In un contesto internazionale altamente instabile, i principali agenti di entropia (e i loro alleati nel continente) tirano la volata a Viktor Orbán, premier uscente.

Oggi i cittadini ungheresi sono chiamati a esprimersi in quello che è un appuntamento elettorale cruciale, che può avere forti ripercussioni sui destini europei (e mondiali): a partire dalle 06:00 di questa mattina, fino alle 19:00, nei seggi ungheresi si tengono le elezioni parlamentari. Péter Magyar, leader del partito TISZA, sfida il premier uscente Orbán (Fidesz) in questa tornata elettorale che porterà al rinnovo dell’Assemblea nazionale.
Péter Magyar. È stato per anni dentro il sistema di potere di Orbán, come membro del partito Fidesz.
Nel 2024 rompe con il governo accusandolo di corruzione sistematica e si dimette da tutti gli incarichi pubblici. Diventa leader del partito TISZA (Rispetto e Libertà), trasformandolo rapidamente in una forza politica riformatrice di centrodestra meno ostile al progetto europeo ma non completamente allineata. È deputato al Parlamento Europeo dal 2024.
La campagna elettorale è stata caratterizzata da non-troppo-velate ingerenze straniere: l’amministrazione statunitense, Netanyahu e Putin hanno esplicitamente appoggiato Orbán, leader del partito di estrema destra Fidesz, che ha incassato anche l’endorsement dei leader dei partiti e dei movimenti euroscettici e nazionalisti europei: da Santiago Abascal (Vox) a Marine Le Pen (Rassemblement National), passando per Alice Weidel (AfD), Giorgia Meloni (FdI) e Matteo Salvini (Lega).
Il premier magiaro cerca di capitalizzare al meglio questa forte rete internazionale di legami umani e politici costruita durante 16 anni di guida ininterrotta del Paese, che hanno visto un progressivo deteriorarsi delle libertà civili e impresso una traiettoria autoritaria che è apparsa – e a molti continua ad apparire – ineluttabile (lo stesso Viktor Orbán definisce il sistema politico ungherese “democrazia illiberale”).
Più di tre lustri di governo Orbán sono stati caratterizzati da una retorica sempre più antieuropea e da una grande vicinanza alla Russia di Putin; quest’ultimo, dal canto suo, ha trovato nell’alleato magiaro un grimaldello utile a scardinare l’infrastruttura istituzionale dell’Unione Europea dall’interno. Un’azione sempre più palese ed esplicita a partire dall’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022: da quel momento, più volte l’UE si è ritrovata a dover fare i conti con l’ostruzionismo ungherese nei processi di approvazione dei pacchetti di sanzioni progressive rivolte all’aggressore e di sostegno economico-finanziario-militare all’Ucraina. Queste misure richiedono l’unanimità dei 27 Stati membri; per questo si è spesso reso necessario un negoziato tra Unione Europea e Ungheria, sfociato in compromessi che hanno incluso concessioni economiche e politiche a Budapest, al fine di evitare il suo veto.
Il flusso di fondi europei verso il Paese non si è tradotto in un reale sviluppo economico o nel rafforzamento di infrastrutture strategiche, ma ha finito in larga misura per alimentare una ristretta cerchia di potere, composta da imprenditori e oligarchi vicini al primo ministro. Tra questi spicca Lőrinc Mészáros, amico d’infanzia di Viktor Orbán, che da origini modeste, a partire dal 2010, ha beneficiato di numerosi appalti pubblici fino a diventare l’uomo più ricco del Paese.
Nelle settimane pre-elettorali si è assistito a una vera e propria guerra di propaganda: Fidesz ha tappezzato i muri delle città ungheresi e quelli virtuali dei social con poster (e post) ferocemente anti-ucraini e anti-europei, in cui i rispettivi leader vengono presentati come corrotti e causa dell’impoverimento degli ungheresi.
Inoltre la recente visita di stato del vicepresidente JD Vance ha significato la scesa in campo ufficiale del MAGA, dopo anni di ammiccamenti a Orbán (definito spesso come modello da seguire, come uno dei più forti leader al mondo, come baluardo contro l’immigrazione incontrollata).
