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Un viaggio a Imola, capitale italiana dell’educazione stradale

Origini, storia e sfide per la formazione dei giovani – A tu per tu con l’ispettore Noferini

L’educazione stradale riveste una grande importanza per la formazione dei più giovani. Nella città di Imola e nella provincia di Bologna sono tanti i ragazzi delle scuole elementari e medie che ogni anno sono coinvolti in corsi mirati a un corretto uso della strada. Alle elementari sono 11471 ragazzi divisi in 538 classi, alle medie 1725 in 75 classi, senza contare la sperimentazione avviata nelle scuole superiori, che ha coinvolto quasi 500 ragazzi in 26 classi di 12 istituti presenti nei quattro comuni di Bologna, San Lazzaro, Castelmaggiore e Vergato. La maggior parte degli studenti coinvolti nel’attività di educazione stradale sono di Imola: se ne contano 2274 in 104 classi delle elementari (quasi un quinto del totale) e 700 in 32 classi delle medie medie (circa un terzo). Le attività di educazione stradale sono partite nella seconda metà degli anni Ottanta e nel tempo si sono evolute e migliorate, arrivando a coinvolgere diverse personalità educative oltre agli operatori di polizia. Le iniziative sono partite quasi tutte da Imola (città all’avanguardia in questo campo nel panorama italiano) estendendosi poi in Provincia e ricevendo finanziamenti sempre più consistenti. Nel 2008 il Comune di Imola ha stanziato una cifra compresa tra i 10000 e gli 11000 euro per l’attività di educazione stradale, attingendoli dalle entrare derivanti dalle infrazioni, secondo una corretta interpretazione dell’articolo 208 del Codice della strada; la Provincia ha stanziato dal 2006 al 2009 85mila euro per la “Formazione ai Formatori” e 155mila euro per i sussidi didattici e il coordinamento. Se l’impegno e le attività non mancano, c’è ancora strada da fare su un aspetto fondamentale: la verifica dei risultati ottenuti. Manca infatti un sistema adeguato in grado di verificare l’impatto che una campagna di educazione stradale ha sui ragazzi coinvolti; fino a oggi ci si è affidati alla percezione che si può avere girando per la strada e al numero degli incidenti mortali, che per fortuna è in calo sia in Italia che in provincia di Bologna.
Abbiamo intervistato l’ispettore Capo di polizia municipale Emilio Noferini, attuale responsabile dei progetti di educazione stradale per la provincia di Bologna, in passato alla Polizia Municipale di Imola, dove è riconosciuto come l’iniziatore dell’educazione stradale nella città.
 
Le origini – «Nel 1985 – racconta l’ispettore Noferini – partecipai con una delegazione della Polizia Municipale imolese a un incontro internazionale di Polizia a Lucerna, in Svizzera, dove già dagli anni ’60 si faceva educazione stradale. Colpiti dall’entusiasmo di alcune persone impegnate da anni in questa attività, io e altri colleghi ci chiedemmo se fosse possibile avviarla anche in Italia. Nel corso degli anni, poi, siamo stati noi imolesi a migliorarla: rispetto alla Svizzera volevamo un progetto che coinvolgesse la scuola in prima persona, visto che è l’ente predisposto all’educazione, ma anche le famiglie. Siamo partiti nell’anno 1985/86 con alcune classi delle elementari, negli anni ’90 già una cinquantina di comuni in tre diverse regioni avevano adottato questo progetto». L’unione di forze tra l’ente pubblico, la scuola e le famiglie è da sempre una peculiarità dei progetti di educazione stradale svolti a Imola.

