I bambini e le tavole della Legge

La seconda puntata sulla situazione dei minori nei diversi contesti religiosi è dedicata all’Ebraismo. In Israele il ruolo dei bambini non è semplicemente quello, comune a ogni prospettiva umana, di vederli come gli esseri da un lato più indifesi e dall’altro più aperti verso il futuro: i bimbi ebrei sono strettamente legati alla realizzazione della premessa del Signore, che giurò ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare

Narra la Scrittura che al di sopra dell’Arca Santa che custodiva le Tavole della Legge con i Dieci Comandamenti, c’erano due Cherubini uno di fronte all’altro con le ali che si congiungevano le une alle altre, per formare una protezione verso l’Arca. Nell’esegesi ebraica l’Arca Santa è il simbolo del patto tra Dio e gli uomini come pure della presenza della divinità tra gli stessi uomini. Vuole la tradizione ebraica che quei due angeli avessero la faccia e le sembianze proprio di due bambini.

E’ facile comprendere che cosa i Maestri ebrei volessero far intendere con questa bella immagine. Sono i bambini che in primo luogo garantiscono la continuità e il rispetto del patto della Legge. Sono i bambini che meritano ogni rispetto in quanto sono qualcosa d’importante e di elevato che sta addirittura al di sopra di ciò che simboleggia il patto, l’alleanza con Dio, la Legge e la stessa presenza di Dio sulla terra.

E’ ben noto, del resto, l’ordine che il Creatore assegna ai primi uomini, attribuito alla tradizione sacerdotale, che costituisce il vertice di tutto il racconto delle origini e giustifica l’idea – così ebraica – secondo cui i figli costituirebbero il primo scopo del matrimonio: “Dio creò l’uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. Li benedisse con queste parole: “Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra” (Gn 1,27-28).

Ancora oggi in occasione dello sposalizio di contadini ebrei o palestinesi, pare non sia rara l’usanza di schiacciare – sulla soglia di casa o all’ingresso della tenda dei beduini – un frutto di melograno, i cui mille grani simboleggiano i tanti figli che loro si augurano.

In Israele, quindi, il ruolo dei bambini non è semplicemente quello comune a ogni prospettiva umana, di vederli come gli esseri da un lato più indifesi e dall’altri più aperti verso il futuro: i bimbi ebrei sono strettamente legati alla realizzazione della premessa del Signore che giurò ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare (cf Gn 15,5; 22,17).

La presenza infantile, dunque, offre sin dalle prime pagine della Bibbia ebraica una raffigurazione concreta della possibilità di un futuro per la promessa divina ad Israele, e per certi versi della stessa azione di Dio nel mondo. Si è affermato infatti: “Dando la vita, Eva se ne accorge: “Ho procreato un uomo, presente il Signore” (Gn 4,1), secondo la traduzione di Tardoni; “Grazie a Dio ho acquistato un figlio”, secondo la Bibbia in lingua corrente; “J’ai procréé un homme avec le Seigneur, secondo la TOB. Tutte e tre le tradizioni dell’ebraico rendono conto della stessa realtà: nella famiglia ebraica, non si “fanno” figli, come si usa dire; i figli, invece, sono il frutto comune dei coniugi, grazie a Dio, con il Signore, presente il Signore.“

Da qui deriva la celebrazione dei figli come benedizione per la famiglia biblica: basta rifarsi al Salmo 127 che, istituendo un parallelo tra la città e la famiglia, mette in luce la beatitudine del padre ricco di prole. I figli vengono paragonati dal Salmista a frecce che si trovano nella faretra di un guerriero, vero e proprio eroe dotato di munizioni abbondanti per respingere qualsiasi tipo di attacco: “I figli sono un dono del Signore,/ i bambini la sua benedizione./ I figli avuti nella giovinezza/ sono come frecce in mano ad un guerriero./ Felice l’uomo che ne ha molte./ Non rischierà di essere umiliato/ quando gli faranno causa i suoi avversari” (Sal 127, 3-5).

I figli sono “la corona dei vecchi” (Prv 17,6), e “germogli d’olivo attorno la mensa” (Sal 128,3), mentre – al contrario – la sterilità viene percepita nella realtà biblica come una prova (cf Gn 16,2; 30,2; ! Sam 1,5), o un castigo inviato dall’alto (Gn 20,18), e una vergogna sociale: della quale, ad esempio, Sara, Rachele e Lia intendono lavarsi, adottando come loro discendenza il figlio – maschio – che la serva di famiglia ha generato dal loro marito (Gn 16,2; 30,3. 9).

