Elezioni ungheresi: storica vittoria del partito Tisza

Con un record di affluenza all’ 80% gli ungheresi decretano la fine dell’egemonia di Viktor Orbàn

Risulta evidente che la giornata di oggi, lunedì 13 aprile 2026, segna uno spartiacque storico per le sorti della popolazione ungherese e, in un domino geopolitico, per l’intera unione europea (e non solo). I cittadini ungheresi sono stati infatti chiamati ai seggi, nella giornata di domenica, per esprimere il loro voto alle elezioni parlamentari. E lo hanno fatto con un’affluenza sbalorditiva che alle 19 si è chiusa sfiorando l’80%. Il risultato è stata una vittoria completa per il partito Tisza, guidato da Peter Magyar: non solo la maggioranza dei seggi in parlamento ma gli agognati 2/3 necessari ad ottenere la “super maggioranza” che permette di modificare la Costituzione. Orbán ha parlato di “risultato doloroso” ma sembra, al momento, ammettere la sconfitta. Magyar, d’altro canto, ha ringraziato, tramite i suoi profili social, il popolo ungherese che a Budapest si è riversato nelle strade in un tripudio di cori e urla di gioia. Il neoeletto primo ministro ungherese ha inoltre affermato “abbiamo fatto la storia”, e non ha torto.

Nonostante, infatti, i sondaggisti riconoscessero un netto vantaggio al partito TISZA, assimilabile quasi del tutto nella figura di Péter Magyar, l’esito delle votazioni non era sicuramente già scritto su pietra poiché il suo ex alleato e oggi avversario politico, Viktor Orbàn, ha lavorato indefessamente per più di 16 anni al solo scopo di riscrivere un sistema elettorale che, almeno virtualmente, rendesse impossibile una sua destituzione (gli va riconosciuto il merito di esserci riuscito, perlomeno negli ultimi 16 anni).  Fino al 2012, infatti, il sistema elettorale ungherese era una macchina complessa che prevedeva due turni di voto, liste regionali e una lista nazionale con una soglia di sbarramento del 5% per i partiti. Il parlamento era composto da 386 seggi parlamentari che venivano assegnati tramite: collegi uninominali (176 seggi) liste regionali (152 seggi circa) lista nazionale (58 seggi con lo scopo di riequilibrare i voti non assegnati nei collegi).  Si trattava chiaramente di un sistema imperfetto come dimostra il fatto che, a seguito delle elezioni parlamentari ungheresi del 2010, il partito FIDESZ si avvicinò alla maggioranza assoluta e vennero dunque forniti mezzi, movente ed opportunità a Viktor Orbán, neoeletto Primo ministro, di cambiare le regole del gioco depauperando il sistema democratico fino all’osso e senza il bisogno di un colpo di stato, semplicemente modificando la costituzione a partire dalle sue fondamenta. Il primo passo di questa deriva autocratica avviene proprio tramite la modifica del sistema elettorale che si tradusse in un drastico taglio dei seggi in parlamento (da 386 a 199) e nella sostituzione del sistema a due turni assimilato in uno a turno unico. In questa nuova ottica agli elettori si forniscono contemporaneamente due schede di voto. Il primo voto serve ad esprimere la preferenza circa il candidato del collegio locale e, attraverso questo voto, vengono assegnati 106 dei 199 seggi in parlamento; la seconda scheda invece serve a votare la lista di partito nazionale. Bisogna sottolineare che i 106 seggi uninominali vengono eletti nei collegi elettorali secondo il sistema first past the post: per vincere è necessario un solo voto di differenza rispetto agli altri. 

È quindi palese che in circoscrizioni elettorali scarsamente popolate, come quelle rurali, vale molto di più il detto “ciascun voto conta” e non è certo un caso che si tratti proprio di quelle aree laddove il consenso verso il partito dominante (FIDESZ) è storicamente prevalente. Oltretutto, per non lasciare niente al caso, Orbán ha fatto in modo di eliminare due delle circoscrizioni uninominali della capitale, zoccolo duro dell’opposizione, portandole da 18 a 16. Seggi che sono stati poi trasferiti nella contea di Pest dove, nel 2022, il partito FIDESZ aveva ottenuto una maggioranza schiacciante.

