Il caposaldo nella tutela della famiglia

Il testo di legge sull’affidamento condiviso dei figli è stato molto attento ad equiparare la situazione dei figli nati all’interno del matrimonio rispetto a quelli nati da coppie di fatto. Una risposta concreta ad una esigenza della società moderna, ove è evidente, da un lato, il calo dei matrimoni e, per converso, la crescita della unioni di fatto.

Si parla già tanto, in sede parlamentare, di rispetto della famiglia e dei valori ad essa connessi, così come se n’è vieppiù parlato nella recente campagna elettorale. Sui principi in materia di diritto di famiglia, invero, sono in molti ad essere d’accordo. Su quali … è molto più difficile dirlo. Ancora molto più difficile è passare dalle parole ai fatti.

Nella scorsa legislatura di fatti se ne sono visti non pochi, soprattutto in questa materia: non faccio riferimento alle pur significative agevolazioni di contenuto fiscale, che hanno permesso alle coppie con figli di risparmiare denaro in sede di denuncia dei redditi, né alle agevolazioni di cui si sono giovate molte giovani coppie di sposi nell’acquisto della prima casa (ben 3milioni di persone hanno comperato la loro prima casa negli scorsi cinque anni!), né ad altre forme di sostegno per i figli, non ultima la concessione del “bonus bebè”, tutte certamente degne di rilievo, ma alludo, perché ad essa sono stato particolarmente legato, se non altro perché l’ho scritta, alla nuova legge in tema di affidamento condiviso dei figli: una riforma epocale in una materia delicata come quella che attiene alla formazione delle generazioni del futuro, da decenni invocata, ma per lungo tempo mai attuata.

Questa legge costituisce un caposaldo effettivo nella tutela della famiglia, permettendo di non isolare uno dei genitori dal rapporto con i figli e, soprattutto, consacrando normativamente il diritto dei figli di continuare ad avere rapporti costanti con entrambi i genitori anche in caso di loro separazione. Naturalmente gli effetti di questa rivoluzione culturale non si avranno in poche settimane o in pochi mesi, pur essendo già evidente nei primi dati applicativi dei Tribunali che la tendenza alla consensualizzazione della separazione appare subito chiara: la previsione di un deflazionamento delle procedure giudiziali si realizzerà ben presto!

Non è questo, però, l’unico aspetto da sottolineare: il testo di legge sull’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione dei genitori è stato molto attento ad equiparare la situazione dei figli nati all’interno del matrimonio rispetto a quelli nati da coppie di fatto. Ed è stata questa la risposta concreta ad una indubbia esigenza della società moderna, ove è evidente, da un lato, il calo dei matrimoni e, per converso, la crescita della unioni di fatto. In questi limiti il riconoscimento degli effetti dell’esistenza delle coppie di fatto può certamente essere effettuato; ed in realtà è stato effettuato.

Ma oltre non mi pare il caso di andare. E’ giusto tutelare le conseguenze dell’unione di fatto, ma non la scelta in sè, evidentemente precisa e consapevole, di due persone di non volersi unire in matrimonio. Da questo nascono diritti e doveri, mentre dalla scelta di una libera unione non possono nascere le stesse conseguenze.

Si annuncia da più parti che proprio nei primi giorni di vita della nuova legislatura sarà affrontato il tema dei PACS e delle unioni di fatto. Merita rispetto, ma non una frettolosa decisione di risposta elettoralistica. Merita una corretta valutazione, ma non una scontata soluzione approvativa senza pensare a quali possono essere le implicazioni di un nuovo assetto dei rapporti che lo Stato ha il dovere di considerare. In fondo – inutile dimenticarlo – esiste una precisa disposizione costituzionale che protegge la famiglia, intesa nel senso storico del termine. Si affronti, dunque, il problema di questa moderna fenomenologia della coppia di fatto e della sua regolamentazione; se ne esplorino le conseguenze nella prospettiva di crescita delle nuove generazioni che uno Stato ha il dovere di preparare al miglior futuro. Non si pensi, però, che una equiparazione totale ed indiscriminata, magari di coppie omosessuali, costituisce la risposta inequivoca e scontata. La società – e per essa il suo Parlamento che ne costituisce l’istituzione democratica di massimo livello – ha il dovere di esplorare fino in fondo anche questo aspetto della nostra quotidianità di contatti, ma, a mio avviso, senza peraltro raggiungere il postulato di una equiparazione tra due realtà, matrimonio ed unione di fatto, che sono ontologicamente diverse, che partono da premesse storiche e naturalistiche diverse, che non possono mirare agli stessi risultati. Altrimenti conviene chiamare “matrimonio” l’”unione di fatto” o viceversa, ma non v’è chi non veda che si tratterebbe di una semplificazione eccessiva del problema. E’ ancora troppo vivo – ed a mio avviso mai verrà meno – il convincimento di una società basata soprattutto sulla scelta della famiglia tradizionale, cioè di un uomo ed una donna, non di due persone dello stesso sesso, come indispensabile strumento di formazione delle nuove generazioni: così i figli potranno essere vieppiù considerati la vera importante risorsa per il futuro della nostra società.

 

Maurizio Paniz
Commissione Giustizia Camera dei Deputati
relatore del testo di legge sull’affidamanto condiviso

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