
Conversazione con Michele Marelli, interprete, traduttore, esperto di Iran
Q: Iniziamo offrendo un contesto a chi leggerà: come nasce il tuo rapporto con l’Iran?
A: Nasce grazie alla comunità iraniana di Firenze, con cui sono molto in contatto ancora oggi e che mi ha dato la possibilità di stringere molte amicizie. Negli anni successivi alla laurea in lettere, conseguita in Italia, ho sviluppato un forte interesse per l’area mediorientale e specificamente per la lingua e la cultura iraniane; il mio legame con la comunità fiorentina ha fatto germogliare in me l’idea di approfondire questo interesse: ho quindi deciso di trasferirmi a Teheran, in cui ho studiato (conseguendo tutte le certificazioni linguistiche) e vissuto dall’estate del 2013 a quella del 2014. L’idea era quella di tuffarmi nel mondo del giornalismo, in particolare nell’area esteri.
Quando feci domanda, il secondo mandato di Ahmadinejad era quasi giunto al termine: era già noto che, probabilmente, alle elezioni che sarebbero conseguite avrebbe vinto il moderato Rouhani e, quando la sua vittoria è stata confermata e la situazione si è rivelata tranquilla, mi hanno rilasciato il visto. Sono arrivato nel Paese all’indomani del cambio di presidenza, rimanendo fino alla scadenza del visto.
Q: Hai avuto la possibilità di tornarci nuovamente, negli anni successivi?
A: Ci sono tornato regolarmente fino all’agosto del 2017; nel 2020 ero in procinto di farlo, ma la pandemia Covid-19 lo ha reso impossibile. Negli ultimi anni, invece, la mia attività di consulente per i media sull’Iran mi ha spinto a fare delle valutazioni: per me non è più sicuro entrare nel Paese.
Q: Rispetto all’Iran che hai conosciuto negli anni in cui ci hai vissuto e quello che abbiamo oggi, hai notato una traiettoria di qualche tipo? In particolar modo nell’atteggiamento del regime e nell’eventuale reazione della società civile a questi cambiamenti.
A: Come ti ho detto, il primo mandato di presidenza Rouhani (giugno 2013-maggio 2017, nda) è stato relativamente tranquillo; dal 2017 in poi, con cadenza quasi annuale, hanno cominciato a esserci moti di protesta progressivamente più forti: quelli del 2017-18, noti come “Proteste di Dey”, erano solo l’inizio di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi. Mi riferisco alle sanguinose proteste del novembre 2019; quelle del movimento Donna, Vita, Libertà scoppiate in reazione all’assassinio di Mahsa Amini, durate dal settembre 2022 alla primavera dell’anno successivo; quelle che abbiamo visto a inizio di gennaio di quest’anno… Per rispondere alla tua domanda: quello che ho visto io non è stato un contesto repressivo per come lo stiamo vedendo adesso. Il livello e l’evidenza della repressione è stato sicuramente portato a livelli esasperati in questi ultimi anni, man mano che l’intensità delle proteste aumentava. Quello che posso dirti è che già all’epoca era ben chiaro cosa si potesse o non si potesse fare se si volevano evitare problemi: ho vissuto in una situazione di relativa tranquillità, nonostante ci fosse non solo la sensazione ma anche l’evidenza di essere sotto controllo.
Per uno studente straniero in Iran, come ero io, era matematicamente certo che ci sarebbe stata una convocazione da parte dei servizi iraniani, sia per sapere cosa ci facesse lì che per fargli capire che è in qualche modo sorvegliato.
Diciamo che, all’epoca, per un italiano c’era un protocollo abbastanza consolidato e anche logico per non finire nei guai: se non ci si metteva in situazioni palesemente pericolose non succedeva niente. Adesso non è più così: la situazione che si è creata prima con l’arresto di Alessia Piperno, poi con quello di Cecilia Sala, segnala un salto di qualità in questo senso. Cecilia, nello specifico, era lì con un visto giornalistico: era chiaro che comunicava costantemente le sue attività, gli spostamenti e con chi si sarebbe incontrata, proprio per evitare questo tipo di problematiche. Negli anni precedenti quell’arresto non si sarebbe mai verificato, e il passaggio che ha segnato è chiaro: adesso il regime è disposto a prendere in ostaggio qualcuno, se serve a recuperare un uomo di loro interesse che si trova nelle mani dell’autorità giudiziaria italiana (il riferimento è a Mohammad Abedini, arrestato a Milano su segnalazione degli Stati Uniti, con l’accusa di esportazione di tecnologia sensibile statunitense in Iran e violazione delle sanzioni, nda).
