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Diritto alla salute e integrazione dei migranti
Pacchetto sicurezza: un anno dopo

Il diritto alla salute è un bene primario e soddisfarlo sembra rappresentare uno dei passi necessari per l’integrazione sociale degli immigrati. Ma è davvero soddisfatto fino in fondo, oggi?
Il diritto alla salute coincide con il diritto all’integrità fisica, al quale si aggiungono il diritto ad un ambiente salubre, il diritto ai trattamenti sanitari preventivi ed alle cure mediche, il diritto a non essere curato ed il diritto alle cure gratuite in caso di indigenza. In Italia, gli immigrati regolari sono pienamente equiparati ai cittadini italiani per quanto riguarda l’accesso alle strutture sanitarie, ma il problema si pone nel caso in cui uno straniero sia presente sul nostro territorio in modo irregolare. A queste persone vengono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti, essenziali e continuative per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Nei fatti, tutto ciò si traduce nella tutela della gravidanza e della maternità, della salute dei minori, comprese le vaccinazioni, la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive.
In Italia, nell’ultimo anno, il diritto alla salute è stato interessato da una serie di provvedimenti riconducibili al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, costituito da una prima legge approvata nel 2008 (legge n. 125/2008) ed una successiva, approvata nel luglio dello scorso anno (legge n. 94/2009). Queste due norme, unite alla legge nota come “Bossi-Fini” (legge n. 189/2002), sono la base della legislazione italiana in materia di immigrazione. Tra i vari provvedimenti delineati nel pacchetto sicurezza – il reato di ingresso e soggiorno illegale o l’accordo di integrazione, ossia un “permesso a punti” – è previsto l’obbligo di denuncia della presenza di immigrati irregolari per tutti i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza di una situazione di irregolarità del soggiorno. Per gli incaricati di pubblico servizio si intendono i farmacisti, i dipendenti degli enti locali e dei ministeri, i dipendenti delle aziende del trasporto pubblico e delle poste. La questione della denuncia ha interessato – durante la fase di lavoro parlamentare – anche i medici, i paramedici ed il personale amministrativo delle strutture sanitarie, perché le disposizioni miravano ad abrogare il divieto di denunciare gli stranieri irregolari sul territorio italiano, così come previsto dall’articolo 35 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998. Lo scorso anno, tra i mesi di febbraio e luglio, molte associazioni si sono battute per impedire l’eliminazione di questo divieto, lasciato, alla fine, immutato. “La norma ha lasciato delle ampie zone grigie, in cui l’arbitrarietà la fa da padrona: una situazione che non è ammissibile” spiega l’avvocato Alessandra Morleo, dell’associazione Avvocato di strada onlus, impegnata nel tutelare i diritti dei senza fissa dimora, fornendo consulenza ed assistenza legale a titolo gratuito. A causa delle ampie lacune, la normativa vigente in materia di immigrazione è stata integrata da una serie di circolari ministeriali, al fine di chiarirne l’applicazione. “Si è davanti a un circolo vizioso di circolari che delegano, nella pratica, la regolamentazione di una materia così delicata come l’immigrazione a fonti del diritto di rango minore” sottolinea la Morleo. Uno dei pericoli è che nel settore pubblico, i cui dipendenti sono per primi chiamati in causa dalla questione della denuncia, regni l’incertezza del diritto, lasciando così spazio ad interpretazioni, appunto, arbitrarie, spesso dettate dalle preferenze politiche.
In questo clima, il ruolo delle associazioni che forniscono assistenza medica agli immigrati senza permesso di soggiorno è fondamentale. A Bologna, Sokos, associazione di volontari, fornisce cure, assistenza e tutela alle persone che, per diverse condizioni sociali o culturali – perché presenti irregolarmente sul territorio o senza fissa dimora –, non hanno pieno accesso al Servizio Sanitario Nazionale. Chiara Bodini, uno dei medici volontari che fa parte dell’associazione, spiega che, sebbene il pacchetto sicurezza non abbia abrogato il divieto di denuncia degli immigrati irregolari, il clima generale non agevola il loro lavoro in ambulatorio. “I nostri pazienti sono persone che fanno fatica a prendersi cura di se stesse” spiega la dottoressa “perché perdere ore di lavoro per recarsi in ambulatorio è un problema, così come il trasporto per chi viene dalla provincia. Essere ammalati è un grosso ostacolo, dato che dal lavoro dipende tutta la loro vita”. L’attività svolta da Sokos è già difficile per sé stessa, ma a questo, spesso, si aggiunge la difficoltà di instaurare un dialogo proficuo e continuativo con le istituzioni: manca, infatti, un vero scambio su ciò che viene fatto, sui percorsi di cura, sulle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. “Sarebbe necessaria una maggiore integrazione socio-sanitaria, che tenga conto delle esigenze mediche delle persone, ma anche di altri aspetti, ad esempio le condizioni in cui vivono e lavorano” spiega Chiara Bodini. Negli ultimi anni, si è gradualmente delineato “un controllo sociale dello straniero fino alla sua classificazione in termini di pericolosità e sospetto, andando a toccare i diritti e le tutele dei migranti” spiega l’avvocato Alessandra Morleo.

Federica Furlanis (Portogruaro, Ve)
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna

 

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