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SETTIMANA DELL’EDUCAZIONE E DELLA PEDAGOGIA
Cesena, 16-22 novembre 2009 – “Serve l’educazione?”
Oltre trenta esperti a livello nazionale e internazionale nel campo dell’educazione e della pedagogia si sono dati appuntamento dal 16 al 22 novembre 2009 a Cesena, per dare vita a una grande riflessione sull’attualità dell’educazione attrverso tavole rotonde, laboratori e seminari di approfondimento, accompagnati da proiezioni di film, spettacoli teatrali, mostre, animazioni per famiglie. L’obiettivo della Settimana, organizzata dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione e alle Politiche educative e giovanili del Comune di Cesena, è stato quello di soffermarsi e riflettere di pedagogia e educazione, toccando temi trasversali quali l’identità, l’integrazione, la partecipazione, la multiculturalità, la disabilità, abbracciando diverse discipline che vanno dalla sociologia alla filosofia, dall’antropologia all’economia, fino all’arte e l’architettura.
La Redazione Junior di Social News ha seguito alcuni tra i tanti appuntamenti in programma.
Dalla tavola rotonda di apertura “Serve l’educazione? L’educazione tra crisi e potenzialità”
Si alza e cammina con decisione verso il tavolo dei relatori, verso il microfono che le viene avvicinato. Biancamaria si presenta come ex maestra, e come mamma soprattutto. “Pretendo che mia figlia chiami la propria insegnante ‘Maestra Franca’. Lei mi risponde che gli altri bambini la chiamano solo ‘Franca’, ma io sono irremovibile. Voglio che abbia bene in mente la distinzione tra la Maestra e l’amichetta che porta lo stesso nome. Voglio che impari il rispetto”.
La riflessione di Biancamaria arriva a conclusione di un incontro che ha toccato diversi aspetti dell’educare e ha sottolineato quanto sia forte il bisogno di una riflessione accurata su questi temi. Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione, aveva iniziato il suo intervento dal significato della parola “educazione”. Un termine mai neutrale, che racchiude in sé sia un elemento di intenzionalità, l’atto di insegnare, sia elementi accidentali, legati alle esperienze di ciascuno. Per Demetrio l’educazione è una presenza esistenziale costituita da esperienze che ci hanno mutato e migliorato, quindi ci appartiene profondamente. La crisi dell’educazione non sarebbe oggettiva, ma tale in relazione alla mancata intenzionalità istituzionale. Spesso, cioè, si concepisce l’educazione in funzione di qualcos’altro, come qualcosa che ha a che fare con il profitto, dimenticandosi che essa è una necessità vitale e, come tale, non può e non deve sparire dalla nostra esistenza.
Più tecnico-empirico l’intervento di Jean-Pierre Pourtois, docente presso l’Università belga di Mons. La presentazione di un’importante indagine svolta sui bambini di un piccolo paese nel Belgio, racconta Pourtois, fa emergere come nell’arco di 30 anni siano avvenuti cambiamenti sostanziali a livello di socializzazione, relazione ed emancipazione, che hanno modificato i sistemi di apprendimento e che non si possono ignorare per muoversi in modo adeguato oggi.
Roberto Farnè, docente presso l’Università di Bologna, ha sottolineato come “l’educazione sia sempre in crisi”. “Si tratta di un dato naturale, ha tenuto a precisare Farnè, dovuto al fatto che essa ha necessariamente una tensione verso il futuro: la pedagogia cerca di costruire le migliori condizioni possibili del fare educazione”. Ma un problema del tutto nuovo che si pone oggi riguarda la crisi di competenze e di ruoli tra famiglia e scuola. “Le famiglie attuali sono mediamente più istruite che nel passato – ha spiegato il docente – ma non pensano che gli insegnanti siano più competenti e preparati di loro. La famiglia si crede superiore alla scuola e ne abbassa il dato di autorevolezza e credibilità, continua a rimodellare il concetto di autorità – concetto che deve esistere nella relazione educativa. Questo però è un problema degli adulti, non dei bambini: chi deve assumere il ruolo autorevole?”.
