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Mensile di promozione sociale
Direttore: Massimiliano Fanni Canelles
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“Tavola rotonda sul Terzo Settore”

Prospettive di crescita e di trasformazione, problemi da risolvere e punti fermi su cui costruire un maggiore benessere per l'Italia sono stati al centro della “Tavola rotonda sul Terzo Settore” tenutasi giovedì 10 giugno a Bologna, nella Sala polivalente dell'Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna (viale Aldo Moro 50). Promossa da Social News e dall’associazione di volontariato @uxilia Emilia Romagna, l’incontro ha visto intervenire, tra gli altri, Chiara Rubbiani, direttrice del Centro di Servizio per il Volontariato di Modena, Piero Stefani, presidente di Arc-en-ciel e del Centro di Servizio per il volontariato della Provincia di Bologna VolaBO, Andrea Stuppini, responsabile del Servizio Politiche per l'accoglienza e l'integrazione sociale della Regione Emilia Romagna, Paolo Venturi, direttore di Aiccon (Associazione italiana per la promozione della cultura e della cooperazione del non profit) e Massimiliano Fanni Canelles, direttore di Social News.
A vivacizzare il dibattito sono stati gli interventi dal pubblico di Luca De Paoli, portavoce del Forum Terzo Settore della Provincia di Bologna, e Silvano Negretto della casa editrice Negretto Editore, particolarmente attenta nella sua produzione ai temi del terzo settore.

Il rapporto tra Terzo settore e Pubblica amministrazione

Il rapporto tra pubblica amministrazione e terzo settore è stato al centro dell’intervento di Andrea Stuppini, responsabile del Servizio politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale della Regione Emilia Romagna, che si è sofermato sul ruolo che il secondo riveste nell’ambito delle politiche sociali e sui possibili sviluppi futuri. Attualmente, secondo Stuppini, si riscontrano diverse mancanze nelle politiche sociali della pubblica amministrazione dovute principalmente al fatto che il modello sociale a cui quelle fanno riferimento è ormai superato. Oggi, una delle categorie maggiormente in difficoltà è quella degli adulti (soprattutto a causa della crisi economica), ma il modello a cui fanno riferimento le politiche sociali è grossomodo quello di vent’anni fa, quando le fasce di popolazione oggetto dell’intervento pubblico erano principalmente quelle dei minori e degli anziani. A causa di questa arretratezza, dice Stuppini, i servizi sociali non sempre sono in grado di rispondere in maniera adeguata alle esigenze di coloro che vi si rivolgono: infatti, precisa, negli ultimi tempi circa la metà degli adulti che hanno chiesto un qualche tipo di aiuto non ha ottenuto risposte soddisfacenti.
In tutto questo che ruolo riveste il terzo settore? Un ruolo marginale, a quanto sembra: la pubblica amministrazione, che oltre ad avere una concezione piuttosto antiquata dei servizi sociali è spesso anche “malata” di autoreferenzialità, finora non ha fatto molto per coinvolgere il terzo settore nelle politiche sociali. E poiché a causa dei continui tagli anche le amministrazioni più virtuose si ritrovano con pochi soldi in cassa, i progetti che sono stati finanziati sino ad oggi sono stati di frequente quelli meno costosi e, di conseguenza, meno efficaci. Da quersto punto di vista, la situazione appare piuttosto critica. Stuppini avanza però una proposta: dato che, attualmente, il lavoro svolto dal terzo settore in alcuni ambiti delle politiche sociali (soprattutto quelli lasciati “scoperti” dalla pubblica amministrazione, ad esempio l’assistenza agli adulti e agli immigrati) è importante sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo, e stanti le difficoltà della pubblica amministrazione nel mettere in atto politiche al passo con i tempi, perché non coinvolgere il terzo settore già in sede di programmazione, magari chiedendo valutazioni tecniche sulla validità dei programmi elaborati? In questo modo si potrebbero forse utilizzare le (poche) risorse economiche disponibili in maniera più oculata e offrire al contempo servizi migliori e di maggiore utilità. Ovviamente non si tratta della soluzione di tutti i problemi, ma potrebbe però trattarsi di un primo passo nella giusta direzione.

