Partorirai con dolore

Nell’immaginario collettivo la medicina tende ad essere considerata una scienza esatta: un insieme di esami strumentali, valori di laboratorio, segni e sintomi caratteristici che nel loro complesso, dovrebbero essere in grado di definire una diagnosi e la relativa terapia. Eppure, uno dei sintomi più trasversale e significativo per il paziente è il dolore, il quale è, per sua stessa natura, soggettivo, modulato da fattori biologici, psicologici e culturali. Non è possibile eseguirne una valutazione oggettiva; nella pratica clinica gli strumenti standardizzati utilizzati per quantificarlo (scale del dolore) possono basarsi esclusivamente sulla percezione che ne ha il paziente. Il peso clinico che il medico riconosce al dolore dipende strettamente dalla credibilità che riconosce al paziente. Questo è un enorme problema: il medico non è immune da pregiudizi e stereotipi, anche inconsci, e quando si tratta di bias cognitivi socialmente sistemici diventa la prassi sottostimare la narrazione del paziente, non credergli. Per essere più precisi, non crederle.

Infatti, sono le donne ad essere tra le categorie maggiormente affette dallo scetticismo clinico. Esiste, ad oggi, una vastissima letteratura scientifica che mette in luce la sistematicità del fenomeno. In esperimenti psicologici controllati, ad esempio, è stato richiesto a degli osservatori (clinici e non) di valutare l’intensità del dolore in pazienti di entrambi i sessi attraverso l’osservazione delle espressioni facciali; lo studio ha rilevato che gli osservatori avevano la tendenza a sottostimare il dolore delle pazienti di sesso femminile e, replicando l’esperimento, è stato inoltre rilevato che la valutazione era stata condizionata dalla diffusa convinzione che le donne VOGLIANO esprimere sofferenza; oltretutto le pazienti di sesso femminile sono state valutate come più propense a trarre beneficio dalla psicoterapia mentre per i pazienti di sesso maschile veniva raccomandata una terapia farmacologica1. Gli stereotipi di genere condizionavano e condizionano il trattamento raccomandato. Gli uomini sono esseri stoici, sopportano il dolore e addirittura lo nascondono, lo sminuiscono; le donne, al contrario, sono creature più emotive, più impressionabili, l’esagerazione è quasi sottointesa. (Samulowitz et al., 2018)

Viene da chiedersi se il pregiudizio nei riguardi del dolore femminile sia così diffuso anche nella branca dell’ostetricia e ginecologia, dove tutte le pazienti sono donne. La risposta breve è sì, nonostante la sua intera pratica clinica sia rivolta a pazienti di genere femminile, il ginecologo tende comunque a banalizzarne e sminuirne il dolore. Da una review pubblicata nel 2025 su Medicina (Rivista di Epidemiologia e Salute Pubblica) ad esempio, si mette in luce come durante l’inserimento del dispositivo intrauterino (IUD), solo il 30 % dei medici offre analgesia, nonostante circa il 70 % delle donne riporti dolore da moderato a severo nel corso della procedura2. Le ricerche sullo svilimento del dolore femminile in ginecologia sono dunque presenti, risultano però quantitativamente inadeguate rispetto alla mole enorme di studi che discutono i potenziali rischi e benefici delle procedure ostetriche, senza quasi mai però considerare come fattore degno di nota il dolore che esse comportano.

È in questa cornice problematica che si inserisce il fenomeno della violenza ostetrica. Violenza ostetrica è una definizione ombrello che racchiude un insieme di pratiche, comportamenti o omissioni messi in atto durante la gravidanza, il travaglio, il parto o il post-partum che ledono la dignità, l’autonomia decisionale o l’integrità fisica e psicologica della donna.

È estremamente difficile parlare e riconoscere la violenza ostetrica in Italia, prima di tutto perché non esiste, ad oggi, una legge che la definisca e punisca come tale; inoltre, a livello culturale, è dato quasi per scontato che la donna debba partorire con dolore. Possibilmente senza lamentarsene, altrimenti rischia di essere considerata, anzi apertamente definita, come riportano più testimonianze, una isterica, una bambina, una “cattiva madre”. In contrasto, una “buona madre” è colei che sopporta in silenzio, che si affida completamente al medico curante, che, sostanzialmente, sta zitta e sottostà alle procedure che vengono effettuate sul suo corpo senza obbiezioni. Procedure che, per inciso, possono essere estremamente dolorose.