Alain Goussot, anch’egli docente presso l’Università di Bologna, ha concluso sottolineando che, in un contesto di grandi trasformazioni e di un preoccupante aumento degli “analfabetismi di ritorno”, la bravura dell’educatore consiste nell’avere passione per il proprio compito, passione che non si può insegnare, ma solo trasmettere come fosse un virus”.
di Beatrice Bellucci
Dalla tavola rotonda di apertura “Educazione, interculturalità e percorsi di inclusione”
L’importanza di integrazione di altre culture e il bisogno di progettare percorsi di inclusione sono stati al centro della seconda tavola rotonda della Settimana dell’educazione e della Pedagogia, moderata dal professor Alain Goussot, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna. Ad aprire la riflessione è stato il professor Edgar Serrano della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Padova, che ha posto l’attenzione sul paradigma pedagogico maggiormente utilizzato, quello che interpreta “l’interculturalità come diversità”. Una diversità che, per essere concettualizzata in quanto tale, prevede necessariamente una “normalità”, che si erge su di un livello superiore. Meglio fare spazio allora a un nuovo paradigma, quello della “varietà culturale”, basa sul principio del sapere cose diverse. Per l’affermazione di questo nuovo modello, la scuola deve promuovere competenze interculturali, ovvero la conoscenza di contesti e linguaggi altri, evolvendosi da istituzione che riproduce la cultura a una in cui la cultura si costruisce attraverso la varietà culturale, le competenze interculturali e l’intelligenza relazionale. Occorre quindi, secondo Serrano, costruire l’Italia dei nuovi cittadini attraverso provvedimenti pluriculturali che vadano a minare il limite strutturale del sistema italiano, ovvero la fortissima impostazione monoculturale.
Il professor Antonio Genovese, docente di Pedagogia Interculturale dell’Università di Bologna, ha focalizzato il suo intervento sul concetto di multiculturalità. Riferendosi ai dati dell’ultimo “Dossier Statistico sull’Immigrazione”, realizzato ogni anno da Caritas e Fondazione Migrantes, oggi la multiculturalità è, ha detto Genovese, un dato strutturale della società. Stiamo assistendo in Italia a una trasformazione della qualità del flusso migratorio: da una migrazione lavorativa a una di popolazioni, di famiglie che si stabilizzano.
Il presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme, Nazzareno Guarnieri, si è focalizzato sul problema del processo di scolarizzazione che, per le popolazioni di cui è portavoce, è “all’anno zero”. Secondo Guarnieri la questione dell’immigrazione oggi è trattata solo come business e spesso aiutare una persona debole con una cultura diversa si riduce alla violazione di questo bagaglio culturale e allo sviluppo di una mentalità assistenzialista. L’obiettivo del lavoro culturale deve essere invece quello di “scoprire le radici comuni che stanno nel futuro che ci accomuna” e per fare ciò non ci sono ricette pronte, occorre sperimentare diverse iniziative.
Nel corso della tavola rotonda, il Comune di Cesena ha presentato diverse iniziative che sostiene in campo interculturale attraverso lo Sportello Intercultura “Mirca Aldini”. Lo sportello offre formazione, consulenza, informazione e documentazione rivolta a studenti e famiglie, operatori del settore e istituzioni. Oltre a questa esperienza, è stata presentata dalla responsabile Desantila Hoxa anche quella del Centro Intercultura e del Centro studi e Azione pedagogica “R. Laporta” del comune di Ortona, in provincia di Chieti. Particolarmente interessante il progetto intitolato “Semi migranti. Femminile plurale”, un laboratorio rivolto alle donne e finalizzato alla riflessione sulla loro esperienza migratoria, per aiutarle a superare la condizione di isolamento che le riduce spesso a presenze invisibili nella cittadina.
A conclusione dell’incontro l’intervento del poeta e scrittore, nonché esperto di comunicazione interculturale, Hamid Barole Abdu, che ha sottolineato l’importanza dell’informazione e della formazione per l’educazione. A seguito di una riflessione sugli elementi fondamentali dell’immigrazione e delle politiche per l’immigrazione in Italia, ha affermato come “gli immigrati siano desiderati ma non benvenuti”, dal momento che, come dimostra l’ultimo decreto flussi, sono da ammettere in Italia solo per certi scopi. Barole ha proposto alcune azioni di sistema per combattere la discriminazione: la cittadinanza e il diritto di voto, il riconoscimento dei titoli di studio, la valorizzazione delle competenze, il superamento degli stereotipi, il sostegno al lavoro autonomo e l’integrazione delle seconde generazioni. Ricordando, in conclusione, una cosa che non va mai dimenticata: gli incontri interculturali sono soprattutto incontri tra persone.