Q: Torniamo un attimo alle proteste, per collegarci poi alla società civile: la mia comprensione dei fatti è che queste siano partite, negli anni passati, da ragioni prettamente economiche e che progressivamente abbiano abbracciato anche gli ambiti degli usi e dei costumi, oltre che della richiesta di maggiori diritti civili e umani. Sbaglio?
A: Ti dirò la mia percezione, qualcuno potrà dissentire e contestarla: è vero che ci sono state manifestazioni come quelle del 2019 che sono partite da questioni come il caro vita, ma il punto è che dal 2009 in poi, quindi a partire dalle manifestazioni note con il nome di Onda Verde (movimento di protesta scoppiato nel giugno 2009 a seguito delle contestate elezioni presidenziali, che confermarono Mahmoud Ahmadinejad. I manifestanti, sostenitori del candidato riformista Hossein Mousavi, scesero in piazza denunciando brogli elettorali, chiedendone l’annullamento e la fine del regime, venendo duramente repressi nda), c’è stata una presa di consapevolezza sempre più evidente del fatto che gli spazi per poter cambiare la situazione (anche nell’alveo di ciò che era considerato lecito) si stavano restringendo progressivamente: dunque è evidente che le manifestazioni che scoppiano, lo fanno avendo come trigger questioni legate al caro vita o al crollo della valuta locale.
Tuttavia, ciò che producono è il ritorno in piazza delle persone che dal 2009 in poi manifestano per questioni legate alla mancanza di libertà o di rispetto dei diritti umani, di libertà di espressione, o anche alla libertà dei costumi: secondo me, e questo è anche quello che ho visto emergere da chi quelle piazze le raccontava dall’Iran, non si può in nessun caso dire che questa o quella manifestazione, questo o quel movimento è nato soltanto per questioni economiche e non anche per rivendicazioni sociali. Si tratta di un insieme di elementi che all’occorrenza esplodono assieme, e questo è il motivo per cui la Repubblica Islamica li reprime sempre più duramente: chi porta a casa la pelle, la volta successiva torna in piazza ancora più deciso.
Q: Mi torna in mente un tuo articolo, uscito per Limes nel giugno del 2024[i]. In quell’occasione intervistavi quattro persone, uomini e donne sia pro-regime che in opposizione a esso: tra loro vi era Said (pseudonimo), che sosteneva che fino a che la Repubblica Islamica non avrà la certezza di aver garantito la propria sicurezza e la propria continuità non ci saranno aperture sul fronte dei costumi e delle libertà individuali. Dimmi se sbaglio: mi sembra che tu stia in qualche modo confermando questa posizione.
A: Conosco molto bene Said, e penso che in realtà questa sia un po’ una favola a cui vuol credere.
L’idea è che sia un capitolo che prima o poi verrà chiuso, dopo aver tolto la presenza statunitense dalla regione e risolto il problema israeliano: il problema è che, messa in questi termini, la Repubblica Islamica può rinviare sine die la questione. È chiaramente una scusa strumentale che la Repubblica Islamica utilizza; secondo me, la sua sicurezza sarebbe stata meglio garantita se non avesse creato una rete di attori ostili agli Stati Uniti.
Tra l’altro, anche questa retorica antimperialista è piuttosto ipocrita: ad esempio, la stessa Repubblica Islamica ha assistito gli Stati Uniti quando si è trattato di fare operazioni in Afghanistan.
Una cosa simile me l’ha detta Sadeq Zibakalam, figura prominente e molto nota in Iran nel campo delle scienze politiche, in un’altra intervista[ii]: Zibakalam, che è stato un rivoluzionario e non lo rinnega, spiega che l’anti americanismo è un tratto assolutamente irrinunciabile, anzi fondante della Repubblica Islamica. Egli spiega che se venisse a mancare questa retorica il regime perderebbe la sua identità, soprattutto alla luce del grave problema di legittimazione che affronta.
Se all’inizio quello dell’antiamericanismo era un discorso molto vago, preso dai gruppi marxisti iraniani e non estraneo alle piazze europee di sinistra, con la presa dell’Ambasciata statunitense nel novembre 1979 è diventato fulcro centrale della retorica di regime: questo gli americani non lo hanno mai perdonato, ed è questo il motivo per cui credo che, se anche ci fossero degli accordi tra Stati Uniti e Iran (prospettiva che mi pare sempre più difficile), non vedo la possibilità, ad esempio, che si aprano reciprocamente sedi diplomatiche.