Educazione stradale: perché? Sono diversi i motivi, secondo Noferini, per cui è importante puntare sull’educazione stradale dei giovani. Prima di tutto per limitare le stragi sulle strade. «Lo scorso anno – spiega – a livello nazionale si sono registrati circa 6400 morti, 250000 feriti e 20000 feriti gravi». Non manca poi anche un aspetto economico. «L’Italia – sottolinea – è destinata a finire in sanzione con l’Unione Europea, visto che gli stati membri si erano impegnati a dimezzare, entro il 2010, il numero di morti sulle strade registrato nel 2000. In Italia allora se ne contavano 7500 ogni anno, attualmente siamo ancora lontani dal dimezzare tale dato. Lo stato ha provato a fare qualcosa a livello repressivo, come la patente a punti e l’inasprimento di pene e sanzioni.  Solo che, una volta terminato l’effetto mediatico, il numero dei morti è tornato a salire. La repressione ci deve essere, e deve essere fatta seriamente, ma da sola non basta se non c’è anche una parte formativa, come nei paesi del Nord Europa hanno già capito da tempo».  C’è anche un obbligo di legge. «Già l’articolo 230 del Codice della strada, varato nel 1993, prevedeva che i Ministeri studiassero programmi adatti per fare in modo che nelle scuole si avviasse una seria educazione stradale. Anche secondo le ultime indicazioni dell’attuale Ministero della Pubblica Istruzione, l’educazione stradale deve essere inserita all’interno delle 40 ore del quinquennio insieme a materie come Diritto e Costituzione, cioè l’educazione civica».

L’evoluzione – Molti dei progetti attuati a livello provinciale sono nati dall’esperienza di quanto fatto a Imola negli ultimi anni, nelle scuole elementari e medie. Progetti che da sempre hanno previsto sia una parte teorica in classe sia un’esperienza concreta sulla strada. «Perché è importante dal punto di vista pedagogico – afferma Noferini – che certe situazioni vengano vissute dai ragazzi in maniera diretta e in modo individuale». Per questo, generalmente, i progetti prevedono tre incontri durante l’anno scolastico: due all’interno della classe (generalmente in palestra) e uno di lavoro pratico sul campo. Dalla loro nascita a Imola, nella seconda metà degli anni ’80, i progetti sono migliorati notevolmente sia per quel che riguarda il numero delle iniziative proposte sia sotto il profilo pedagogico. La Provincia, che si occupa del coordinamento e della formazione, fornisce gratuitamente ai Comuni e alle scuole i materiali e organizza i corsi per insegnanti e operatori.
Si è cercato di puntare sul coinvolgimento non solo delle diverse discipline scolastiche, ma anche di altre personalità. «Per i ragazzi – chiarisce Noferini – diventa più interessante capire, per esempio grazie alla fisica, come si misura lo spazio di una frenata. Ed è utile poter ascoltare le testimonianze dirette dei vigili e dei medici, far loro domande per capire gli aspetti più concreti. In questo senso, per il programma rivolto alle scuole Superiori, è stata molto utile la collaborazione con l’ospedale riabilitativo di Montecatone, così come quella con la Croce Rossa di Imola, che ci ha permesso, nelle medie, di portare avanti un progetto che è la simulazione di una chiamata di soccorso al 118. Un progetto in atto già dal 1992 a Imola e da due anni anche in Provincia».
La sperimentazione svolta alle superiori ha puntato quest’anno a coinvolgere in maniera ancora più diretta i ragazzi nelle attività di educazione stradale. Ogni classe ha scelto alcuni suoi componenti che hanno sviluppato dei momenti formativi sia sul lavoro da testimonial (in collaborazione con l’Università di Bologna), sia iniziative pratiche presso le polizie municipali o le aziende sanitarie. Tali esperienze hanno colpito profondamente i ragazzi: una volta tornati in classe, sono diventati testimoni credibili per i loro compagni. I ragazzi delle seconde classi sono andati fuori insieme a operatori della polizia per vedere alcune situazioni di giorno, mentre quelli delle quarte hanno vissuto l’esperienza del pattugliamento notturno, durante il quale hanno potuto toccare con mano l’esperienza dei controlli sulla guida in stato di ebbrezza. Tra le altre sperimentazione fatte a livello provinciale per le scuole superiori c’è stato anche un corso di guida sicura, effettuato al CAAB di Bologna. «Fatto in collaborazione con il Touring Club svizzero – precisa Noferini – e in maniera diversa da come vengono condotti normalmente in Italia e gestiti da piloti. La mentalità del pilota mal si concilia con quella dell’utente della strada: un pilota cerca sempre il limite, mentre è più importante far capire ai ragazzi quali sono i propri limiti in una guida normale».

