Tra qualità e difficoltà finanziarie

Anche nell’editoria il libero mercato sta vincendo, ma il mercato non è quello che Adam Smith pensava coincidesse con il pubblico bene. La libertà della competizione si trasforma nel suo contrario: il monopolio od oligopolio, sia nell’informazione, sia nell’industria culturale.

L’indipendenza minacciata – Partiamo dai luoghi del commercio del prodotto finito: il libro. Le librerie si stanno trasformando in vetrine delle grandi catene editoriali: a Mantova, ad esempio, è rimasto un solo libraio indipendente, che è anche l’unico ad affrontare senza appoggi esterni la sfida del libero mercato… ma quanta fatica! Un altro libraio “indipendente” accetta di esporre i miei libri assieme a quelli di pochi altri piccoli editori perché vuole coltivarsi il proprio pubblico che ama recarsi in libreria per osservare, confrontare, sfogliare, interessarsi ed appassionarsi al libro bello, che lo appaghi. Ma per portare avanti questa sua scelta professionale e di vita (che dovrebbe essere normale, ed invece, al giorno d’oggi, appare eroica), lo stesso libraio deve lavorare fino alle ore piccole, costretto a tenere una contabilità che è divenuta sempre più complessa, e volendo consultare di persona le novità per tenersi costantemente aggiornato! Anche l’editoria si trova nell’occhio dello stesso ciclone. Come i megastores “schiacciano” le piccole librerie perché usufruiscono, da parte dei grandi editori, di condizioni d’acquisto privilegiate, così la grande editoria “schiaccia” quella minore, puntando più sulle mode culturali che su reali finalità informative e formative, e costruendo best-sellers con campagne pubblicitarie sostenibili solo con la previsione di entrate ad elevato numero di zeri.
La distribuzione – Un editore di sicura esperienza mi ha confidato che le recensioni comparse su riviste e anche quotidiani, e pagine culturali qualificate, e addirittura premi in significativi concorsi di qualità, finiscono poi con il venire “azzerati” dal sistema distributivo che condiziona con i suoi meccanismi (controllati dall’alto) le offerte delle librerie e le scelte stesse dei lettori, ormai, in gran parte, non più libere. Anche in questo caso le regole del mercato e la legge del più forte “neutralizzano” i riconoscimenti della qualità culturale.
Editori o stampatori? – Per far fronte alla “crisi”, un numero sempre crescente di piccole case editrici strappa “contributi” per la pubblicazione agli stessi autori (altro che diritti d’autore!), sfruttando l’ingenuità e le piccole ambizioni di tanti aspiranti scrittori che bramano vedere il proprio nome finalmente stampato sulla copertina di un libro, il quale, peraltro, non giungerà quasi mai sullo scaffale di una libreria, in quanto non entrerà mai nel circuito della distribuzione. Così facendo, la produzione editoriale viene ad essere saturata (e quasi “drogata”) dalla presenza dal basso di sottoprodotti per la maggior parte assolutamente inutili, di scarsissimo o nullo valore culturale, opere spesso terribilmente noiose, “illeggibili” o, in certi casi, del tutto diseducative. Questo deplorevole fenomeno dell’editoria a pagamento va combattuto da un’editoria seria; ma ritengo che esso sia da interpretare anche come un segnale evidente delle estreme difficoltà economiche in cui versano i piccoli editori, quando manchino loro adeguate competenze culturali, forti motivazioni innovative e solidi obiettivi imprenditoriali, maturati attraverso conoscenze ed esperienze approfondite (e critiche) sulle logiche interne al sistema di produzione e di commercializzazione del libro.
