Una ricetta contro la crisi

L’energia è alla base di tutte le attività dell’uomo, anche delle diseguaglianze sociali ed economiche che esse generano. Negli ultimi anni, gravi tensioni internazionali e problemi socio-economici rilevanti sono stati generati dall’entrata nella sua fase terminale della seconda rivoluzione industriale, quella dell'”homo petroliferus”.

È possibile restituire un posto nella storia a sentimenti ed emozioni o siamo ormai irrimediabilemente rassegnati alla considerazione che il solo motore dell’impegno sociale e politico sia l’interesse e non ci sia più spazio, se mai ce ne sia stato veramente, per i valori, di qualunque segno essi siano? La crisi economica ed energetica, che ha messo in ginocchio potenze mondiali che sembravano inscalfibili, ed ha fatto tremare potentati economici la cui arroganza era inversamente proporzionale alla loro solidità, ci offre l’occasione di cambiare registro ed entrare nell’era dell’empatia. L’energia è alla base di tutte le attività dell’uomo, anche delle diseguaglianze sociali ed economiche che esse generano. Negli ultimi anni, gravi tensioni internazionali e problemi socio-economici rilevanti sono stati generati dall’entrata nella sua fase terminale della seconda rivoluzione industriale, quella dell'”homo petroliferus”. Siamo agli sgoccioli di questa seconda rivoluzione industriale, una grande epoca dell’avventura dell’uomo in cui, grazie allo sfruttamento intensivo dei combustibili fossili, la specie umana ha conosciuto uno sviluppo impetuoso, moltiplicandosi per sei in meno di duecento anni. Un’epoca che ha però comportato anche i guasti climatici ed ambientali sotto gli occhi di tutti, oltre che la creazione di una società verticistica, ineguale ed ingiusta, ad immagine delle fonti fossili e concentrate che l’hanno alimentata. Oggi, questo modello economico, in cui la produzione e la distribuzione dell’energia erano riservate a poche caste e potentati seduti sulle riserve di petrolio o sui giacimenti di uranio, oltre che sulle montagne di capitali pubblici e privati necessari a sfruttare tali fonti concentrate, è al tramonto. Quando il petrolio raggiunse la fatidica soglia di 147 dollari al barile, nel luglio del 2008, il motore dell’economia mondiale si fermò. Con il conseguente crollo della domanda e, quindi, del prezzo del petrolio.

La crisi travolse sia il mondo ricco e sviluppato, sia quello povero ed in via di sviluppo. Per somma ironia della sorte, i cittadini dei Paesi poveri, che della seconda rivoluzione industriale non hanno beneficiato quasi per niente, sono molto più esposti alle conseguenze climatiche e socio economiche della crisi di quel modello di sviluppo energetico. Tre miliardi di persone, nel Sud del mondo, ancora oggi non hanno elettricità, o vi hanno un accesso limitatissimo. Un terzo della popolazione mondiale non ha mai visto un telefono, quasi dieci milioni di persone annualmente muoiono per la fame o per malattie connesse alla mancanza di cibo. E sono gli stessi che, per primi, pagano il prezzo enorme delle sofferenze e dei disagi dovuti ai fenomeni meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico. Questa situazione è prodotta da una visione non empatica dell’energia. Una visione individualista estrema, per cui l’uomo ha il diritto di trasformare la natura a suo piacimento per ricavarne benefici economici individuali. È un’estremizzazione del pensiero di Adam Smith, secondo il quale solo il lavoro dell’uomo conferisce valore alla natura, la quale, in se stessa, non ne possiede. Abbiamo così assistito a decenni di devastazione del territorio in nome di un malinteso concetto di progresso, secondo il quale l’inquinamento ed il degrado ambientale andavano accettati come “mali necessari” e come “il prezzo da pagare allo sviluppo economico”. In realtà, quel prezzo è stato pagato all’arricchimento di pochi, non certo al benessere di molti. Lo sfruttamento delle fonti energetiche fossili e concentrate ha giustificato i peggiori scempi e le più atroci sofferenze umane. In regimi non democratici, attivisti che si opponevano a tali scempi sono stati messi a morte. Ken Saro Wiva, capo della Tribù degli Ogoni, in Nigeria, fu impiccato dal regime nigeriano con il tacito consenso della Shell. Si opponeva all’azione devastante per la terra della sua gente condotta dal colosso. In regimi più democratici, i danni si limitano al vertiginoso aumento di malattie polmonari, cancri, leucemie, oltre che alla devastazione di immensi territori e specchi d’acqua.