di Elisa Gentili
Dalla tavola rotonda di apertura “Educazione e intervento di comunità: la città educativa
“L'opinione che si possa affidare a una categoria sociale di cittadini (gli educatori) o a una particolare istituzione (la scuola o la famiglia o la chiesa) l’opera educativa… è radicalmente errata. È sempre la società che educa, anche se la sua azione può rendersi diseducatrice nel senso etico, giacché sono le concezioni, i valori, gli umori profondi della società che penetrano, nonostante ogni barriera, nel tessuto psicologico individuale dell’educando e ne determinano convinzioni e comportamenti”. Così scriveva Giovanni Maria Bertin, nel 1968.
La formazione dei giovani in relazione a un sistema formativo allargato, in cui la città e il territorio sono attori importanti, sono stati oggetto di riflessione nella tavola rotonda conclusiva della Settimana dell’Educazione e della Pedagogia di Cesena, intitolata “Educazione e intervento di comunità: la città educativa”.
Il territorio, hanno evidenziato i relatori, possiede innumerevoli possibilità educative. Agli enti locali spetta il compito di armonizzare le attività di tutti i servizi educativi, città e scuola principalmente, al fine di costruire un percorso didattico coerente, ovvero un sistema formativo intergrato. L’incontro è stato l’occasione per ripresentare il dibattito sul sistema formativo allargato, avviato in Italia a partire dagli anni ’60, per delinearne le possibili evoluzioni future.
Il professor Luigi Guerra, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, ha puntualizzato come l’interazione scuola-territorio svolga un ruolo centrale nell’educare alla cittadinanza: non solo come comprensione dei meccanismi di regolazione del vivere civile, ma soprattutto nel costruire appartenenza attraverso la conoscenza del patrimonio culturale che caratterizza un territorio.
Un aspetto particolarmente importante oggi che, come ha sottolineato il professor Paolo Perticari, docente di Filosofia della Formazione all’Università di Bergamo “la città si vuota di cittadini e cittadinanze”. Secondo Perticari, oggi non è possibile costruire percorsi di cittadinanza criptando sistematicamente la presenza di una moltitudine di esclusi, così come riteneva già Don Milani cinquant’anni fa. Se per esclusi si pensa spesso a mondi lontani nel tempo e nello spazio, l’intervento del professor Alain Goussot, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna, è servito a sgomberare il campo di riflessione da ipotesi errate. Dati alla mano, quasi sei milioni di italiani sono totalmente analfabeti (ricerca dell'Università di Castel Sant'Angelo Unione Nazionale per la Lotta contro l'analfabetismo), 480 mila bambini con età inferiore a 15 anni lavorano a tempo pieno – di cui 70 mila sono stranieri (indagine IREG CGIL e Save the Children Onlus), il 24% dei minori in Italia è esposto al rischio povertà (fonte Save the Children Onlus). Ciò significa che, a vent’anni esatti dalla stipula della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia, l’Italia è ancora alle prese con un’emergenza che pensavamo appartenesse al nostro passato.
La realtà attuale ci mostra un mondo di incertezza, di insicurezza e che spesso si esprime con la negazione dell’altro e con una reciproca mancanza di fiducia. Dal dibattito è emerso che la sfida più importante della città educativa sia quella di coniugare identità e diversità, appartenenza e identità culturali, sviluppo e inclusione. E affermare la conoscenza, il dialogo e la partecipazione come reali antidoti all’insicurezza. Che non si tratti di una mera affermazione di principi, è stato testimoniato dalle numerose e positive esperienze italiane riportate nel corso della manifestazione. I progetti di lotta alle esclusioni scolastiche realizzate dal Centro di documentazione educativa di Comune di Cesena o i progetti di costruzione di spazi urbani di aggregazione realizzati dal Gruppo Abele di Torino sono esempi incoraggianti.
Gli interventi degli esperti (psicologi, pedagogisti, antropologi, filosofi, educatori) sono stati caratterizzati da una grande partecipazione, intensità, passione, anche nel sottolineare le difficoltà, soprattutto di natura economica ma non solo, in cui agiscono gli operatori dell’educazione. Tuttavia questo è lo stato d’animo giusto che deve animare chi opera in un ambito che riguarda il futuro di tutti. In questo senso, sono ancora le parole del prete di Barbiana ad offrirci una chiave di lettura quanto mai attuale. “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”
di Pino Caligiuri
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