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Il carcere, una sfida da vincere insieme
Intervista alla prof. Fiorella Giusberti,
Preside della Facoltà di Psicologia dell’Università di Bologna
1) Perché la Facoltà di Psicologia ha deciso di patrocinare il dibattito pubblico sul carcere che si è tenuto a Bologna?
La Facoltà di Psicologia ritiene che, essendo il carcere una Istituzione dello Stato, debba essere oggetto di impegno e di interesse da parte di tutti coloro che si occupano dell'educazione e della formazione delle nuove generazioni. Ciò significa che i giovani devono essere messi a conoscenza, dove possibile, sia del ruolo e del significato della funzione detentiva sia delle problematiche ad essa connesse.
2) Ci sono/ci sono stati di recente progetti che vedono/hanno visto impegnata la Facoltà di Psicologia di Bologna su questa realtà?
La Facoltà di Psicologia di Bologna non è mai stata implicata direttamente in un progetto che avesse come tema la realtà del carcere, ma ritengo che ciò sarebbe auspicabile e importante. I contatti che noi abbiamo avuto fino ad ora sono stati relativamente 'indiretti', nel senso che, grazie ad una convenzione con la Casa Circondariale di Ancona, alcuni studenti hanno svolto il loro tirocinio post-laurea, professionalizzante, presso quella sede. Il tirocinio professionalizzante è un passaggio obbligatorio per tutti i laureati in Psicologia che vogliono accedere all'Esame di Stato e quindi alla professione di psicologo. Nonostante sia una esperienza limitata, dal punto di vista della numerosità degli studenti che hanno usufruito di questa convenzione, ritengo che debba essere considerato come un primo passo importante.
3) Nel corso del dibattito è emersa con forza la difficoltà di poter portare avanti una vera rieducazione del detenuto, spesso posta in secondo piano rispetto a una logica punitiva dell'esperienza carceraria. Quale può essere il ruolo dello psicologo in questo contesto specifico e quali i suoi reali margini di azione?
Credo che lo psicologo possa avere un ruolo di grande importanza nella cosiddetta 'rieducazione' del detenuto. A patto, però, che vengano rispettate alcune condizioni. La prima condizione è che la logica rieducativa sia condivisa da tutto l'apparato carcerario, nelle sue diverse forme e nei suoi diversi protagonisti, e non sia delegata alla sola relazione personale con lo psicologo. Detto in altri termini, lo psicologo deve diventare uno strumento, fra tutti gli altri, del processo rieducativo e non l'unico possibile. La relazione personale, terapeutica, di dialogo con lo psicologo non può e non deve essere l'unico strumento grazie al quale il detenuto riformula e corregge le proprie aspettative di vita o la propria storia. Non è realistico pensare che il solo dialogo con un professionista possa essere risolutivo in questa direzione: il detenuto deve ricevere dalla istituzione carceraria nel suo complesso dei messaggi di ricostruzione e di conferma.
4) Se ciò non avvenisse?
La situazione peggiore e più sfavorevole sarebbe proprio quella in cui il detenuto riceve messaggi ambigui o, peggio, discordanti, che da un lato rinforzano la necessità di modificare la propria vita e i propri comportamenti e dall'altro sono di punizione e di condanna. Il ruolo dello psicologo, se in armonia con una logica complessiva di tipo riabilitativo e non punitivo, può essere estremamente importante: i motivi che hanno condotto un individuo a delinquere possono essere i più svariati e a volte incomprensibili e dunque la possibilità di riconoscere le motivazioni e le ragioni dei propri comportamenti è un passaggio imprescindibile per una possibile, anche se non obbligatoria, revisione della propria vita e dei propri vissuti e sentimenti.
5) Quali le collaborazioni realmente possibili con gli altri professionisti presenti all'interno delle carceri?
La collaborazione con gli altri professionisti che sono presenti all'interno delle carceri è fondamentale: mi riferisco a figure come assistenti sociali, medici, psichiatri, criminologi, ma anche agenti di custodia, di polizia penitenziaria e la direzione stessa. L'unica possibilità di 'riabilitare' il detenuto è che tutti i gesti all'interno del carcere abbiano una connotazione riabilitativa e non punitiva. Bisogna anche tener conto, elemento di estrema rilevanza, che la dimensione 'sociale' del carcere è determinante. Si tratta infatti di agire non solo sull'individuo, ma anche sul gruppo, dal momento che la condivisione, la convivenza, il contatto reciproco e giornaliero possono essere fonte di conflittualità elevata e, a volte, estremamente pericolosa. Intendo dire che il detenuto va osservato e trattato, all'interno del carcere, nella sua dimensione individuale, ma, altrettanto, nella sua dimensione sociale di relazione con il gruppo di 'pari', con l'autorità e con l'esterno, siano essi familiari che amici.
6) L'uscita dal carcere è un momento delicato per l'ex detenuto. Come preparare questo momento affinché l'attesa esperienza di una nuova inclusione non si riveli essere una nuova esclusione?
L'inclusione deve iniziare all'interno del carcere e credo che questo sia l'unico modo per evitare una nuova esclusione. Intendo dire che è l'istituzione carceraria stessa che deve progettare l'inclusione: sicuramente figure professionali come gli assistenti sociali e gli psicologi possono essere gli elementi determinanti di tale percorso, ma sicuramente non gli unici. Il compito specifico dello psicologo sarà quello di aiutare il detenuto a rinforzare gli aspetti costruttivi e progettuali della propria personalità e a contrastare le inevitabili spinte regressive legate alla condizione inevitabilmente complessa dell'uscita dal carcere.
Luca Casadei
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