Realtà, progressi e problemi aperti

I mass media, di frequente, associano tecnologia a disabilità in chiave sensazionalistica e miracolistica: nonostante tutte le sperimentazioni sin qui condotte sul cosiddetto “occhio bionico”, a tutt’oggi non mi risulta vi sia nessun prodotto che restituisca la vista alle persone nate cieche.

Sono un’insegnante non vedente di storia e filosofia, in servizio presso il Liceo Classico Giacomo Leopardi di Pordenone. Scrivo queste note in base alla mia esperienza di “utente finale” delle tecnologie informatiche in favore dei disabili visivi e sulla scorta delle mie osservazioni maturate nell’ambito dell’integrazione scolastica, settore nel quale presto la mia collaborazione quale vice-presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Pordenone. La legge 4 del 2004, comunemente nota come “Legge Stanca”, ha rappresentato per tutti i disabili un traguardo di grande portata sociale e civile: le istituzioni prendevano finalmente atto che il progresso tecnologico avrebbe consentito di colmare in gran parte lo svantaggio connesso alla disabilità, favorendo il cammino verso l’inclusione sociale. Dalla fine degli anni ’90, infatti, attraverso uno screen-reader o una barra Braille, i disabili visivi, in particolare, riescono potenzialmente ad accedere ai siti Internet, a digitalizzare libri di testo, a consultare giornali e riviste, ad utilizzare i più comuni applicativi ed i software specifici.

A distanza di sei anni, tuttavia, molti aspetti di questo dettato legislativo restano in gran parte disattesi. La pubblica amministrazione ed i datori di lavoro privati, in molti casi, non ottemperano ancora alle disposizioni di legge. Gli utenti si trovano quindi di fronte all’inaccessibilità di documenti e siti, anche di pubblica utilità. Dal punto di vista tecnico, i principali ostacoli sono rappresentati dai files in pdf grafici, da siti contenenti immagini non etichettate, da moduli privi di tags. I datori di lavoro, inoltre, soprattutto per mancanza di fondi, stentano a dotare il personale disabile visivo delle tecnologie necessarie, hardware e software. Ad esempio, come docenti non vedenti, da anni ci stiamo battendo al fine di ottenere un registro elettronico accessibile, che segua degli standard comuni di fruibilità e che, in maniera uniforme e capillare, sia proposto a livello nazionale a tutte le scuole, sulla scorta di quanto è stato fatto nel caso delle piattaforme telematiche per la formazione a distanza, curate dall’ex Indire. Uscendo da un’ottica puramente assistenzialistica, sarebbe opportuno realizzare le tecnologie secondo la filosofia del design for all, e dunque non investire denaro pubblico in prodotti “dedicati”, ma progettare “a monte” delle realizzazioni che tengano conto in partenza dell’accessibilità. Il modello potrebbe essere quello inaugurato da Apple, che immette sul mercato apparecchiature dotate di sintesi vocale, attivabile o meno, a seconda delle necessità.

Questo principio può essere esteso anche alle tecnologie utilizzabili per la mobilità nell’ambiente urbano: a parte le segnalazioni semaforiche acustiche, sarebbe sufficiente una progettazione razionale per consentire la fruibilità delle nostre città alle persone non vedenti ed ipovedenti che si muovono in autonomia, anziché realizzare soluzioni che nascono già inaccessibili, per la presenza di barriere architettoniche. Un’altra frontiera da abbattere è rappresentata dai libri elettronici, settore nel quale la salvaguardia legittima del copyright si scontra con il diritto alla lettura e all’informazione, sancito anche dalla nostra Carta Costituzionale. Lungi dal chiedere deroghe e privilegi legislativi, si tratta, invece, di studiare soluzioni tecnologiche in grado di proteggere gli editori dalla circolazione indebita dei testi. I mass media associano frequentemente tecnologia a disabilità in chiave sensazionalistica e miracolistica: nonostante tutte le sperimentazioni sin qui condotte sul cosiddetto “occhio bionico”, a tutt’oggi non mi risulta vi sia nessun prodotto che restituisca la vista alle persone nate cieche. Vi sono, tuttavia, delle soluzioni tecnologiche che possono rendere il mondo un po’ più familiare ed intelligibile ai non vedenti: penso, in particolare, al kit multisensoriale curato da Lidia Beduschi e pubblicato dall’editore Negretto, un progetto fondato sui recenti risultati delle neuroscienze e degli studi sulla sinestesia, attraverso il quale, una dimensione prettamente visiva, quale quella del colore, risulta accessibile mediante l’impiego dell’informatica, come si evince dal sito www.odorisuonicolori.it. Nel 1980, Günther Anders scriveva: «La tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo della storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi?» Per evitare questo rischio, la tecnologia potrebbe trasformarsi in opportunità, modalità di inclusione e di partecipazione sociale, anziché costituire una barriera, un ulteriore handicap, che va ad aggiungersi a quello sensoriale, aggravandolo, incrementando la frustrazione e l’emarginazione.

Daniela Floriduz
Docente di Storia e Filosofi a presso il Liceo Scientifi co “Ettore Majorana” di Pordenone.
vicepresidente sezione PN dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti
membro della Commissione Nazionale Uici per la tutela dei diritti degli insegnanti

Redazione SocialNews

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