La nostra personale meditata risposta editoriale – in attesa che, chissà quando, la situazione migliori (ed alla fine presenteremo anche alcuni suggerimenti fattibili, a costo zero) – punta principalmente su due fattori: 1) qualità dei contenuti, innanzitutto, e 2) sobrietà (che non è sciatteria) dell’immagine grafica e dell’oggetto libro. Da parte nostra, stiamo privilegiando decisamente la saggistica (Scienze Umane e Sociali, filosofia, antropologia, e analisi critica di temi di attualità) e una letteratura di qualità, coniugando divulgazione e linguaggi specifici rigorosi, ma accessibili al grande pubblico, senza però indulgere ad illusorie semplificazioni. Rifuggiamo dal puro divertimento! Qualcuno dirà, forse, che siamo un po’ troppo pesanti, ma è nostra intenzione proporre ai lettori non opere “leggere” quanto effimere, ma libri che abbiano un “peso specifico” di segno positivo, opere dotate di uno spessore indiscutibile, che lascino a chi le leggerà qualcosa di utile e di nuovo e che rimangano, per questo, attuali anche fra dieci o vent’anni anni (almeno). Ciò non significa, ovviamente, escludere a priori dalle nostre scelte editoriali la piacevolezza stilistico-narrativa o la sobrietà e chiarezza argomentativa, tutt’altro. Il gradimento può e deve (in un ideale circolo virtuoso) accompagnarsi all’espressione di un fondato pensiero critico ed alla qualità della proposta culturale.
La nostra linea editoriale – La ricerca e valorizzazione di nuovi talenti attivi sul territorio, che tradizionalmente – anche per motivi ambientali- è stata un compito meritoriamente svolto dalla piccola editoria, non può tralasciare una valutazione obiettiva delle effettive capacità e dell’autentico “valore culturale” di un testo o di un autore. Sta di fatto che spesso le opere più valide sono anche “difficili” e richiedono al lettore uno sforzo ed un impegno che confina con lo studio e l’aggiornamento. Forse saremo accusati di èlitarismo, ma riteniamo che la qualità non possa vincere senza un’adeguata “formazione” dell’utenza, ovvero del pubblico dei lettori. Se concepiamo l’editoria come uno dei settori chiave di un’informazione e formazione critica diffusa nel sistema Paese, occorre varcare due “colonne d’Ercole”: 1) uscire dalle secche del localismo: troppi editori si adagiano, infatti, su contributi finanziari assegnati da enti locali e fondazioni bancarie (che rispondono a logiche per lo più di carattere “campanilistico” non sempre di qualità); 2) abbandonare l’idea che al “popolo” si debbano dare cose facili (il “populismo” che oggi imperversa anche sulla scena politica, oltre che in quella dell’intrattenimento e dello spettacolo, ha il volto del “facilismo” e si basa su messaggi del tipo “usa e getta”). Per navigare in mare aperto occorre scoraggiare (negando, di conseguenza, anche i finanziamenti pubblici) quelle realtà che non portino frutti duraturi in termini culturali. L’intero sistema informazione -lettura-pubblicazioni-biblioteche sta soffrendo gli effetti di un mercato “drogato”, in cui tutti gli attori pretendono di farsi visibili e di ottenere successo nel modo più facile: pubblicando “quel che la gente vuole”.
Il sostegno delle Istituzioni – Nella situazione sopra delineata, diventa questione vitale per i piccoli editori che vogliano rimanere sul mercato in posizione dignitosa la ricerca di finanziamenti pubblici. Personalmente, ho partecipato al Progetto SOSTES che la Regione Lombardia –anche avvalendosi di fondi europei- ha strategicamente concesso alle PMI. Istituzioni come la Camera di Commercio -oltre ai Comuni e alle Province- prestano attenzione alle nuove piccole realtà che nel nostro settore emergono per coraggio, serietà di intenti e coerenza della linea editoriale. La concessione di contributi, in quel caso, era giustamente subordinata ad una intelligente progettualità (business plan), sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista previsionale e promozionale (marketing). Ma occorre fare di più, e vorrei in poche battute portare qualche argomento ed anche qualche esempio concreto. I finanziamenti statali – Tutti sanno (anche se molti tacciono) che una buona fetta delle sovvenzioni Statali all’editoria viene elargita ad un oligopolio, ottenendo l’esatto contrario del pluralismo. Com’è possibile tollerare che le elargizioni di denaro pubblico -a dispetto dei principi Costituzionali- privilegino perennemente gli stessi feudi e gli stessi gruppi clientelari? Anche le Associazioni Culturali o Cooperative, spesso, nascondono realtà ben più deludenti rispetto a quelle esibite, eppure le Fondazioni bancarie continuano a limitare i loro contributi proprio e soltanto a questo tipo di realtà lavorative. Se i “progetti” presentati nel settore socio-assistenziale possono essere elogiati per l’apporto vivo e motivato dei volontari, spesso non avviene lo stesso nei campi della cultura e della scuola. Analogamente per l’editoria, in cui il talento, le idee innovative e la qualità dovrebbero essere le carte maggiormente degne di attenzione e riconoscimenti.