Devo aggiungere, poi, che quelle di cui stiamo parlando mi sembrano più che altro valutazioni personali (di Said, nda) che non trovano un vero riscontro, poiché nessun responsabile della Repubblica Islamica ha mai esplicitato una tale possibilità e, anzi, il regime è sempre stato categorico su questioni come ad esempio l’hijab: è vero che in Iran si vedono molte ragazze che non lo indossano, ma la verità è che la legge che criminalizza l’atto di svelarsi è ancora lì. Dirò di più: hanno cercato più volte di inasprirla, l’ultima volta poco prima che Ebrahim Raisi morisse in un incidente in elicottero nel maggio 2024. In quell’occasione, la legge fu affossata dalla mia amica Nasrin Sotudeh (avvocata e attivista per i diritti umani, nda): fosse passata, l’atto di svelarsi avrebbe comportato il rischio della forca, poiché si sarebbe configurato il reato di propaganda contro lo stato.
Dunque, riassumendo, credo che la Repubblica Islamica si basi essenzialmente su questi tre punti irrinunciabili: morte all’America, morte a Israele, velo obbligatorio. Tolti questi, difficilmente resta una base ideologica forte. A questo punto un cittadino potrebbe chiedersi: ma visto che questo regime non ha portato alcun beneficio economico al popolo, che senso ha che rimanga in piedi? Questo è il motivo per cui dissento dall’idea che maggiori aperture possano venire nel momento in cui il regime riuscisse a garantire la propria continuità: uno degli elementi che serve a garantirla, dal suo punto di vista, è proprio la loro negazione.
Tra l’altro, Nasrin due giorni fa (il 2 aprile, nda) è stata prelevata dai servizi segreti e non si sa dove sia. Sono molto preoccupato per lei.
Q: L’hijab come elemento fondante ed esistenziale per la Repubblica Islamica, però, è una cosa che mi lascia perplesso: l’obbligo è entrato in vigore nel 1981, ovvero due anni dopo la Rivoluzione khomeinista. Mi viene da pensare che questa centralità si sia concretizzata solo in seguito.
A: È vero che l’obbligo è stato introdotto solo successivamente, ma la spiegazione sta nel fatto che nonostante oggi si tenda a pensare che la rivoluzione fu unicamente religiosa, la verità è che vi contribuirono anche altri partiti e altre forze: un ruolo importante lo ebbero il Partito Iraniano del Tudeh o l’Organizzazione dei Guerriglieri Fada’i del Popolo Iraniano, movimenti di estrazione marxista-leninista. Si trattava di una società conservatrice che voleva opporsi a una politica ferocemente secolarizzante dello shah, ma che comunque non era disposta a rinunciare alle libertà civili in un senso di oscurantismo religioso.
La guerra con l’Iraq, che nel settembre 1980 invase il Paese, ha creato le premesse per un repulisti degli elementi che non andavano più bene: i comunisti furono messi definitivamente all’angolo, come anche i Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK) che diventarono un partito di culto e un gruppo terroristico molto pericoloso con forti capacità di infiltrazione e lobbying in occidente ma senza presa all’interno del Paese.
Ci fu persino un titolo di giornale, all’epoca, la cui traduzione dal persiano è: “non c’è nessuna legge sul velo obbligatorio in arrivo”.
La verità è che, con la situazione emergenziale che si è creata con l’invasione irachena, la neonata Repubblica Islamica mise all’angolo i settori di rivoluzione meno consistente (laici e comunisti) e strinse le maglie sulla società, militarizzandola e “militantizzandola”. Credo che questa traiettoria ci sarebbe stata comunque, ma la contingenza bellica l’ha sicuramente accelerata.
Va detto poi che, all’epoca, la maggior parte del paese era molto tradizionalista e religiosa e pensava che tutto sommato fosse un riflesso evidente di ciò che voleva la società; anche l’elemento di reazione a una politica di secolarizzazione molto aggressiva da parte di Reza Pahlavi su una popolazione in buona parte religiosa ha un peso.
Ad ogni modo, oggi quella legge non ha più senso di esistere e credo che molti tra coloro che al tempo la sostennero oggi non lo farebbero.
Q: A proposito della guerra tra Iraq e Iran: quando Saddam invase il Khuzestan, regione con una forte componente etnica araba, mi sembra che si sia verificato un forte fenomeno patriottico e che il senso di iranità abbia prevalso su eventuali divisioni etniche, e che il popolo si sia raccolto attorno alla bandiera in difesa dall’aggressore.