Andrea Mari


Il terzo settore per il recupero dei beni relazionali

La nostra società, ormai nutrita solo di beni economici portatori di un’effimera felicità, ha smarrito il senso del bene relazionale, centro e patrimonio identitario del terzo settore. Questo il messaggio centrale dell’intervento di Paolo Venturi, direttore di Aiccon (Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione no profit). La nostra società si trova oggi, spiega Venturi, a essere denutrita di quello che di più sostanziale offre la vita, ovvero il sostegno delle relazioni sociali. Tale crescente impoverimento della dote relazionale reca all’individuo una serie di altri problemi concatenanti tra loro come l’isolamento, la perdita di autostima e del valore della famiglia. Per Venturi il bene relazione dovrebbe rientrare nel sistema economico come un fattore produttore di Pil, inteso come benessere prodotto interno lordo alla società, mentre il terzo settore dovrebbe godere di un riconoscimento economico maggiore quale fonte di questo benessere. La felicità delle persone – afferma con convinzione – non dipende dalla loro dotazione economica, ma dalla loro dimensione relazionale, e il volontariato è una fonte di benessere sociale perché produce beni relazionali. Inoltre, dedicarsi al volontariato diffonde una dinamica di comportamento spiazzante, diversa dal bisogno di auto affermazione, che aiuta gli individui a riscoprire loro stessi. Per questo il sociale, nelle sue svariate sfaccettature, è un settore che al pari di quello economico e pubblico produce e garantisce benessere. Venturi auspica la realizzazione di una dimensione economica civile più responsabile, dove “più sociale oggi possa significare meno sociale domani”. In merito al rapporto tra Terzo settore e punbblica amministrazione, Venturi sottolinea come il primo non debba sostituirsii al pubblico, ma debba essere accolto e riconosciuto da quest’ultimo come un’entità valoriale portatrice di competenze specifiche e di partecipazione, che, se adottate in sinergia dal pubblico, contribuirebbero a migliorare il ruolo delle politiche pubbliche.

Chiara Panzeri


La formazione per un volontariato maturo

La concezione del volontariato che ancora oggi tende a prevalere nelle rappresentazioni comuni è in realtà superato. Lo afferma Per Piero Stefani, presidente di VolaBo, Centro servizi per il volontariato della provincia di Bologna, che insiste su come non si possa pensare, oggi, di continuare con un volontariato non professionalizzato, che basa la sua forza sull’aiuto di persone prive di una formazione adeguata al compito a cui sono chiamate. Un problema, spiega Stefani, strettamente collegato alla “demonizzazione del guadagno” che accompagna, inevitabilmente, ogni iniziativa di volontariato. Se tra terzo settore e volontariato si venisse a creare una stretta sinergia positiva, il guadagno stesso potrebbe essere reinvestito nel sociale, in corsi di formazione per creare una figura professionalizzata del volontario e anche nella comunicazione. Se è vero che il volontario aiuta chi ne ha bisogno – afferma durante il suo intervento – è anche vero che formare un professionista sarebbe il modo giusto per superare l’idea del volontario “che lavora per” trasformandolo in un volontario “che lavora con”. Si riuscirebbe così a rompere la barriera esistente tra chi aiuta e chi viene aiutato, dando la parola direttamente a coloro che richiedono aiuto. Stefani rifiuta anche la concezione di coloro che scelgono di fare volontario principalmente perché “fa bene a se stessi”: una scelta da incoscienti, la definisce, in quanto il volontariato non deve essere autoreferenziale, non deve trasformarsi in un hobby, ma deve essere un modo per professionalizzarsi, sentirsi parte di un progetto, vedersi riconosciuto un ruolo come in un vero e proprio lavoro. È proprio per questo che formazione, progettazione e comunicazione rivestono un ruolo centrale in questa trasformazione auspicata da Stefani. Proprio la comunicazione dovrebbe farsi carico di creare una rete in grado di unire terzo settore, centri servizi e enti di volontariato per creare una sinergia di intenti in modo che tutte le risorse disponibili vengano utilizzate per un obiettivo comune. Detto ciò, sottolinea Stefani, essenziale è avere a disposizione la figura di un comunicatore professionista in grado di gestire l’ampia mole di lavoro che questo progetto richiede, una figura che sappia comunicare e che possa mettere al servizio del volontariato le sue idee e le sue competenze.
La difficile realizzazione di questo progetto risiede proprio in questo: visto che la comunicazione viene percepita come una materia semplice, accessibile a tutti e che non ha bisogno di professionisti, non si investe nella stessa e non si da fiducia ai comunicatori. Inoltre, visto che la concezione che si ha del volontariato è ancora quella del “no profit” appare poco incentivante per i giovani comunicatori buttarsi in un progetto che non da garanzie di lavoro, stabilità e ne tantomeno guadagno. Il volontariato, quindi, mai come oggi, appare fortemente autoreferenziale, un hobby, un modo per far bene e farsi del bene lontano dal concetto di professionismo del volontariato proposto da Stefani. È evidente, quindi, il problema di fondo: mancando le basi per creare questa trasformazione vengono, inevitabilmente, meno gli intenti e i progetti proposti.

Francesco Pandolfi

 

 

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