Parallelamente alle manipolazioni legislative perfettamente legali, sembra inoltre che Orbán, in vista delle varie riconferme elettorali degli ultimi anni, non abbia disdegnato manipolazioni illegali. Questo è, perlomeno, quanto affermato nell’inchiesta rilasciata dall’ANSA tra fine marzo e inizio aprile 2026, dal titolo “Soldi favori e ricatti: il prezzo del voto nei villaggi d’Ungheria”; nel reportage si esplora il sistema clientelare delle aree rurali in cui, con cinque chili di patate o qualche bottiglia di vodka, ci si può comprare un voto. Non solo, quando questi incentivi risultano insufficienti, si ricorre alla vera e propria intimidazione: licenziamenti, minacce alla famiglia, perfino mancato rilascio di prescrizioni mediche. Attraverso queste pratiche è stato stimato che il partito FIDESZ possa rastrellare circa il 6/7% dei voti, una percentuale non indifferente.

Per tutte queste ragioni bloccare così fermamente l’egemonia del capo di governo più politicamente longevo dell’UE sembrava un risultato insperabile, soprattutto all’interno della cornice illiberale da lui così pazientemente costruita, e viene da chiedersi come sia stato possibile. La prima risposta è da ricercarsi nella struttura delle due campagne elettorali: quella di Orbán da un lato e quella di Magyar dall’altro. Nel primo caso l’ingrediente principale è stato uno, il medesimo presentato e ripresentato sotto nuove spoglie a partire dal 2014: la paura. Orbán infatti ha velocemente realizzato, come d’altro canto sanno fare molti altri autocrati, che la paura sa essere una leva estremamente potente per sollevare gli indici di gradimento. E non è davvero importante verso chi sia rivolta: nel 2014 si trattava delle ONG ungheresi che ricevevano fondi stranieri; nel 2018 è toccato alle “orde di migranti”; dal 2022 i nemici pubblici erano Zelensky e la comunità LGBTQIA+. In questi mesi il partito FIDETZ ha portato avanti una campagna aggressiva contro Kiev e l’UE, alimentata fino allo stremo da fake news e video propagandistici interamente generati con l’AI (senza però dichiararlo) in cui si pronosticava, in caso di sconfitta, un’immediata chiamata alle armi della popolazione ungherese costretta a combattere in Ucraina e per l’Ucraina. Sono stati fatti circolare articoli supportati da documenti contraffatti in cui si accusavano membri del partito TISZA, tra le altre cose, di pedofilia, reclutamento coatto, presenza negli Epstein files e, nel caso di Magyar, ironicamente, di corruzione. Esistono perfino video deepfake in cui Magyar si lamenta per il sequestro da parte di Budapest di un carico di lingotti d’oro diretto a Kiev. E se questi contenuti possono quasi far sorridere chi ha accesso a svariati mezzi d’informazione, poiché facilmente smascherabili, in tutti quei villaggi dove la televisione (longa manus del governo) è l’unico mezzo d’informazione avrebbero invece potuto rappresentare la ciliegina sulla torta di manipolazioni complottistiche in atto da decenni. Invece così non è stato e il merito bisogna riconoscerlo a Péter Magyar che ha saputo scegliere saggiamente le battaglie da portare avanti in campagna elettorale e non cadere nelle trappole ideologiche piazzate da Orbán. Probabilmente ne è stato in grado proprio perché un “insider”, avendo infatti ricoperto la carica di funzionario del partito FIDESZ fino al 2024, e forse per questo più acutamente consapevole della strategia migliore da portare avanti. Non potendosi affidare ai mezzi d’informazione tradizionali, tv radio etc., quasi interamente in mano al governo, ha portato avanti un attacco su due fronti: in primo luogo un utilizzo massivo dei social media, in secondo luogo un “ritorno alle piazze”, quasi una campagna “porta a porta” che l’ha portato a visitare di persona i villaggi roccaforte di Orbán; inoltre è risultata vincente la scelta dei temi dei suoi comizi scarsamente improntanti a tematiche estere e invece saldamente ancorati alle numerose problematiche interne.