Tu parlavi di anti-americanismo e anti-israelismo come componenti della società iraniana ed elementi fondanti ed essenziali per il regime; oggi, vista l’età media del popolo iraniano (circa 35 anni), il fatto che sia prevalentemente urbanizzato (circa il 73.5% vive in città), il livello di istruzione e il fatto che sia cresciuto con internet, tendo a pensare che segmenti consistenti abbiano un sentimento non dico per forza di simpatia, magari anche di speranza verso l’America.
Con la scellerata aggressione israelo-americana, non credi ci sia la possibilità che il sentimento anti-americano e anti-israeliano possa trovare nuovo vigore, che anche i segmenti tendenzialmente più “filo-occidentali” possano ricompattarsi con quelli più tradizionalisti e religiosi, quindi più legati al regime, in difesa della propria terra, della propria patria?
A: Non a breve termine e non ricompattando il popolo con la Repubblica Islamica. Mi spiego meglio: quando l’Iraq invase l’Iran la rivoluzione era appena avvenuta. È vero che vi fu un forte sentimento patriottico, ma questo combaciava largamente con l’unirsi attorno alla bandiera della Repubblica Islamica. Tra l’altro, in quegli anni il maggior acquirente di armi israeliane furono gli iraniani, che nonostante la retorica erano ben contenti di farlo. All’epoca, Israele considerava Saddam il vero pericolo, non la Repubblica Islamica. Quello che è successo è che effettivamente il senso nazionale ha prevalso, ma la rivoluzione era stata fortemente condivisa da quasi tutti i settori della società soprattutto dalla media borghesia.
Quella guerra servì molto a consolidare la Repubblica Islamica grazie anche alla legittimazione religiosa data dalla retorica del martirio. Credo che sia proprio quello il momento della storia della Repubblica Islamica in cui questa fa fuori ufficialmente i movimenti di sinistra e comincia a guardare unicamente ai religiosi.
Oggi, secondo me, è improbabile che si ripeta una dinamica del genere: gli iraniani ne hanno viste così tante, in particolar modo con il massacro di gennaio, che come non avrebbero accettato di farsi utilizzare dalla propaganda di Trump e Netanyahu, allo stesso modo non sono disposti a farsi usare dalla Repubblica Islamica.
In questi giorni assistiamo a un fenomeno particolare, di video palesemente propagandistici rilanciati anche da persone insospettabili, che dovrebbero avere gli strumenti per capire questo tipo di dinamiche: in uno, ad esempio, si vede un’attrice che recita la parte della ragazza laica senza hijab scesa in piazza sventolando la bandiera della Repubblica Islamica; la realtà degli iraniani dissidenti all’interno del Paese è che continuano a sperare che questo intervento li liberi dal regime.
Quando è scoppiata la guerra, a noi osservatori era già molto chiaro che avrebbero tagliato internet, era evidente; quella mattina sono riuscito a sentire qualche amico e posso dirti che c’era un forte sentimento di speranza.
Ora, è chiaro che se li risentissi oggi probabilmente sentirei cose diverse, ma dobbiamo anche ricordare la loro esperienza più recente per comprendere i loro sentimenti: sono consapevoli che l’intervento israelo-americano non ha assolutamente scopi umanitari ma di interesse da parte di questi attori, però c’era l’idea che dopo il massacro di gennaio – in cui secondo il rapporto[iii] della Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l’Iran Mai Sato si parla di una stima conservativa di 7mila vittime, con la possibilità che siano nell’ordine delle decine di migliaia – non ci fosse una reale possibilità di liberarsi dal regime con la non violenza. Molti hanno sperato che l’intervento avrebbe fatto fuori il regime senza far saltare completamente il Paese.
È un’idea forse ingenua, ma nel contesto delle violenze degli ultimi mesi è anche comprensibile. Ora forse questa idea è meno solida, forse è addirittura scomparsa: è evidente che il regime non sta cadendo, come è evidente che forse da parte degli aggressori non vi fosse una strategia chiara.
Credo che i molti che hanno sperato di liberarsi del regime grazie a un intervento esterno, oggi non sosterrebbero più quell’attacco; questo però non li porterà mai a tornare sotto la bandiera della Repubblica Islamica, che li massacra da anni. Nessuno ci crede più. Inoltre, Stati Uniti e Israele hanno regalato al regime una vittoria insperata: l’uccisione di Khamenei non ha portato alla caduta del regime stesso, che anzi ora ha la possibilità di consolidarsi nella sua base. Era un uomo molto anziano, sarebbe morto naturalmente; loro lo hanno reso un martire.
