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I volti della migrazione |

A tu per tu con gli studenti stranieri del Manfredi-Tanari di Bologna
di Álvaro von Richetti Cirujeda, Valeria Bigongiali, Elisa Erriquez e Rosalba Iemboli
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna
L’integrazione tra italiani e stranieri è una questione sempre più centrale nella nostra società. È importante non solo che le istituzioni pubbliche, tra le quali la scuola, ne abbiano consapevolezza, ma anche che l’affrontino con strumenti adeguati. All´Istituto Manfredi-Tanari di Bologna, seconda scuola della città per numero di iscritti stranieri, abbiamo incontrato un gruppo multietnico di studenti per ascoltare le loro esperienze di confronto e integrazione con i compagni di studio italiani.
Per chi arriva da un paese straniero l’ostacolo iniziale per poter interagire coi coetanei è l’apprendimento della lingua. Un ostacolo che è superato più velocemente dai ragazzi di lingua neo-latina, ad esempio dai rumeni e dai sudamericani, mentre per i loro coetanei arrivati dal sud-est asiatico o dei paesi arabi ci sono le difficoltà sono maggiori. “Ho imparato un po’ alla volta la lingua ascoltando i professori e i compagni – spiega Yuri, ucraino – ma all’inizio è stato difficile”. Per facilitarli, l’Istituto Tanari prevede corsi di alfabetizzazione grazie ai quali i ragazzi, nell’arco di un paio d´anni, riescono a padroneggiare bene la lingua. Tanto che Vlad e Cristina, moldavi, in Italia rispettivamente da cinque e due anni, partecipano a un progetto chiamato “2x1”, che li vede impegnati nel ruolo di tutor degli studenti connazionali appena arrivati.
Riuscire a socializzare in modo positivo non è però solamente una questione di lingua. Da un lato i ragazzi intervistati hanno cercato di farci capire che non esistono problemi rilevanti di convivenza scolastica. “Per fare amicizia – dice Vlad – per me non fa differenza l’origine. Conta la persona, la nazionalità non c’entra. Qui ho trovato compagni meravigliosi, non me l’aspettavo: tutti attaccati a me anche se non capivo l’italiano”. Poi, però, fa una precisione. “Io sono stato fortunato – aggiunge – ma ho amici che non si sono trovati bene”. Cristina, anche lei modava, aggiunge: “Dipende dal carattere. Non direi che mi sono integrata molto bene, faccio ancora fatica ad aprirmi perché sono timida”.
A mano a mano che la conversazione va avanti, emergono alcuni aspetti interessanti sulla profondità dei legami che si stringono a scuola con gli altri ragazzi. Appena sente nominare la parola “amicizia, Juri, ucraino, ci blocca. “Non abbiamo fatto amicizia – sottolinea – ma conoscenza. L’amicizia è una cosa diversa”. I ragazzi ci spiegano, infatti, che preferiscono uscire con i connazionali per una maggiore vicinanza culturale. L’identità dei vari gruppi si conserva in modo forte, come ci spiega Hayat. Arrivata dal Marocco nei suoi primi mesi di vita, racconta di aver conservato interamente le sue tradizioni, continuando a parlare arabo in famiglia. Anche Joanna, originaria dell’Ecuador, preferisce uscire con altri ecuadoriani, perché “le abitudini” dei ragazzi italiani non la divertono. Lei e Tatiana, moldava, insistono sul fatto che i ragazzi italiani sono molto superficiali, per questo non riescono a stringere amicizia con loro. Nel rapporto con gli altri stranieri trovano spesso una maggiore complicità per il fatto di trovarsi in un paese diverso da quello di provenienza. Nonostante questo, la tendenza rimane quella di stringere relazioni più solide con connazionali.
E il loro futuro, come lo vedono? La maggior parte dei ragazzi incontrati è qui in seguito a un ricongiungimento familiare. Come per molti migranti, i loro genitori si sono trasferiti qui a causa di condizioni economiche o politiche sfavorevoli. Nei prossimi anni molti di loro si vedono in Italia: qui ci sono maggiori possibilità di trovare un impiego, le loro famiglie ritengono che studiare qui possa offrire risorse per avere un’occupazione e una vita dignitosa. Tutti, però, mantengono il desiderio di ritornare prima o poi al paese natale.
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