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I volti della migrazione |

Il terremoto di Naim
di Luca Casadei
Naim Mustapha ha 23 anni, un diploma di tecnico elettronico e delle telecomunicazioni e un cuore grande così. Arrivato dieci anni fa in Italia dal Marocco, vive dal 2000 a Ravenna, dove lo scorso 22 aprile ha festeggiato il suo ultimo compleanno, esprimendo il desiderio di trovare al più presto un lavoro. Tre giorni più tardi, a mezzanotte, è partito su un camioncino carico di giocattoli alla volta di Onna, un paese di cui non aveva mai sentito parlare fino a poco tempo prima. Quando alle quattro del mattino ha visto dal finestrino il cielo d’Abruzzo, gli è bastato un attimo per capire che stava per vivere qualcosa di grande.
Naim, torniamo un attimo su quel camion. Quando hai deciso di salirci?
Alcuni amici del Centro islamico di Ravenna mi avevano detto che a Onna, subito dopo il terremoto, erano arrivati molti volontari dell’Islamic Relief per soccorrere chi ha perso la casa e che c’era l’opportunità di unirsi a loro per poter dare una mano. Non ci ho pensato un attimo e sono partito.
Sapevi che cosa stavi andando a incontrare?
Sapevo che c’erano altre persone che avevano bisogno di aiuto e poco altro. A dire il vero non conoscevo neppure l’Abruzzo, non essendoci mai stato. Quando sono arrivato ho scoperto che, anche se è al sud, è un posto in cui fa piuttosto freddo per via delle montagne e che avrei dovuto portarmi qualcosa di più pesante.
Dal 25 aprile al 13 maggio hai prestato servizio a Onna, qual era la tua giornata tipo?
Il mio compito principale, insieme ad altri volontari, era quello di servire il pranzo e la cena alla mensa: sistemare i tavoli, apparecchiare e sparecchiare. Un servizio che ci occupava dalle undici alle tre del pomeriggio e dalle sei alle dieci e mezza di sera, quando tornavamo nelle tende per dormire. Il resto del tempo lo abbiamo trascorso insieme ai bambini, giocando e parlando con loro.
Praticamente sei stato 24 ore su 24 a contatto con la gente di Onna...
Ho avuto modo di conoscere tanti giovani, adulti e anziani colpiti dal terremoto. Anche se non li avevo mai visti prima, mi sono sentito subito vicino a loro. L’affetto che ho provato a dare l’ho sentito tornare indietro da parte loro. Mi sono sentito accolto per quello che sono, e non è poco.
Che cosa intendi dire?
Io e gli altri volontari eravamo quasi tutti stranieri. Le persone che abbiamo incontrato hanno potuto vedere che anche se siamo immigrati non vuol dire che siamo cattivi, come sostengono molti media. Vivendo fianco a fianco è possibile conoscersi per ciò che si è veramente, mettere da parte i pregiudizi e dare valore a ciò che unisce.
Niam prima e dopo l’Abruzzo...
C’è stato un terremoto anche per me. Prima di partire ero disperato perché, dopo essermi diplomato, non ho ancora un lavoro. A Onna ho capito che posso essere utile anch’io a qualcosa, che posso servire. Ho sperimentato cosa significa essere in pace.
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