Q: Trovo assurdo che Israele e Stati Uniti non abbiano immaginato che Khamenei non avesse già preparato la sua discendenza, considerata l’età. Probabilmente non si sarebbe aspettato di morire in quel modo, ma…
A: Scusa, ti interrompo. Secondo me non solo se lo aspettava, ma lo sperava: la Repubblica Islamica si crea sulla rievocazione del martirio dell’Imam Husayn ibn ‘Ali, avvenuto a Kerbela nel 680 d.C: l’oppresso che muore per mano dell’oppressore ma vince con la sopravvivenza della sua comunità. È il mito che si ripete, e a livello simbolico è potentissimo. Questo intervento ha regalato una legittimazione al regime.
Temo che se questa guerra finirà senza garanzie in termini di diritti umani, cosa che purtroppo non sembra essere parte di un eventuale negoziato, i dissidenti che sono riusciti a sopravvivere ai massacri degli ultimi anni possano subire una sorte ancora più dura.
Per me è molto chiaro: non è rimasto più nulla con cui esercitare una pressione sul regime. Se prima esso poteva in qualche modo “fare un po’ di attenzione” per non compromettere troppo l’immagine che hanno nell’opinione pubblica occidentale, questo attacco ha molto polarizzato anche questa parte di mondo: chi vuol portare avanti un’idea di anti-americanismo tutto sommato sarà disposto a passare su qualsiasi notizia di massacri o di arresti di attivisti specchiati come Nasr Sotudeh, che non si sono mai compromessi con i nemici tradizionali.
Q: Magari è una mia impressione, ma sembra che le esecuzioni in questi giorni abbiano preso un nuovo slancio: nelle settimane precedenti all’invasione avevo meno informazioni da questo punto di vista, il mio feed non mi informava molto; adesso invece torna a propormi queste notizie.
A: C’erano anche in quei giorni. Noi abbiamo notizia solo di una parte delle esecuzioni, molte sono state portate avanti in segreto nei giorni del massacro. In quelli immediatamente successivi, avevo fonti dall’Iran che mi informavano di segnali che facevano pensare al fatto che molto probabilmente tanti dei manifestanti dispersi fossero in realtà stati portati in magazzini fuori città, dove li avrebbero impiccati; questo ovviamente non verrà mai confermato, o comunque ci vorrà molto tempo.
Insomma, è successo, succede e continuerà a succedere. È probabile che in questi giorni passi qualche notizia in più in questo senso, perché ovviamente c’è chi ha interesse a usare argomenti che possano giustificare come “umanitario” questo intervento militare.
Purtroppo non mi risulta che le esecuzioni si siano mai fermate.
Q: Vorrei affrontare il ruolo della diaspora iraniana e delle propagande che portano avanti: in occidente vediamo un forte attivismo da parte dei filo-pahlavisti e dei Mojahedin del MEK. Quanto credi siano forti queste posizioni all’interno del Paese, e quanto in realtà è propaganda occidentale?
A: Devo essere chiaro su un punto: numeri in questo senso non ce ne sono, né possono esserci; posso dirti solo qual è la mia impressione, che va dunque presa per quella che è.
Una certezza ce l’ho: i Mojahedin sono chiaramente spinti e montati da gruppi di potere, in Iran non hanno alcuna base.
Per Pahlavi non posso dire lo stesso: circa il 30% delle persone che conosco in Iran sperano sinceramente in un suo ritorno. Attenzione: queste persone non necessariamente sono mai state filo-pahlaviste e probabilmente non lo sono tuttora, ma si sono rifugiati in un’idea di epoca d’oro che in realtà non è mai esistita. Il regime di Pahlavi era brutale, ma l’idea di molti è che quello della Repubblica Islamica lo sia di più.
C’è poi chi è convinto che Reza Pahlavi sia un genio della comunicazione e della politica; personalmente, reputo che sia fortemente inadatto. Promette un futuro in cui torna a guidare il Paese come semplice leader di transizione, ma nel suo programma vedi che ha potere di veto sui membri dell’eventuale Commissione che andrebbe a gestire la transizione stessa, e che quindi possa decidere chi sta dentro e chi no: questo è un ovvio controsenso che può far pensare a un certo autoritarismo.