Un motivo fondamentale, per cui una numerosa figliolanza era ritenuta anche un bene decisivo si può riallacciare alle necessità concrete legate alla pastorizia e alle attività agricole, a cui Israele si dedicò sin dall’entrata nella Terra promessa.

Anche per questo i figli maschi, destinati a perpetuare la casata e il nome, erano stimati più delle femmine: prima o poi queste ultime avrebbero abbandonato la famiglia a causa del matrimonio, e non era secondo il loro numero che veniva valutata la potenza di una famiglia.

Per proteggere la fecondità della famiglia, nella Torah si possono evidenziare parecchie leggi relative ai cicli della donna, la violenza sessuale (Dt 22,23-29), alcuni gesti delittuosi (Dt 25,11-12).

La legge del levirato assicurava la discendenza alla famiglia di un marito morto senza figli, facendo sì che la vedova passasse al fratello, o al parente più stretto del defunto: rappresentando dunque l’estremo tentativo di lasciare un nome, e una memoria fedele. Persino la pratica, largamente diffusa, della poligamia è riconducibile all’esigenza di dotarsi di una prole affollata (cf ad es. 1 Sam 1,2; Gdc 19,1; 1 Re 11,3 …).

Durante i primi anni della sua vita, il bambino era lasciato alla madre o ad una nutrice, ed era proprio la madre a fornirgli i primi rudimenti pedagogici, soprattutto morali (Prv 1,8; 6,20), che potevano proseguire anche nell’adolescenza (Prv 31,1). Per questo, nell’ebraismo – a differenza di quanto accade presso la gran parte dei popoli – è considerata ancora oggi determinante l’appartenenza del bimbo alla mamma, e non al papà: ogni figlio (o figlia) di una donna ebrea è, per la legge religiosa, ebreo (o ebrea). In ogni caso, i ragazzi più grandi erano normalmente affidati al padre, talvolta sorretto dall’ausilio della frusta o della verga nel proprio compito (Prv 13,24; 22,15; 29,15. 17).

Precetto fondamentale religioso è il proporre quotidianamente ai bambini lo schema “Shema Israel”, il comandamento basilare della religione ebraica: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Le parole di questo comandamento, che oggi ti do, restino nel tuo cuore: le ripeterai ai tuoi figli, le dirai quando ti corichi e ti alzi…” (Dt 6,4-7).

Ma molte altre volte e in svariati passi la Bibbia esorta i genitori ad educare i bambini nel solco della fede dei Padri, istruendoli in merito alla storia della salvezza e alla liturgia (cf, ad es. Es 12,26; 13,8. 14; Dt 4,9; 32,7. 46; 9,19) tanto che Giuseppe Flavio giungerà a proclamare: “La preoccupazione più grande per gli Ebrei è l’educazione dei fanciulli”.

Un vero e proprio programma di istruzione non è attestato prima dell’istituzione della sinagoga (VI secolo prima dell’Era Volgare), mentre il termine “scuola” “bet-midrash”, si trova per la prima volta nel testo ebraico di Sir 51,23). Secondo una tradizione piuttosto consolidata, soltanto nel 63 dell’Era Volgare il gran sacerdote Giosuè ben Gimba decretò che ogni città e ogni villaggio dovessero possedere una scuola, che i bambini erano tenuti a frequentare dall’età di sei anni: dato, peraltro contestato da alcuni che fanno risalire l’istituzione dell’insegnamento pubblico all’epoca di Giovanni Arcano (130 anni prima dell’Era Volgare).

Il cosiddetto Deuteroisaia, per esprimersi sul rapporto affettivo che lega il Signore e Gerusalemme ricorre ad una immagine materna: “Il popolo di Gerusalemme diceva: “Dio mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Ma il Signore ha risposto: “Può una donna dimenticare il suo bambino? O non amare il più piccolo che ha concepito? Anche se ci fosse una tale donna, io non ti dimenticherò mai. Ho disegnato sulle palme delle mie mani la tua immagine, ho negli occhi la visione delle tue mura…” (Is 49, 14-16).

