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Minori nel mondo

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Intervista a padre Giuseppe Berton, missionario saveriano a Freetown (Sierra Leone)


di Lara Sambiagio e Gerardo Carvelli,

studenti del Corso di laurea magistrale in Scienze della Comunicazio e Pubblica e Sociale dell’Università di Bologna


Padre Giuseppe Berton, saveriano italiano, ha costruito e gestisce a Freetown, capitale della Sierra Leone, un centro di accoglienza per minori in condizioni di disagio familiare e sociale o di estrema miseria. Qui vivono anche molti ex bambini soldato, costretti a combattere durante la guerra civile conclusasi nel 2002.

"Oggi – spiega Berton – non ci sono più bambini soldato in Sierra Leone, ma in altre zone dell’Africa dove ci sono guerre in corso, ad esempio in Ruanda, questo fenomeno continua. Ci si approfitta degli elementi più deboli della società, i bambini appunto, per raggiungere i propri scopi bellici. Non ci si preoccupa se questo comporta la morte di ragazzi o il loro totale isolamento dalla società in cui sono cresciuti, anche quando la guerra è finita, come è accaduto in Sierra Leone”.

Essere coinvolti dalla guerra significa lasciare per sempre la società di appartenenza?
Sì. Nelle società tribali africane, fin dalla pubertà i ragazzi vengono sottoposti a dei veri e propri rituali di “iniziazione” con cui sono introdotti a tutti gli effetti nell’età adulta. Attraverso questi rituali a ogni ragazzo vengono attribuiti particolari ruoli nella propria tribù e particolari “servizi”. C’è un giuramento in cui si promette di essere fedeli alla propria tribù o villaggio: se viene infranto, come accade quando i ragazzi vengono coinvolti nelle guerre e diventano “ribelli”, non ci può essere il perdono da parte della tribù.

In nessuna occasione?
In queste società è molto forte il senso della sacralità, dei “tabù” che vengono stabiliti e a che tutti devono rispettare. Se un ragazzo diventa un ribelle, rompe questi tabù: anche se lo fa perché costretto e in seguito se ne pente, è molto difficile che venga riaccettato. Anni fa riuscii a far uscire dal carcere un ragazzo e a portarlo dal capo della sua tribù, ma questi non poté decidere da solo se riaccettarlo o meno: è una scelta che spetta anche alla famiglia, al consiglio degli anziani e al resto della tribù. Il ragazzo, considerato ormai adulto, fu giudicato colpevole per quanto aveva fatto, non una vittima.

Anche le ragazze furono coinvolte dalla guerra civile in Sierra Leone?
Sì, al pari dei ragazzi. Molto spesso le ragazze hanno subito abusi sessuali, sono state prese come moglie concubine dai capi dei ribelli. Rispetto ai maschi molte meno ragazze e bambine sono uscite vive da simili situazioni. Senza dimenticare che ci sono state anche ragazze che sono state costrette a combattere.

I ragazzi che combattevano venivano drogati?
Si, veniva data loro marijuana, a volte anche cocaina o polvere da sparo. Ma ancora più forte della droga fisica era la “droga politica”: i ragazzi venivano indottrinati alla lotta e ai “valori” dei ribelli, spesso dimenticavano sé stessi e le proprie famiglie, diventando capaci di compiere atti crudeli. Molti di loro soffrivano della sindrome “border-line”: avevano veri e propri accessi di violenza, in cui potevano arrivare anche ad uccidere, ma dopo dieci minuti tornavano in sé e spesso piangevano per ciò che avevano fatto.

Quando è arrivata la guerra a Freetown?
I “ribelli” sono entrati a Freetown due volte, nel 1997 e nel 1999. Se i ragazzi costretti a combattere riuscivano a fuggire dall’esercito dei ribelli, tornando nelle campagne rischiavano di essere uccisi dalla propria tribù. In città era diverso, perché c’era la polizia che poteva proteggerli. Io stesso fui prigioniero dai ribelli, rimasi in carcere per circa un mese, ma riuscii a liberarmi anche grazie al fatto che tra i ribelli c’erano i cosiddetti “civili arrabbiati”, che capivano la situazione e a volte aiutavano a fuggire.

Come sono stati gli inizi della sua attività di accoglienza?
Quando i ribelli sono entrati a Freetown, io ero parroco alla periferia della città. I ribelli portavano al loro seguito ragazzini anche molto piccoli: iniziai a cercare di farli fuggire attirandoli con offerte di cibo e promesse di aiuto. Il territorio della parrocchia era diviso da un fiume: da una parte c’erano i ribelli e dall’altra i “regolari”: quando si sparavano, mi offrivo per dar riparo ai ragazzi. Li facevo nascondere e poi dicevo che erano scappati, offrendo riparo per altri ragazzi.

Qual è il ricordo che avevano delle proprie famiglie i bambini al termine della guerra?
A causa del trauma subito alcuni ragazzi avevano dimenticato le proprie origini e i propri familiari. Altri li ricordavano con rabbia e rancore, perché pensavano di essere stati abbandonati. Occorreva ricostruire in loro l’affettività che avevano perso, cosa molto difficile.

Chi sono i ragazzi ospitati oggi nel centro?
Oggi ospitiamo i ragazzi che si trovano sulla strada: ragazzi abbandonati o fuggiti dalla famiglia perché vivevano in situazioni di grande disagio. Parlo di famiglie grandissime, che possono arrivare fino a trenta figli acquisiti: questo perché  accade che se in una famiglia viene a mancare il padre, i figli vanno a vivere con il parente maschile più stretto del defunto. In queste famiglie spesso i ragazzi non riescono ad avere una vita serena.

Che prospettive hanno i giovani della Sierra Leone oggi?
Prospettive non molto rosee, purtroppo. La Sierra Leone ha un’economia prevalentemente agricola: è difficile far tornare all’agricoltura ragazzi o uomini che sono stati soldati, così i campi restano spesso abbandonati. In sé la Sierra Leone è ricca di risorse minerali, ha fiumi molto pescosi, ma manca la specializzazione per far sfruttare queste risorse.

 

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