane paziente. La frattura dell’omero sinistro, causata dallo scoppio di un ordigno, era stata trattata chirurgicamente in Sri Lanka con l’apposizione di una placca. Questa aveva posto l’articolazione del gomito in completa estensione.
L’impossibilità di flettere il gomito limita notevolmente le comuni attività quotidiane, dall’igiene personale all’alimentazione. Ovviamente, preclude anche la maggior parte delle attività lavorative e ludiche.
Ciò che trovai più difficile, inizialmente, fu il corretto approccio relazionale.
Professionalmente, non posso permettermi un atteggiamento materno, pena la mancanza di autorevolezza quando mi è necessario richiedere l’esecuzione di compiti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi del trattamento riabilitativo.
L’impresa si presentava difficile: come evitare il rischio di fare la mamma, di rimanere coinvolta dalle drammatiche vicende di questa giovane ragazza, privata della libertà e della dignità ed, infine, minata anche nel fisico? Spaventata dalle procedure terapeutiche… Lontana dai suoi affetti e con la solitudine propria della mancanza di comprensione della lingua italiana…
Per quanto sia consuetudine quotidiana riabilitare pazienti non sempre dotati di buona padronanza linguistica, generalmente ci sono dei familiari, o degli amici, che fungono da supporto. Solo come ultima ratio si ricorre ai mediatori culturali.
Nel caso di Pratheepa, non era possibile assicurare la presenza costante della mediatrice culturale che conosce la lingua Tamil.
Inizialmente, la comunicazione tra noi era fondamentalmente non verbale. Ben presto, però, il linguaggio dei segni divenne insufficiente poiché la seduta riabilitativa richiedeva la comprensione di concetti talvolta molto complessi.
Non mi ero mai trovata nella situazione di riabilitare un paziente che per cinque anni aveva usato un arto in modo totalmente anomalo e senza aver potuto usufruire di alcun trattamento riabilitativo. L’arto superiore con il gomito completamente esteso costringeva Pratheepa ad usare la spalla ed il polso per dirigere la mano nello spazio.
La sfida non consisteva solo nel rinforzare gruppi muscolari debolissimi, con il grande dubbio, peraltro, che di questi muscoli fosse rimasto ancora qualcosa, dopo cinque anni di inattività. La vera sfida era la riprogrammazione del movimento, completamente alterato. Il comando del movimento risiede nel cervello e le varie zone del corpo vi sono rappresentate in base alla loro importanza funzionale.
L’arto superiore, e la mano, in particolare, hanno una rappresentazione corticale enorme, testimonianza di quanto ne sia indispensabile l’integrità per la qualità di vita.
La comprensione dei concetti necessari alla riabilitazione ed all’interagire di Pratheepa con le varie situazioni della quotidianità migliorò con l’uso di schede illustrate fornite da una logopedista.
Di grande aiuto furono gli studenti del III° anno del corso di Laurea in Fisioterapia di Udine, presenti in palestra per il tirocinio, e gli altri pazienti presenti, i quali, spontaneamente, desideravano mettersi a disposizione.
Tanti furono i pazienti che conobbero Pratheepa in quanto lei era presente in palestra per tutta la mia giornata di lavoro. Dopo le dimissioni dall’ospedale, infatti, Pratheepa fu ospite della famiglia del dott. Collini.
La mattina andavo a prenderla là, approfittando del tragitto per un approccio più informale. Quello era l’unico momento della giornata in cui eravamo sole.
La giornata trascorreva veloce insieme. Io mi dedicavo al mio lavoro e lei procedeva con il programma riabilitativo, con la supervisione mia all’inizio e quella degli studenti in seguito.
Con il suo eterno sorriso conquistava immediatamente la simpatia dei pazienti presenti, per buona parte già a conoscenza della sua situazione grazie al tam tam dei media.
L’ora di pranzo fu inizialmente faticosa: le mie capacità culinarie e la buona conoscenza della cucina indiana non erano garanzia di riscontro positivo con i suoi gusti.
Le macchinette, nell’area del caffè, offrivano leccornie più allettanti e la sua magrezza e la buona salute generale le permettevano anche deroghe al mio cibo salutista.
Del resto, Pratheepa, figlia di un pescatore, in Sri Lanka mangiava abitualmente aragoste… la competizione era a dir poco impari!
Il contatto telefonico con la famiglia era regolare e fonte di grande gioia. Man mano che le competenze linguistiche miglioravano, mi raccontava qualcosa di più dei genitori, della sorella, di Robin, il suo cagnolino.
Qualche dettaglio delle sue esperienze come ragazza soldato, costretta a diventarlo dalle Tigri Tamil, emergeva da quelle scarne conversazioni. Mai un accenno, però, ad uno sfogo, alla rabbia legittima.
Mi chiedevo quanto fosse dovuta, questa riservatezza, alle origini culturali, al fatto che la donna, in quella terra, non potesse esprimere appieno i suoi sentimenti, soprattutto se negativi e se indirizzati al genere maschile.
Un momento di grave tensione per Pratheepa si verificò quando dovette lasciare la famiglia del dott. Collini per andare a risiedere nella Comunità di Don Ernesto Balducci, a Zugliano, una piccola località vicino ad Udine.
La permanenza nell’accogliente famiglia del medico, con la moglie ed i figli, rappresentava un’oasi di pace che doveva essere sostituita da persone sconosciute, che parlavano chissà quale lingua e che possedevano chissà quali abitudini.
In aggiunta, le veniva richiesto di provvedere in maniera autonoma alle sue necessità, come fare la spesa, prepararsi da mangiare e recarsi all’ospedale con l’autobus.
Per quanto venisse rassicurata che in tutti questi passi sarebbe stata inizialmente affiancata da dei volontari, l’ansia di Pratheepa si manifestò più e più volte con un sano pianto liberatorio. Finalmente un’emozione forte trapelava da quella ragazza!
Le venne offerta l’opportunità di apprendere meglio la lingua frequentando dei corsi all’interno della Comunità. Più il tempo passava e più aumentava la sua sicurezza. Parimenti, miglioravano le sue capacità nell’uso dell’arto leso, tanto che, un giorno, riuscì finalmente a pettinarsi anche con la mano sinistra.
Quanta soddisfazione in quegli occhi!
Venne l’ora della partenza, anticipata rispetto a quanto previsto. Visibile la sua emozione all’idea di ritornare dalla sua famiglia, nella sua terra…
So che ora sta bene. Ci teniamo in contatto via e-mail. Constato con rammarico che la lontananza le fa perdere, lettera dopo lettera, le competenze linguistiche acquisite. Forse, queste avrebbero costituito un valore aggiunto della sua esperienza in Italia.
Mi ero illusa che il recupero funzionale dell’arto rappresentasse solo una tappa, che l’apprendimento della lingua le consentisse la possibilità di un lavoro, magari nel turismo.
Mi ero illusa che essere venuta in contatto con un mondo così diverso, nel quale la donna gode di autonomia e la pretende, costituisse una spinta per rivendicare anche la sua.
So che oggi Pratheepa abita con la sua famiglia e di ciò sono felice per lei.
Mi auguro, però, che questa esperienza non rimanga solo un ricordo felice. Spero sia l’inizio di un cammino in cui la sua essenza umana ottenga il dovuto riconoscimento ed il dovuto rispetto, nella sua comunità ed ovunque lei si trovi.
Se in questo l’ho aiutata, ho fatto solo il mio dovere di fisioterapista e, soprattutto, il mio dovere di donna a favore di un’altra donna.

Elide De Luca
Fisioterapista ASS 4 Medio Friuli Riabilitazione Intensiva Precoce

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