L’ottavo giorno dopo la nascita avviene per il figlio maschio il rito della circoncisione (cf Lv 12,3; Gn 17,12), consistente nell’asportazione, tramite un rasoio di metallo, del prepuzio (anticamente operata dallo stesso padre: cf Gn 17,23; 21,4 …). In tal modo, egli si trova accolto nella comunità di Abramo, mediante una cerimonia che può svolgersi ovunque, in sinagoga, in ospedale oppure in casa, ad opera di uomini istruiti appositamente, dotati di un attestato di abilitazione. Anche il pasto che segue è dotato di una forte intonazione religiosa, così come il cosiddetto “seggio d’Elia” nel quale viene tradizionalmente posto il bimbo prima dell’atto, in riferimento al profeta Elia ed al suo zelo. E’ presente quindi un padrino, il “sandeq”, che tiene il piccino durante la circoncisione vera e propria. Il rito, che gli ebrei hanno osservato anche in tempi di persecuzione, in linea di massima è eseguito secondo le prescrizioni del Talmud, con varianti minime.

Se il figlio maschio è primogenito, avviene il suo “riscatto” (secondo le indicazioni di Es 13,13-15), allorché scocca il suo 31° giorno di vita: mentre vengono recitati detti e formule un sacerdote riceve quale riscatto, una simbolica somma di denaro. Per quanto riguarda l’inizio dell’apprendimento della Torah, esso si avvia il più presto possibile, secondo la tradizione non appena il bambino è in grado di parlare (attorno ai tre anni).

La prima frase biblica che ciascun padre “inculca” al proprio figlio, per inserirlo nelle generazioni di Israele, è: “L’insegnamento (Torah) ci è stato impartito da Mosè, come eredità per la comunità di Giacobbe” (Dt 33,4); segue lo “Shema Israel” (Dt 6,4-5) e poi, raggiunti i quattro anni, lo avvia alla lettura e alla scrittura, iniziando il regolare programma didattico. Schematicamente, il Talmud – nel V capitolo del trattato di Avot -così lo sintetizza: “A cinque anni il fanciullo deve studiare la Scrittura, a dieci anni  la Mishnah (Legge orale), a tredici anni deve essere inserito nell’osservanza dei precetti, a quindici anni studierà il Talmud (la dialettica etico-giuridica dell’Ebraismo), a diciott’anni è destinato al matrimonio e così via”.

Per comprendere meglio il tipo di rapporto che si determina tra padre e figlio, e tra docente e discepolo soprattutto nel ripercorrere ed approfondire i temi della Tradizione, è utile ricordare per esempio il Seder, il rituale della cena pasquale, durante il quake un posto preminente viene riservato alla liberazione dall’Egitto. Ebbene, durante questo incontro, il padre racconta le antiche vicende storiche, ma soprattutto richiama l’attenzione del figlio sui valori della libertà, del rispetto per il prossimo, indicandogli l’eliminazione di ogni violenza e di ogni oppressione come valori validi per tutti gli uomini.

La prima fase dell’educazione religiosa del fanciullo ebreo si conclude con la liturgia del “Bar Mitzwah” (equivalente, alla lettera, a “figlio del precetto”) fissata a 12 anni per le ragazze (nell’ebraismo riformato) e un anno dopo per i maschi, e grazie alla quale si diventa membri a pieno diritto della comunità, capaci di assumersi in prima persona le responsabilità delle proprie azioni. Essa consiste in una benedizione (“baruk sepetarani”) che il padre pronuncia per essere sciolto dalla responsabilità legale delle azioni del figlio. A sua volta, quest’ultimo, per provare pubblicamente la maturità raggiunta, il sabato che segue il compimento dei 13 anni è convocato a leggere la Torah nella sinagoga: pronunciando una serie di benedizioni appropriate, leggendo una parte della pericope settimanale (o l’intera pericope) nonché il passo dei profeti e tenendo un’esposizione omiletica al gruppo dei presenti; ponendosi infine a loro disposizione e rispondendo a eventuali domande.

Il ragazzo è divenuto “figlio del Precetto”, non è più considerato un bambino per la sua comunità: d’ora in poi egli risulterà responsabile di azioni buone o malvagie di fronte a Dio; d’ora in poi potrà legittimamente far parte del “minian”, il numero minimo – dieci – per cui la preghiera quotidiana sinagogale è considerabile pienamente valida e fruttuosa.

Massimo Petrini
Professore Università Cattolica
del Sacro Cuore Roma

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