Per la vittoria l’argomento decisivo è stato quello della corruzione. Dal 2010 Orbán, all’interno del suo ambizioso progetto di cattura dello stato, porta avanti una metodica infiltrazione dei suoi fedelissimi all’interno di ogni istituzione del paese: dal ramo giuridico, sanitario, bancario, al settore pubblico. In uno dei paesi più poveri dell’Ue il cerchio ristretto di oligarchi vicini al partito Fidesz controlla 28 miliardi di appalti pubblici e la seconda e la terza banca più grandi del paese. Emblematico e simbolico fu scoprire la presenza, nell’estate del 2025, di zebre e antilopi all’interno di una delle lussuose proprietà private del primo ministro. Concentrando l’attenzione dell’elettorato su problemi pragmatici e concreti visibili a tutti, piuttosto che su un apparato sensazionalistico, Magyar è riuscito nell’impresa titanica di cambiare le sorti del suo paese, sorti che sembravano già scritte. E c’è da dire un’altra cosa. Involontario e recalcitrante alleato del partito TISZA potrebbe essere stato anche lo stesso Donald Trump, paradossalmente invece aperto e vivacissimo sostenitore di Viktor Orbán. Infatti, se è vero che il presidente americano in carica era stato presentato come un vessillo di stabilità economica e protezione, è altrettanto vero che, nella pratica, ha invece portato dazi capaci di sferzare un colpo duro a una popolazione già in ginocchio. 

Cosa accadrà adesso, in Ungheria e in Europa? Per quanto riguarda quest’ultima la risposta è fumosa, poiché l’UE sembra non avere piani, perlomeno non piani dichiarati. È certo che la Russia di Putin, strenue sostenitore dell’ormai ex primo ministro ungherese, ne esce parecchio amareggiata; Orbán era riuscito da solo, tramite diritto di veto, a impedire un prestito del valore di 90 miliardi di euro che l’Unione Europea aveva deciso di stanziare all’Ucraina in difesa dell’invasione russa. Ma l’Ungheria dipende ancora quasi totalmente dal gas russo e questo potrebbe essere un utile arma di ricatto nel nuovo governo guidato da Tisza. Inoltre, è necessario ricordare che questo scontro politico non è stata una battaglia d’opposizioni quanto piuttosto un confronto tra una destra di deriva autocratica e una destra più moderata: il partito TISZA fa parte del Partito Popolare Europeo, principale gruppo politico di centro-destra all’interno dell’UE. Magyar stesso è nato e cresciuto all’interno dell’élite magiara, è un cristiano cattolico convinto e per anni ha militato all’interno di Fidesz; non ha mai raggiunto posizioni di spicco nel partito ma non per mancanza di convinzione, quanto perché veniva considerato dai vertici un “cavallo sciolto”, poco incline all’obbedienza cieca. Questo è evidente in diverse posizioni espresse da Magyar, posizioni non così antitetiche a quelle del suo predecessore: in merito ai flussi migratori proveniente dall’Asia e dall’Africa ha ribadito la necessità di proteggere i confini nazionali limitando gli ingressi; circa il conflitto russo-ucraino risulta certamente più critico di Orbán nei confronti della Russia ma, allo stesso tempo, si era detto sfavorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’UE. Dunque, Magyar resta un uomo di destra, una destra però più mite e pragmatica, soprattutto, una destra molto più europeista. Un compromesso forse necessario sia per l’Unione Europea che per la Russia da cui ci si può aspettare il mantenimento di rapporti se non apertamente amichevoli, quantomeno non dichiaratamente ostili.

 In Italia gli esponenti della maggioranza, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, sono stati altrettanto netti circa il sostegno ad Orban, basti pensare al video di supporto internazionale del 14 gennaio 2026; in un’ottica realista, d’ora in poi i contatti diplomatici con l’Ungheria si raffredderanno parecchio ma manterranno, presumibilmente, una cortesia di facciata.

Per quanto riguarda l’Ungheria si può ritenere che il lavoro vero cominci adesso: a Magyar spetta il complesso compito di dipanare una matassa quasi inestricabile composta da tutti gli oligarchi sopracitati e saldamente insinuati in ogni posizione cardine del paese. Di risollevare un’economia allo stremo, una legislatura corrotta, un sistema sanitario al collasso. Di riempire nuovamente di significato il significante “democrazia”.

Bibliografia:

  1. ANSA, Soldi, favori e ricatti: il prezzo del voto nei villaggi d’Ungheria, 2026.
  2. European Parliament, Hungary: electoral system and political developments, 2024.
  3. Freedom House, Freedom in the World: Hungary, 2025.
  4. International IDEA, Electoral System Design Database: Hungary, 2023.
  5. OSCE, Hungary Parliamentary Elections: Final Report, 2022.
  6. Reuters, Hungary elections: opposition challenge and political landscape, 2026.
  7. BBC News, Hungary election results and analysis, 2026.
  8. The Economist, Hungary under Orbán: democracy and decline, 2025.
  9. Transparency International, Corruption Perceptions Index: Hungary, 2025.
  10. European Commission, Rule of Law Report: Hungary, 2024.

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