Sul rapporto pubblico – privato – In tale contesto, il pubblico si uniforma sempre più alle logiche privatistiche. E se esse, in Italia, corrispondono ad una limitazione della qualità e del pluralismo, la conseguenza che ne deriva appare veramente paradossale: chi avrebbe la funzione di correggere le storture del mercato finisce invece per consolidarle! Che fare, quindi?
Benefici culturali, economici e lavorativi – L’ editoria, in genere, porta (o dovrebbe portare) benefici economici e lavorativi: la filiera della carta coinvolge industria tipografica, editoriale, commerciale (la distribuzione) e turistica, oltre a stimolare i settori dell’arte grafica e delle nuove tecnologie informatiche, con conseguenti ricadute positive sull’occupazione giovanile. Le discipline, le lauree e le specializzazioni di tipo umanistico, ricco di forze ideali critico-creative e di forti spinte innovative sono da incoraggiare e da integrare all’interno di un mondo editoriale più vivace e motivato, animato da coraggio e spirito innovativo, almeno in linea di principio! Siamo nel contempo certi che il mercato del consumo e dell’occupazione vada regolato, anche e soprattutto -se partiamo dal presupposto che solo la qualità porta benefici duraturi nel tempo– nel settore dell’informazione, dell’editoria, della produzione di cultura. Il discorso vale per ogni tipologia di prodotto, ma quello culturale è forse il più delicato. La crescita della qualità nella scuola -ad esempio- non passa solo dal mercato e dalla libera competizione: molte illusioni sull’autonomia stanno cadendo anche alla luce dei risultati di vari progetti sperimentati negli ultimi anni (ad esempio, quello “sponsorizzato” dalle Associazioni degli Industriali). Insomma, a nostro parere, non è favorendo la libera competizione in senso puramente mercantile che si può innalzare la qualità della preparazione e della produzione culturale. Riteniamo piuttosto che la qualità si costruisca passo per passo -come per l’istruzione- con l’aggiornamento culturale e umano dei singoli operatori, la professionalità e motivazione dei dirigenti, e anche la capacità degli utenti di apprezzare autonomamente le ricadute di un valido e coerente percorso culturale. È ovvio che anche l’editoria risenta dei fenomeni e delle tendenze spesso contraddittorie, se non pericolose, che sono state qui sopra delineate. È altrettanto chiaro, però, che la vittoria degli oligopoli o dei feudi più o meno potenti anche nel campo dell’editoria sta contribuendo al diffondersi del fenomeno di un neo-analfabetismo culturale (di ritorno) o, comunque, al progressivo abbassamento del livello culturale dei nostri giovani. La crisi e la disaffezione alla lettura, a tutto vantaggio dei nuovi media, non può essere risolta, né bloccata, se non si approfondisce, e se non si sperimentano forme intelligenti, o per lo meno sensate, di integrazione tra il classico prodotto cartaceo e le tecnologie informatiche.
Alcune proposte – Come lo Stato deve investire nella ricerca (istituendo controlli, colloqui informativi, Commissioni esaminatrici che valutino il pubblico insieme al privato, valutando il rapporto tra risorse investite ed esiti finali), le pubbliche risorse devono essere distribuite ad autori, operatori, librai, editori, che veramente lo meritino. Ma, soprattutto, lo Stato avrebbe i poteri e gli strumenti -anche senza aggiungere nuove risorse- per riservare opportune “nicchie” promozionali sui grandi mezzi di informazione ai prodotti culturali che siano davvero meritevoli e non appaiano più “piacevoli” o richiesti dal pubblico (una volta si sarebbe detto: “gettonati”).

Silvano e Paolo Negretto
Negretto Editore

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