La rada d’Augusta, un tempo incantevole terra d’approdo delle navi fenicie e greche, oggi è considerato dall’OMS uno dei luoghi più rischiosi ed avvelenati del pianeta. Una visione non “empatica”, individualistica e liberistica estrema dell’energia consiste fondamentalmente nel pensare che i gruppi economici dotati di soldi per finanziare i grandi insediamenti industriali possano disporre dell’aria, della terra, dell’acqua, che sono di tutti, come se fossero solo cosa loro. Una visione che non prende in considerazione le esigenze della collettività, non considera le necessità delle generazioni future, non si cura dei bisogni del povero, del meno abbiente, del debole. Questo modello energetico, entrato in crisi per i problemi climatici che ha provocato, comincia a rivelare la reale portata anche socio-econmica del suo impatto negativo. Per questo è arrivato il momento dell’empatia, il momento di sfruttare la grande sensibilità sviluppatasi nella coscienza umana verso il problema climatico, per avviare a soluzione anche i problemi di carattere economico e sociale che le energie fossili e concentrate hanno generato. Un nuovo approccio, “empatico” all’energia non può limitarsi ad incentivare le rinnovabili o l’efficienza energetica, ma deve necessariamente comportare anche una redistribuzione della ricchezza che l’energia genera. Deve incoraggiare, attraverso un’appropriata azione dei poteri pubblici, l’adozione di pratiche ad alta intensità di lavoro, non ad alta intensità di capitale. Per questo io diffido profondamente del concetto di “attrarre gli investimenti” sul nostro territorio. L’idea che gli investimenti vadano attratti, invece che generati in loco, presuppone che gli investimenti vengano da fuori, e chi “investe” sia un benefattore disinteressato, un mecenate. È più probabile che sia un corpo estraneo, pefettamente indifferente alla sorte dei cittadini e dei luoghi da cui dovrebbe sentirsi “attratto”.

Domandare a potentati stranieri di venire ad “investire” sui nostri territori denota grande subalternità psicologica ed arretratezza culturale, oltre che un’ingenuità di fondo dalla quale è ormai venuto il tempo di guarire. Perfino la Fiat, ormai, va ad investire in Serbia, perchè le condizioni di quel Paese le sembrano più “attraenti”. Figurarsi imprese straniere, senza nessun’etica sociale e con la sola stella polare del profitto. Se questo è vero per i settori dell’economia tradizionale, cercare di “attrarre gli investimenti” nei settori delle energie rinnovabili rappresenta un controsenso ancora più stridente perchè, in questo campo, il mercato non esiste, ma è artificialmente creato da danaro pubblico. “Attrarre” un investitore perchè devasti centinaia di ettari con pannelli fotovoltaici o mega impianti eolici per ricavare profitti ventennali miliardari pagati dal contribuente italiano significa perdere l’occasione di aiutare il territorio baciato da quel sole o accarezzato da quel vento, di svilupparsi, far crescere la propria impresa, farle ottenere nuovi contratti ed aprirle nuovi mercati. Come? Attraverso l’incentivazione del fotovoltaico, distribuito, però, sui tetti delle abitazioni, dei capannoni, dei centri commerciali, delle scuole e degli ediifici pubblici. Concedere autorizzazioni per impianti energetici rinnovabili senza chiedersi quanta ricchezza si crei, per chi, quanta occupazione per gigawatt prodotto, quanta innovazione, quanto sviluppo per la persona umana, significa perdere l’occasione più originale offerta dalle tecnologie prodotte dalla Terza Rivoluzione Industriale: l’occasione di riequilibrare potere e ricchezza a partire dal livello locale e conferire nuovamente protagonismo al cittadino, alla piccola impresa locale, quella che non se ne andrà mai a delocalizzarsi in Serbia o in Cina. C’è qualcuno che non è interessato a questa redistribuzione del potere, ne siamo consapevoli. Ma ci piacerebbe che lo dicesse chiaramente, senza nascondersi dietro pretesti ambientali o attenzione al clima.

