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I volti della migrazione |

La migrant letterature di Fatima Ahmed
Dall'incontro “Aukuì” – Sabato 20 marzo 2010 – Festival delle fragilità metropolitane
Una condizione liquida, mediana – o liminare per dirla con Bordieu – in cui si trovano le persone migranti. In una parola, Aukuì, letteralmente “diavoli neri”, nome con cui i cinesi si riferivano ai cambogiani. Eppure anche i vicini d casa vietnamiti e gli stessi cambogiani la definivano indiana. In Somalia, invece, fu etichettata come “somala della Cambogia” o semplicemente cambogiana. Ecco la storia di Fatima Ahmed, scrittrice italiana di origine somala ospite giovedì 18 marzo all'incontro Aukui. Donne globali che raccontano, tenutosi al Centro delle Donne di Bologna, nell'ambito del festival delle fragilità metropolitane “Naufragi”.
La storia di Fatima è contraddistinta da sempre da un’identità culturale multipla: nata in Cambogia da padre somalo e madre indo-vietnamita, è stata costretta a spostarsi dal suo paese natale insanguinato dalla guerra civile per cercare riparo in Somalia. Qui resta solo tre anni, fino al ‘73, quando dopo la morte di suo padre approda in Italia in cerca di quella stabilità e pace che sia in Cambogia sia in Somalia le sono mancate. Qui si occupa inizialmente di interpreteriato dal vietnamita fino a intraprendere la carriera di scrittrice che ha inizio, racconta, con la sua fortunata partecipazione al concorso letterario promosso dall’associazione EKS&TRA, che si occupa di letteratura e migrazione. Pubblica i racconti "Il Ritorno", "Shanti" (per cui riceve la Medaglia della Presidenza della Repubblica italiana), "Gocce di ricordi", vincitori di premi letterari, mentre Aukuí è il suo primo romanzo.
Quante sono le sue identità? E come definirsi in Europa e soprattutto nell’Italia contemporanea che sembra tanto restia a confrontarsi con l’Altro e la diversità? E’ cosi difficile rinunciare a definizioni ordinanti e ordinarie e godere liberamente di un patrimonio culturale e identitario ricco, plurimo e aperto? Forse difficile, ma non impossibile, guardando all’esperienza di Fatima Ahmed e ascoltando le sue parole oggi, quelle di una donna che, dopo aver subito tante discriminazioni, riconosce proprio nell’assenza di un'univocità nella sua identità personale la sua più grande ricchezza. Una donna che ha saputo affermarsi dal punto di vista professionale e nella vita personale, essendo, oltre che scrittrice, madre e nonna (la famiglia, afferma, rappresenta il suo riscatto).
Alla domanda “quante lingue parli?”, Fatima risponde “Ho studiato francese alla scuola che frequentavo in Cambogia, ma lì parlavo sempre cinese e cambogiano, ma anche il vietnamita che è la lingua di mia madre. Mastico un po’ di inglese e sto studiando l’olandese, perché in Olanda vive la maggior parte della mia famiglia e voglio sentirmi a mio agio quando vado a trovarla. L’arabo l’ho imparato, anche se non lo parlo da molto mentre il somalo l’ho rifiutato. Fu una ribellione nei confronti di mio padre. E, ovviamente, l’italiano”.
Ecco che la condizione in cui si trovano le donne e gli uomini migranti rivela nella scrittura tutto il suo potenziale. La ricchezza della cosiddetta “migrant literature”, a lungo e tutt’oggi sottostimata dall’editoria italiana, esprime un sistema di pensiero e di parola nuovi, dal grande valore letterario, ma anche una funzione e una destinazione fortemente implicate nella realtà sociale: sono testi che indagano la società e che cercano di modificarne e migliorarne il (tanto) migliorabile.
Valeria Memè
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna
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