Lui vende un’idea, un sogno, ed è capace di parlare senza dir nulla; alcune persone che conosco dentro l’Iran seguono questa idea e questo sogno per disperazione. Io credo che l’alternativa che propone non sia fattibile né auspicabile: è vero, sostiene che tornerebbe solo per guidare la transizione e che, nel caso in cui l’esito della stessa conducesse a una monarchia questa non sarebbe assoluta ma costituzionale, parlamentare, come possono esserci in Svezia, Spagna o Inghilterra; tuttavia in questi casi la monarchia è stata depotenziata, e trovo davvero assurdo pensare a un caso in cui, dopo l’abolizione di una monarchia, questa possa essere restaurata per poi dare al monarca un potere puramente simbolico.
Devo dire, poi, che la sua base è molto preoccupante: è violenta, aggressiva. Certo, bisogna fare delle distinzioni: ho amici monarchici che sono assolutamente non violenti e bravissime persone, che semplicemente vorrebbero un Iran laico e l’unico che hanno conosciuto è stato quello della monarchia Pahlavi. Come dicevo, però, soprattutto sui social c’è un attivismo estremamente aggressivo: a fianco delle figure in carne e ossa, che sostengono opinioni molto violente, c’è un vero e proprio esercito di bot, formato da profili non riconducibili a nessuno, che fa molta paura e le cui posizioni espresse ricordano molto quelle dei fanatici filo-Khomeini di 47 anni fa: sono convinti di rappresentare la totalità della popolazione e promettono vendetta, promettono sangue a chi non la pensa come loro. Dovesse realizzarsi questa visione, rivedremmo le scene dei primi anni di rivoluzione khomeinista, con la giustizia sommaria per le strade e i processi in televisione.
Tra l’altro, quello che vedo è miopia e stupidità politica: per quanto uno possa essere intimamente contento del fatto che Netanyahu ha ucciso il dittatore che per anni lo ha oppresso, scendere in piazza con le bandiere americana e, soprattutto, israeliana, ovvero di un Paese che negli ultimi due anni ha commesso gravi crimini di guerra, vuol dire alienarsi le opinioni pubbliche occidentali; vendere la propria causa come “umanitaria”, a quel punto, è semplicemente insostenibile. Sarebbe politicamente più intelligente, per un movimento che voglia in qualche modo presentarsi come fautore dei diritti umani e indipendente da Paesi terzi, mostrarsi con i simboli storici dell’Iran. Sventolare le bandiere dei Paesi che in questo momento stanno bombardando il tuo rende molto agevole per la Repubblica Islamica veicolare la propria propaganda.
Qui possiamo arrivare a un punto cruciale e di forte interesse: Khomeini e i suoi furono molto abili a circondarsi di collaboratori capaci, che hanno permesso al regime di adattare il proprio lessico e la propria retorica per l’uso esterno. Uno di loro fu Mohsen Sazegara, fondatore dei Pasdaran, che conosco personalmente e che ho avuto il piacere di intervistare: all’epoca della rivoluzione era un giovane studente di 24 anni e conosceva perfettamente gli argomenti da utilizzare con i giornalisti occidentali che andavano a intervistare Khomeini, il quale dal canto suo non diceva una parola fuori posto quando spiegava loro perché era anche nel nostro interesse sostenere la rivoluzione. I pahlavisti mancano di questo acume.
Tornando alla propaganda occidentale: non credo che in Iran ci sia chi sostiene Reza Pahlavi perché spinto da questa parte di mondo, per quanto questa spinta effettivamente ci sia; penso piuttosto che i suoi supporter all’interno del Paese si rifugino in un’idea di Iran che non c’è mai stato. Il risveglio da questo bel sogno sarà molto brusco: loro immaginano che la rivolta interna arriverà presto, specificamente nel momento in cui Pahlavi darà il farakhan, ovvero la chiamata alle armi; pensano che, in quel momento, milioni di persone (compresi i disertori dell’esercito dei pasdaran) scenderanno in piazza e prenderanno il regime dall’interno. È una follia.
Q: Per la tua attività di interprete e traduttore, avrai sicuramente il polso della situazione artistica e culturale. Qual è il ruolo di artisti e intellettuali dissidenti che operano internamente all’Iran? Riescono in qualche modo a sfuggire alle maglie della censura di regime e ad avere un impatto sulla società civile?
A: Questa è un’ottima domanda, perché secondo me è uno degli elementi che dà maggiore speranza per il futuro. Scrittori e, soprattutto – in virtù della loro popolarità e quindi della loro capacità di arrivare a fette più ampie di popolazione – cineasti hanno ricoperto un ruolo essenziale in questi anni, soprattutto con il movimento Donna, Vita, Libertà.