Una delle più rappresentative è l’episiotomia. Questa pratica comporta un’incisione chirurgica del perineo volta ad allargare l’apertura vaginale. La sua esecuzione dovrebbe avvenire esclusivamente in casi d’emergenza, in anestesia locale e previo consenso informato. Tuttavia, una delle poche indagini condotte in materia, dalla Doxa per l’osservatorio sulla violenza ostetrica del 2017, ha rivelato che il 61 per cento delle donne sottoposte a episiotomia non aveva mai firmato un consenso informato, inoltre circa il 54 % delle donne intervistate ha riferito di aver subito un’episiotomia nel corso del parto3 (il che fa presumere si tratti di una procedura più standardizzata che emergenziale). Un’ulteriore indagine ha preso a campione circa 5000 donne italiane e il 33 per cento ha testimoniato di essere stata sottoposta a episiotomia senza anestesia.4 E inoltre ampliamente documentato come in molti ospedali questa pratica clinica sia ancora indicata in cartella come procedura di routine nonostante le linee guida dell’OMS richiedano l’esatto contrario.

Altri interventi ostetrici ampiamente sottoscrivibili alla definizione di violenza ostetrica sono: tagli cesarei non necessari, esplorazioni vaginali ripetitive e non giustificate, rifiuto dell’anestesia senza che sussistano controindicazioni cliniche e la manovra di Kristeller. Quest’ultima è una procedura clinica particolarmente invasiva e controversa, al punto che in Inghilterra e Spagna è addirittura vietata ma che, nell’ ostetricia italiana, è una pratica quasi di routine, pur essendo spesso non correttamente documentata nelle cartelle cliniche, e quindi tendenzialmente sottostimata. La manovra consiste in una serie di forti pressioni esercitate dal ginecologo con l’avambraccio che spingono sul fondo dell’utero della partoriente. Presenta un’infinità di possibili esiti avversi: fratture del coccige, delle costole, della sinfisi pubica; contusioni al fegato e alla milza, lesioni alle pareti uterine con possibile conseguente emorragia post partum. E queste sono solo le complicanze materne. Al bambino può invece causare sofferenza fetale, frattura della clavicola, danni cerebrali. L’OMS ne sconsiglia fortemente l’esecuzione, eppure in Italia è ancora comunemente praticata. Anche in questo caso, molto spesso senza consenso informato5.

È evidente che vivere e subire questo genere di violenza durante il travaglio condizioni la madre nel post- partum. In particolare, aumenta notevolmente il rischio di sviluppare depressione, ansia, disturbo post traumatico da stress, o aggravare vulnerabilità psicologiche preesistenti. Patologie, queste, a loro volta gravemente sottostimate e minimizzate tanto in ambito sanitario quanto sociale. Anzi, qualora una donna manifesti i sintomi legati ad una di queste condizioni, rischia lo stigma sociale, di essere marchiata con l’etichetta di madre snaturata, fredda, inadatta. Un giudizio talmente intrecciato all’attuale tessuto sociale da essere comune anche tra le donne stesse, tra le madri; di conseguenza il rischio è che siano loro per prime a celare il sintomo, a minimizzarlo e, di conseguenza, ad isolarsi.

Capita, ancora troppo di frequente, che compaiano titoli sensazionalistici sulle prime pagine dei giornali, sulla cronaca nera, quando una madre arriva all’inimmaginabile e ferisce o, peggio, uccide il suo stesso figlio. E, quando capita, solitamente lo stato mentale della donna viene relegato a poche righe gettate in mezzo all’orrore dell’episodio, narrato al contrario fin nei più morbosi dettagli. Invece è necessario, prioritario, analizzare e sviscerare l’insieme di fattori che hanno causato la tragedia; è necessario prenderli tanto sul serio quanto l’evento finale; è necessario acquisire la consapevolezza di una manchevolezza endemica, clinica e sociale, per quanto riguarda il riconoscimento del dolore femminile. Questo è l’unico modo per mettere in atto dei cambiamenti concreti e significativi. Dei cambiamenti, come ampliamente descritto, ancora assolutamente inefficienti.

¹ Zhang, L., Reynolds Losin, E. A., Ashar, Y. K., Koban, L., & Wager, T. D. (2021). Gender biases in estimation of others’ painThe Journal of Pain

2 Grinberg, K., & Sela, Y. (2025). A literature review on pain management in women during medical procedures: Gaps, challenges, and recommendations. Medicina

3 Doxa – Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (2017). Le donne e il parto. Indagine nazionale sulla violenza ostetrica.

4 Università di Padova, Università di Bologna & Università Bicocca di Milano (2025). Indagine “Forties” sulle esperienze di parto e violenza ostetrica in Italia.

5 Papadakis, K. (2019). Critical appraisal of the role of applying uterine fundal pressure in labour: First, do no harm. Hypertension Research in Pregnancy

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