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Giornalismo e terrorismo in Spagna

di Álvaro Von Richetti Cirujeda e Chiara Torinos Rodrigo


Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna

Ci sono luoghi in cui essere giornalisti – buoni giornalisti, s’intende – richiede una dose aggiuntiva di coraggio, oltre alla capacità di saper scrivere e osservare. Tra questi luoghi ci sono sicuramente i Paesi Baschi, dove la presenza dell’Eta rende ancora più difficile fare una professione che di per sé richiede scelte non sempre facili.
 
Euskadi Ta Askatasuna (in spagnolo “paese basco e libertà”) è un’organizzazione armata di lotta per la liberazione del popolo basco, considerata terrorista e quindi illegale nei paesi in cui è attiva. Nata alla fine degli anni Cinquanta come associazione studentesca clandestina per sostenere l'indipendentismo basco, si accosta alla lotta armata verso la metà degli anni Sessanta. L'Eta propugna, attraverso azioni violente, l'indipendenza politica della comunità basca e la creazione dello stato socialista Euskal Herria, che comprende le tre province dell’attuale comunità autonoma spagnola di Euskadi, la comunità autonoma di Navarra e le tre province basche del sud ovest della Francia. Il sentimento di identità nazionale è soprattutto dovuto al basco, un idioma di cui tuttora non si conoscono le radici etimologiche.

Sono state più di duemila le vittime dell’ETA dalla sua fondazione a oggi. Tra questi ci sono anche diversi giornalisti. Per capire cosa significhi essere un giornalista in questa zona della Spagna, è utile leggere il libro “Giornalisti nella diana, trenta anni di minaccia terrorista ai media spagnoli”, scritto dal dottore in Scienze dell'Informazione Gabriel Sánchez. Analizzandole caso per caso, il testo racconta le molestie e le oppressioni sofferte dai professionisti che in alcune occasioni hanno scelto il silenzio e in altre si sono impegnati per dare spazio a un’informazione impegnata e coraggiosa.
Dal libro emerge che c’è differenza tra essere giornalisti in Spagna, più concretamente nei Paesi Baschi ed esserlo in qualche altro paese d'Europa. La pressione sotto la quale si lavora è molto più forte in città come Bilbao o San Sebastian. Fin dall’inizio della sua esistenza, l’ETA ha cercato di imporre la propria volontà agli organi di informazione, che hanno dovuto scegliere con grande cautela le proprie strategie di informazione. Alcune persone legate ai mezzi di comunicazione, anche non giornalisti, sono state uccise dall’ETA. Come è accaduto a Santiago Oleaga, direttore amministrativo e finanziario del quotidiano “El Diario Vasco”, assassinato il 24 maggio di 2001. Dopo fatti di questo tipo, emergono con forza delle domande: ci sono limiti per la pubblicazione di notizie riguardanti il terrorismo? Fino a dove si deve arrivare per informare? Quando nessun giornalista viene colpito direttamente dagli attacchi non c’è alcun problema, ma quando ciò avviene è lecito nascondere delle notizie per difendersi? Nascondere informazioni alla società non è corretto: i giornalisti esistono per informare, raccontare cose accadute e riferire la realtà in tempo reale, con tutti i possibili dati. Una delle chiavi per una buona notizia è la ricchezza e la precisione dei dati. Questo è quello che non piace ai terroristi: la verità, la verità delle storie dei loro atti al di là delle ideologie.

L’ETA assassina giornalisti che difendono la propria libertà di parola, uccidono persone che lottano per la stessa cosa che vogliono loro: l’indipendenza, anche se è un’indipendenza di diverso tipo. I membri di ETA mirano a conquistare l’opinione pubblica asservendo i mezzi di informazione con la loro azione terroristica. Ma i media, almeno la maggioranza, non sono disposti a chinare la testa. C’è stato un caso, molto discusso, in cui Euskal Telebista (ETB), la televisione pubblica basca, ha permesso l’emissione di un’asserzione ufficiale del gruppo terrorista in orario di massimo audience. Tutti i media commentarono il fatto e anche i politici intervennero, in molti casi il giudizio della scelta fu negativo. Il presidente del Partido Nacionalista Vasco (PNV), Juan José Ibarretxe, dichiarò che la rete si era limitata a diffondere una notizia. Devono essere costretti a ciò i giornalisti delle diverse reti per evitare la loro possibile morte? A diffondere comunicati obbligatoriamente? I giornalisti spagnoli, specialmente i baschi, non si sono sentiti oppressi: hanno mantenuto il proprio pensiero e il proprio modo di agire nonostante le minacce, gli assassini e le bombe. Dopo il tentato omicidio di due redattori baschi che non hanno espresso nemmeno la loro opinione sull’accaduto, fu dimostrato che i giornalisti hanno le idee chiare. Che loro non penseranno mai più di tacere. “Parole come dittatura, ricatti, […] uscirono per prima volta dalla bocca dei professionisti dell’informazione, che si armarono di dignità e cacciarono, da questo momento, il silenzio al quale la paura gli aveva imprigionati”, scrive Sánchez.

Con buona speranza la parola continua a essere più forte delle armi e delle minacce. Con buona speranza la professione di giornalista continuerà a impegnarsi per la verità e l’informazione. Troppo sangue è stato sparso e la forza della democrazia è già stata molte volte messa in dubbio. Con buona speranza dichiariamo di non avere voglia di leggere mai più nella stessa frase le parole “giornalismo” e “terrorismo”.

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