Artisti e intellettuali hanno sempre portato avanti importanti iniziative culturali e sociali. Ti faccio un esempio: sono stato più volte interprete di Rakhshan Bani-Etemad, la più celebre regista iraniana, che è quindi diventata mia amica. Rakhshan negli anni è stata molto attiva, con altre figure impegnate a livello sociale, nel sostegno alle famiglie in difficoltà nelle regioni più povere o nel cercare di convincere le famiglie di vittime di omicidio a perdonare l’assassino affinché non venisse condannato a morte; cercava quindi di convincere i famigliari delle vittime di rinunciare al Qesas: si tratta di una possibilità data dalla giurisprudenza islamica, è il cosiddetto “occhio per occhio, dente per dente”, per cui è possibile chiedere una compensazione materiale, ovvero il prezzo del sangue.
Con Donna, Vita, Libertà, poi, molte attrici si sono mostrate senza hijab e hanno raccontato ciò che avevano vissuto negli anni della loro giovinezza o gli episodi di aggressione, ed è importante sottolineare come la loro visibilità non le metteva in alcun modo a riparo dalle ripercussioni: l’attrice forse più famosa in Iran, Taraneh Alidoosti, protagonista nel film Il Cliente, è stata incarcerata nella prigione di Evin per molti mesi; dopo il suo rilascio, è recentemente comparsa in un documentario. Durante gli anni di prigionia ha contratto una malattia autoimmune[iv] che l’ha rovinata, ma non rinnega assolutamente il suo attivismo.
I cineasti non si sono mai tirati indietro, a parte forse nelle ultime settimane e durante il massacro di gennaio: il trauma in quel caso è stato fortissimo e c’era la consapevolezza che probabilmente neanche la fama li avrebbe risparmiati da misure… definitive.
Nasr Sotudeh, l’amica avvocata che menzionavo prima e che è stata in questi giorni sequestrata da uomini dell’intelligence, ha collaborato spesso con Jafar Panahi, sceneggiatore che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso: il regime lo ha condannato a un anno in contumacia, mentre era all’estero. Ha deciso di sfidare il regime, decidendo di rientrare in Iran via terra, passando per il confine turco, martedì (il 31 marzo, nda).
Il problema è che il regime da sempre cerca di spingere i cineasti ad andarsene ed è questo il motivo per cui Panahi ha deciso di tornare: nel momento in cui vanno via, sono facilmente accusabili di non avere più contatto con la realtà locale e quindi di fare film in cui vengono narrate vicende non più attuali, per compiacere il pubblico occidentale. In questo senso ad esempio c’è un altro grande regista, Mohammad Rasoulof, che dopo aver fatto un po’ di carcere con Panahi è scappato all’estero; ora, comprensibilmente, non ha intenzione di tornare e di fatto è stato depotenziato.
L’unica possibilità è restare, mandare giù i bocconi amari e i mesi di carcere, e poi cercare di portare avanti il proprio lavoro.
Q: Nella speranza di non rimetterci la pelle…
A: Andarsene per trovare la propria fine artistica e non essere più in condizione di fare qualcosa di utile per il tuo paese in termini artistici e sociali è forse peggio, per queste persone.
I cineasti resistono e sono l’ultima speranza per i movimenti civili, affinché possano trovare un’eco vasta.
Q: Per quanto riguarda la musica, invece?
A: Anche lì, ci sono artisti che hanno pagato davvero tanto il proprio attivismo. Mi viene in mente Toomaj Salehi, un rapper estremamente critico nei confronti del regime che, nonostante forse abbia avuto la possibilità di uscire dal paese (illegalmente), non lo ha mai fatto e ha deciso di restare, finendo imprigionato più volte.
Quello che invece è stato forse il leader della scena rap persiana, Hichkas, ha preso una traiettoria completamente diversa, folle e violenta: è andato a Londra ed è diventato uno di quei pahlavisti ferocemente aggressivi di cui parlavamo prima. È uno che in passato faceva campagna, per me in maniera assolutamente comprensibile, per Rohani, leader moderato e riformista, e ora dice che devono morire tutti, riformisti compresi. Parliamoci chiaro: sono convinto che l’iraniano comune che sostiene Reza Pahlavi non sostiene questo, ma quelli più in vista come Hichkas o come altri attori o influencer che dall’estero fanno propaganda per lui, lo fanno perché sperano che se un domani dovesse succedere qualcosa questa vicinanza possa portarli a ottenere un posto, un lavoro, una consulenza.
