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Giornalismo e terrorismo in Spagna di Álvaro Von Richetti Cirujeda e Chiara Torinos Rodrigo
Ci sono luoghi in cui essere giornalisti – buoni giornalisti, s’intende – richiede una dose aggiuntiva di coraggio, oltre alla capacità di saper scrivere e osservare. Tra questi luoghi ci sono sicuramente i Paesi Baschi, dove la presenza dell’Eta rende ancora più difficile fare una professione che di per sé richiede scelte non sempre facili. Sono state più di duemila le vittime dell’ETA dalla sua fondazione a oggi. Tra questi ci sono anche diversi giornalisti. Per capire cosa significhi essere un giornalista in questa zona della Spagna, è utile leggere il libro “Giornalisti nella diana, trenta anni di minaccia terrorista ai media spagnoli”, scritto dal dottore in Scienze dell'Informazione Gabriel Sánchez. Analizzandole caso per caso, il testo racconta le molestie e le oppressioni sofferte dai professionisti che in alcune occasioni hanno scelto il silenzio e in altre si sono impegnati per dare spazio a un’informazione impegnata e coraggiosa. L’ETA assassina giornalisti che difendono la propria libertà di parola, uccidono persone che lottano per la stessa cosa che vogliono loro: l’indipendenza, anche se è un’indipendenza di diverso tipo. I membri di ETA mirano a conquistare l’opinione pubblica asservendo i mezzi di informazione con la loro azione terroristica. Ma i media, almeno la maggioranza, non sono disposti a chinare la testa. C’è stato un caso, molto discusso, in cui Euskal Telebista (ETB), la televisione pubblica basca, ha permesso l’emissione di un’asserzione ufficiale del gruppo terrorista in orario di massimo audience. Tutti i media commentarono il fatto e anche i politici intervennero, in molti casi il giudizio della scelta fu negativo. Il presidente del Partido Nacionalista Vasco (PNV), Juan José Ibarretxe, dichiarò che la rete si era limitata a diffondere una notizia. Devono essere costretti a ciò i giornalisti delle diverse reti per evitare la loro possibile morte? A diffondere comunicati obbligatoriamente? I giornalisti spagnoli, specialmente i baschi, non si sono sentiti oppressi: hanno mantenuto il proprio pensiero e il proprio modo di agire nonostante le minacce, gli assassini e le bombe. Dopo il tentato omicidio di due redattori baschi che non hanno espresso nemmeno la loro opinione sull’accaduto, fu dimostrato che i giornalisti hanno le idee chiare. Che loro non penseranno mai più di tacere. “Parole come dittatura, ricatti, […] uscirono per prima volta dalla bocca dei professionisti dell’informazione, che si armarono di dignità e cacciarono, da questo momento, il silenzio al quale la paura gli aveva imprigionati”, scrive Sánchez. Con buona speranza la parola continua a essere più forte delle armi e delle minacce. Con buona speranza la professione di giornalista continuerà a impegnarsi per la verità e l’informazione. Troppo sangue è stato sparso e la forza della democrazia è già stata molte volte messa in dubbio. Con buona speranza dichiariamo di non avere voglia di leggere mai più nella stessa frase le parole “giornalismo” e “terrorismo”.
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