Questo è tanto più vero in tempi di crisi come gli attuali, in cui il reddito supplementare prodotto dal conto energia erogato per gli impianti distribuiti di energia rinnovabile può aiutare una piccola impresa a far fronte alle crisi di liquidità generate dalla spietata concorrenza di prodotti provenienti da Paesi meno attenti alla tutela del lavoro e dell’ambiente. Così come può aiutare la famiglia ad arrivare a fine mese, la scuola ad integrare i suoi sempre più magri bilanci e a pagare qualche insegnante precario in più, l’ospedale a razionalizzre i suoi conti, la comunità a rialzarsi dalla crisi. Per cogliere il senso di questa opportunità in tutta la sua ampiezza è necessario spogliarsi dei preconcetti ideologici, nazionalistici, perfino ambientalisti, e cominciare a pensare l’energia in termini di “Politica della Biosfera” Non si può pensare, nel 2010, di continuare a produrre energia attraverso processi di combustione quando il pensiero umano e la tecnologia si sono evoluti verso modelli più naturali e meno distruttivi. In natura, nulla si brucia, ma si produce energia attraverso processi termochimici. Come la fotosintesi, un processo che definire “empatico” non è eccessivo, perchè pienamente rispettoso della materia e creatore di vita. Bisogna smettere di trivellare la superficie terrestre alla ricerca di un liquido che rende ricchi pochi potentati, impoverisce il resto dell’umanità e la imprigiona nei suoi disastri ambientali. Il petrolio non è inesauribile e la sua ricerca sta diventando sempre più difficile perchè i giacimenti di facile accesso sono ormai tutti esauriti e bisogna andare a cercare quelli negli abissi oceanici, quattro chilometri sotto il fondo del mare. Ma se si sta esaurendo il petrolio, si sta esaurendo, e molto più rapidamente, anche la nostra atmosfera, un bene ancor più prezioso. Dobbiamo cominciare a predisporre da subito un’infrastruttura energetica sostenibile, basata sulle fonti solari e rinnovabili, ed accelerare al massimo la transizione verso processi energetici “empatici” di Terza Rivoluzione Industriale.

Processi energetici rispettosi delle esigenze dei nostri fratelli meno fortunati, sia nel Sud del mondo, sia nelle sacche di disagio sociale di casa nostra. Processi energetici distribuiti ed interattivi, come l’informazione in rete (email, youtube, facebook, myspace, wikipedia, twitter, msn, skype…). Utopia? In Sicilia, terra del sole per eccellenza, sono già nati i primi progetti di fotovoltaico che mettono al centro l’uomo e non il profitto. Per la progettazione e la costruzione di fotovoltaico su serra delle cantine Cusumano, sono stati coinvolti giovani ingegneri e progettisti, mentre, per la realizzazione dei quadri elettrici, si è formata una cooperativa di giovani sordi, tutti appositamente formati “on the job” dalle ditte fornitrici. Si apre, dunque, una grandissima opportunità di innescare nuove politiche virtuose dell’energia che permettano una redistribuzione della produzione e della ricchezza ad essa legata. E, in ultima analisi, un’espansione della democrazia, perchè “la Terza rivoluzione industriale porterà a una nuova visione sociale in cui anche il potere, oltre all’energia elettrica, sarà ampiamente distribuito incoraggiando nuovi e più elevati livelli di collaborazione fra persone e popoli….Cominciamo a intravedere un mondo in cui centinaia di milioni di persone sono illuminate, in senso sia politico che energetico, con conseguenze incalcolabili in termini di vita sociale e politica.

Angelo Consoli
Presidente del CETRI – Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale

Redazione SocialNews

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