Finanziamenti – L’articolo 208 del Codice della strada prevede che gli enti proprietari delle strade (Stato, Province, Comuni) destinino una parte dei soldi ricavati dalle sanzioni all’educazione stradale e all’assistenza alle forze dell’ordine. «Può essere una minima parte oppure una cifra più consistente – dice Noferini – ma accade spesso che questi soldi vengano utilizzati per altri motivi. Se tutti i comuni la applicassero, potrebbero tranquillamente finanziarsi le loro attività di educazione stradale». Il Comune di Imola è stato il primo in Italia ad applicare correttamente l’articolo 208: ogni anno destina una quota pari circa al 14% del totale raccolto dalle sanzioni. In numeri, significa che lo scorso anno sono stati messi sul tavolo tra i 10000 e gli 11000 euro, esclusi i finanziamenti derivati dai diversi sponsor delle iniziative.

Verifica dei risultati – Ecco l’unica falla di un sistema quasi perfetto: a parte il numero di incidenti mortali o con feriti  non esistono altri sistemi precisi per misurare l’impatto che le esperienze di educazione stradale hanno sui ragazzi coinvolti. Un passo in avanti è stato fatto in questo anno all’interno dell’esperienza sperimentale alla quale hanno preso parte gli studenti delle superiori.
«Al momento – dice Noferini – possiamo fare affidamento solo sulla percezione che si può avere girando per la strada. Ad esempio, il fatto che a Imola quasi tutti i ragazzi in motorino portino il casco integrale, frutto dell’intensa campagna di sensibilizzazione che abbiamo fatto negli anni, può essere letto come un dato positivo». Il numero degli incidenti mortali è un altro indicatore prezioso. «Cinque anni fa avevamo più di 180 morti l’anno nella provincia. Nel 2006/2007 siamo arrivati a 134, ora stiamo sotto i 100, circa 88». Alla riduzione di questo dato hanno sicuramente concorso anche gli interventi strutturali, cioè le modifiche dirette sulle strade o incroci ritenuti troppo pericolosi.
Un primo tentativo di raccolta dati e di verifica dell’impatto dell’educazione stradale sui ragazzi è stato fatto quest’anno a livello provinciale con le classi superiori, nell’ambiyto del progetto “Sicurezza stradale = scelta di vita”, dopo un’esperienza comune vissuta dai ragazzi al teatro Fossolo di Bologna. Dopo aver ascoltato la sentita testimonianza di un ragazzo costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente («Nel teatro – racconta Noferini – non volava una mosca»), i ragazzi hanno espresso le loro impressioni a caldo sia sull’evento al teatro, sia sull’esperienza di educazione stradale vissuta, e le loro risposte sono state raccolte nell’opuscolo “Pensieri in libertà”. «Rileggendole si rimane colpiti dalla profondità di certe risposte – dice Noferini – e questo fa capire come certi concetti siano inevitabilmente passati nei ragazzi». Un piccolo passo, e non mancano le proposte per l’immediato futuro. «In collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna e con pedagogisti specializzati, abbiamo previsto, sempre a livello provinciale, un doppio questionario che prevedeva alcune domande da porre all’inizio per valutare la situazione di partenza, e le stesse domande da porre alla fine. Una sorta di check-in e di check-out, dal cui confronto sarà possibile capire quanto può aver inciso un’esperienza di educazione stradale».

 

Luca Monduzzi
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale  - Università di Bologna

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