Io sono un grande appassionato di cinema, e dalla tua domanda specifica sulla musica deduco che tu sia appassionato di questa. Ti consiglio un film, racconta bene entrambi i mondi: si chiama I gatti persiani, e racconta un bellissimo spaccato sulla musica underground iraniana a cavallo con il 2009. Quella è la coda dell’ultima fase in cui c’era speranza, in cui certe cose si potevano fare quasi alla luce del sole, nascosti ma non troppo. Traspare ancora una grande insofferenza, una grande stanchezza, una grande rabbia… ma anche una grande fiducia, in qualche modo. Una quotidianità consolidata che fa pensare che forse qualcosa può cambiare.
Q: Per l’ultima domanda, ti chiedo un esercizio di immaginazione e forse anche uno sforzo emotivo, per te che sei così legato a quella terra: come vedi l’Iran tra cinque anni? Quanto si avvicina, questa immagine, all’Iran che speri di vedere?
A: L’Iran è un Paese che insegna che tutte le previsioni spesso vengono ribaltate: nessuno si aspettava la rivoluzione del 1978-79, e una volta scoppiata nessuno si immaginava che sarebbe andata a finire così. Quello che molti temono è che l’Iran si trasformi in un Paese fallito: è possibile, ma credo che la possibilità più concreta è che a un certo punto Stati Uniti e Israele cercheranno una exit strategy. Forse, in realtà, gli Stati Uniti hanno più fretta di uscirne rispetto a Israele, che invece vorrebbe restare fino a che lo Stato non sarà ufficialmente fallito, perché vuol mettere l’Iran in condizione di non nuocere più.
Temo ci troveremo davanti a un regime forse più indebolito, forse meno, ma sicuramente molto più duro all’interno e molto meno aperto rispetto a cambiamenti in termini di libertà politiche o individuali. Molti pensano che il regime sia alla fine dei suoi giorni; io sono molto pessimista su questo. A me sembra che non ci sia nessuna strategia: mi pare che Israele e Stati Uniti puntassero a decapitare il regime, pensando che a quel punto la macchina avrebbe smesso di funzionare; così non è stato.
Anche prima della guerra, quando però era ormai chiaro che ci sarebbe stata, ero scettico: condividevo però la speranza dei miei amici in Iran, anche se era una speranza amara perché sia io che loro sapevamo che ci sarebbero andate di mezzo migliaia di persone. Il mio cuore era con loro, che erano talmente disperati che accettavano anche questo prezzo. Loro sono l’unica parte a cui mi interesso in questo momento, e non credo che ci sia nulla di buono in arrivo: penso che si troveranno a dover vivere una stagione ancora più dura di quella che hanno vissuto finora.
Ora come ora, le defezioni che io immaginavo già a giugno dell’anno scorso non ci sono state. Un medio o basso membro delle forze armate chiaramente vuol pensare alla propria sopravvivenza, ma vedendo che non ci sono defezioni importanti, questo ipotetico membro di medio-basso rango resta fermo. Se Israele e Stati Uniti riuscissero a convincere figure come Mohammad Javad Zarif (diplomatico e politico di alto livello, nda) o Rouhani, a passare dalla propria parte, potrebbe anche essere che qualcosa cambi. Ma è un’ipotesi complicatissima. Per il momento non c’è nulla che faccia pensare a qualcosa del genere.
Tra l’altro: hai un capitale importante, gli iraniani sono così disperati che si buttano tra le braccia di un cretino che non ha mezza idea in testa e tu vai a dire che vuoi riportare l’Iran all’età della pietra?
L’Iran per come lo vorrei io, cioè laico e plurale; la cui integrità territoriale sia rispettata e che quindi non sia mangiucchiato dai movimenti separatisti; che sia a fatica uscito da questi 47 anni di tenebra… Penso che non ci sarà.
[i] https://www.limesonline.com/rivista/voci-dall-iran-16174941/
[ii] https://www.limesonline.com/rivista/voci-da-iran-intervista-oppositori-e-fedelissimi-regime-iran-18590406/
[iii] https://acesse.one/u6l8qh7
[iv] Incuriosito, ho fatto una veloce ricerca: pare che Alidoosti abbia contratto la sindrome DRESS (Drug Reaction with Eosinophilia and Systemic Symptoms). È una rara reazione, spesso legata a traumi o stress immunitario, o da reazioni avverse ad alcuni tipi di medicinali. Anche altri artisti, come il regista Mostafa Aleahmad, ha sofferto una condizione simile dopo un periodo di carcerazione. https://waradana.com/english/article/176178-unknown-disease-affects-cinema-celebrities-after-release-from-prison-in-iran