Il discorso di Vance appare come un tentativo di delegittimare gli avversari, che i sondaggi danno ormai da settimane in vantaggio: egli ha accennato a ingerenze ucraine nel processo democratico ungherese, di fatto preparando una narrazione utile nel caso in cui dalle urne uscisse un risultato non gradito (e tacendo sul ruolo che invece hanno quelle russe e, a voler essere pignoli, a quello che hanno avuto anche nelle elezioni presidenziali USA del 2016…)
Per quanto riguarda le ingerenze dal Cremlino, alcuni casi sono emblematici e val la pena ripercorrerli:
- Nel corso delle settimane, diversi giornalisti sono stati attaccati per aver documentato (o cercato di documentare) i legami tra Orbán e Mosca. È il caso di Szabolcs Panyi, giornalista di VSquare e Direkt36, accusato dal governo ungherese di spionaggio per conto degli ucraini: questo accade a seguito di un’inchiesta riguardante il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, che avrebbe fornito al suo omologo russo, Sergei Lavrov, dettagli su incontri riservati dell’Unione Europea. L’intercettazione telefonica in oggetto si conclude con la frase “sempre al vostro servizio”, pronunciata da Szijjártó;
- Secondo diverse fonti europee di sicurezza nazionale riportate da VSquare, sul territorio ungherese vi sarebbero membri del GRU (servizio di intelligence militare russo) dispiegati sul suolo ungherese, con lo scopo di coordinare le attività di propaganda filo-Fidesz attraverso l’uso di troll farm e campagne di disinformazione e operazioni digitali mirate, seguendo uno schema già utilizzato dalla Russia in Moldavia;
- A febbraio Péter Magyar, lo sfidante di Orbán, è stato vittima di un tentativo di ricatto che ha definito “di stampo russo”: ha denunciato di essere stato ripreso con strumenti dei servizi segreti durante un rapporto sessuale con la sua ex-fidanzata, che lo avrebbe sedotto e condotto in una stanza in cui erano presenti anche alcool e droghe, di cui non ha fatto uso, dove si sarebbe poi consumato il rapporto. Magyar sostiene che alcuni giornalisti avrebbero ricevuto la foto di una camera da letto accompagnata dal messaggio “coming soon”, suggerendo che la pubblicazione di un video sia imminente, e ha definito il metodo una honey trap, una campagna in stile kompromat russo;
- Fonti di intelligence hanno rivelato un piano del SVR russo (Servizio informazioni estero), denominato “The Gamechanger”: il piano sarebbe consistito in un finto attentato contro Orbán per spostare il consenso elettorale su temi emotivi come la sicurezza nazionale e la stabilità, distogliendo gli elettori dalle questioni socioeconomiche.
Il sostegno MAGA è altrettanto forte e pluriennale, apprezzandone principalmente la retorica fortemente antieuropeista, conservatrice e ferocemente anti-immigrati.
Già durante la campagna elettorale del 2023, Donald Trump definiva Orbán “uno dei leader più forti al mondo”. Presso il CPAC (Conservative Political Action Conference), la più conferenza attuale di politici e attivisti conservatori statunitensi e che ha anche una dimensione internazionalista, nel corso degli anni gli endorsement e le parole di elogio per Orbán sono stati numerosi. Ne citerò alcuni:
- Kari Lake, all’epoca della dichiarazione candidata senatrice per l’Arizona, 2023: “Non avrei mai immaginato che entrando a Budapest avrei trovato praticamente tutte le politiche che sogniamo in Arizona”
- Paul Gosar, deputato repubblicano, 2024: “Le politiche migratorie dell’Ungheria rappresentano un modello da seguire per gli Stati Uniti”
- Ben Shapiro, commentatore politico, 2025: “L’Ungheria riafferma la propria identità nazionale in Europa, in particolare per quanto riguarda il rifiuto dell’immigrazione di massa”
- Dennis Ross, ex deputato repubblicano, 2025: “Vorrei vedere l’Ungheria come un faro per l’occidente”
Dalla stessa piattaforma politica, Viktor Orbán si è espresso con parole al miele nei confronti di Trump: “Da quando Trump ha vinto il mondo occidentale è diventato un posto migliore. La propaganda gender e l’ideologia woke sono state respinte; ora le persone possono abbracciare la cristianità come fondamento e forza sostenitrice della nostra civiltà. Ciò che sta avvenendo è il più grande riallineamento politico occidentale degli ultimi 100 anni; l’epicentro di questo cambiamento sono gli Stati Uniti, e la sua base in Europa è l’Ungheria.”
Sebbene i sondaggi diano ormai da tempo Péter Magyar e il suo TISZA in netto vantaggio su Orbán e Fidesz, in virtù delle forti ingerenze esterne e della posta in gioco per il futuro dell’assetto comunitario europeo (con ripercussioni che vanno ben al di là del solo continente) il rischio di irregolarità resta molto alto.
Orbán, inoltre, potrebbe avere ancora in mente quanto accaduto a gennaio 2021 con l’assalto a Capital Hill: in quel caso, il Presidente uscente Trump non accettò l’esito delle elezioni che definì “truccate”, e istigò la sua base ad assalire il Campidoglio. L’impianto democratico statunitense resse all’urto, nonostante si tratti di un evento traumatico nella storia americana, in virtù di una tradizione democratica ben consolidata; nel caso in cui Orbán decidesse di replicare in salsa ungherese quell’esempio, sapendo tra l’altro di avere dalla sua i potenti alleati americani e russi, non è detto che la già fragile democrazia magiara riuscirebbe a tenersi in piedi.
Nel momento in cui scrivo questo articolo (sono circa le 12, nda), gli ultimi dati disponibili riguardo l’affluenza di voto registrano il 16,89% degli elettori che si sono recati alle urne nelle prime tre ore di seggi aperti. La partecipazione è superiore alle attese: quattro anni fa la fu del 10,31% e nel 2018 del 13,17%. I primi exit poll e le proiezioni iniziali saranno diffusi dopo la chiusura dei seggi. I risultati definitivi, inclusi quelli del voto per corrispondenza degli ungheresi all’estero, arriveranno nelle ore successive.
