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Volontariato: tra impegno e voglia di cambiare
Intervista a Piero Stefani, presidente dell’associazione “Arc en ciel”
Arc en ciel è un’associazione che opera nel bolognese dal 1989 e si occupa soprattutto di favorire l’integrazione dei migranti, aiutandoli nella ricerca della casa e del lavoro. Abbiamo intervistato il suo presidente, Piero Stefani, presidente anche di Volabo, Centro Servizi per il Volontariato di Bologna e provincia.
Qual è l'impegno dell'associazionismo bolognese nell'accogliere i migranti?
La maggior parte delle iniziative che le associazioni di volontariato e le cooperative sociali mettono in piedi si concentrano soprattutto nei quartieri di San Donato, Navile e Borgo Panigale, considerate le “zone sensibili” della nostra città, quelle zone dove risiede un numero elevato di persone di nazionalità straniera. Negli ultimi anni, Bologna è molto cambiata e sta diventano un vera e propria città multietnica, dato che si contano ormai fino a 143 diverse etnie. Il ruolo del volontariato è chiamato a cambiare e in larga parte è già cambiato o sta cambiando.
Come?
Prendiamo, ad esempio, l'esperienza di Arc en ciel. L’associazione è stata fondata vent'anni fa da un sacerdote, tornato dall'Africa dove era stato missionario. La sua idea, inizialmente, era quella di creare un punto di riferimento per gli africani appena arrivati in Italia, una vera e propria comunità con la possibilità di fornire posti letto e aiuto. Purtroppo, quell’esperienza si è trasformata con il tempo in una sorta di centro d’accoglienza, in cui continuavano ad arrivare persone ogni settimana, al di là delle concrete possibilità di ospitalità. Per assicurare condizioni di vita dignitose a chi arrivava e aiutarli a rendersi autonomi è stato necessario cambiare direzione.
In che modo?
Aiutando chi arrivava in Italia a trovare casa, facendo da intermediari e da garanti tra loro e i proprietari. La nostra azione non si è limitata solo alle persone provenienti dal continente africano, ma si è decisamente estesa alle più diverse nazionalità, cercando di renderle autonome nella loro nuova vita.
Assistenza, dunque, ma non assistenzialismo...
Esatto, l’assistenzialismo è ancora oggi un grande problema. Bisogno uscire da una logica di assistenza totale, in cui si finisce con l’agire per conto di chi ha bisogno d’aiuto. L’azione del volontariato dovrebbe piuttosto essere un agire insieme a chi è in difficoltà, accompagnando le persone, piuttosto che prendendo il loro posto. L'ho imparato da ragazzo, quando la domenica, dopo la Messa, ci si rendeva disponibili ad andare a fare la barba ai poveri senza fissa dimora. Un giorno un amico mi disse: perché continuate a radere queste persone, rischiando anche di tagliuzzarli, invece di dare una lametta e insegnar loro a farsi la barba?
Insegnare a fare la barba, però, è semplice.
Sì, ma il concetto è lo stesso, anche se non è sempre facile per chi lavora principalmente con migranti e senza fissa dimora. Rimane necessario creare le condizioni affinché le persone possano esprimere tutte le loro potenzialità in un paese che spesso non le sa neanche riconoscere. Il 7-8% dei migranti che arrivano a Bologna, ad esempio, sono laureati, hanno risorse per cambiare la loro condizione ma rischiano di non poterlo fare se rimangono dentro la categoria di immigrati con cui li guarda la società.
Come può il volontariato aiutare a invertire questa tendenza?
Occorre incentrare il nostro lavoro di volontari su un rapporto personalizzato, che guidi, faccia capire e aiuti a far emergere le potenzialità presenti. Non è semplice, spesso si è di fronte a realtà alle quali non si sa come approcciarsi. Bisogna ricordarsi, però, che non si lavora da soli, ma in rete con altri soggetti che hanno ruoli precisi, come gli assistenti sociali, sempre meno numerosi, benché così preziosi, dato che sono loro i professionisti.
Quanto è importante la formazione dei volontari?
Se la professionalità degli assistenti sociali è un requisito fondamentale, altrettanto importante è il percorso di formazione dei volontari, che – sottolineo ancora – devono davvero sperimentare e non sostituirsi agli altri.
Qual è il peso reale del volontariato nell'accoglienza dei volontari in Italia? E quale le sue possibilità di azione?
È fondamentale valorizzare al massimo volontariato e terzo settore, tanto più che vediamo intorno a noi una crescita delle cooperative sociali che rappresentano già una risposta positiva e possibile a una società che sta cambiando. Il volontariato dovrebbe essere molto più presente nelle decisioni delle politiche sociali, dovrebbe avere un ruolo davvero attivo nelle scelte che devono essere fatte, semplicemente per il fatto che è a contatto quotidianamente con le esigenze degli anelli più deboli della nostra società.
Quali sono le difficoltà maggiori per i migranti che arrivano nel nostro paese?
La prima è sempre la casa. Avere una casa è a dir poco di vitale importanza, perché a essa si legano la possibilità di trovare un posto di lavoro e di ottenere il permesso di soggiorno. Un’altra potenziale difficoltà è rappresentata dal ricongiungimento familiare. Spesso si crede che, nel momento in cui il lavoratore straniero riesce a ricongiungersi con la famiglia, il peggio sia ormai passato; in realtà, proprio quando la moglie e i figli arrivano in Italia i problemi rischiano di aumentare, perché questi devono cercare a loro volta di integrarsi nel tessuto sociale per iniziare una nuova vita.
Chi ha problemi maggiori su questo fronte?
Molte problematiche nascoste ai nostri occhi riguardano le donne, che spesso vivono nascoste tra le mura di casa. Ma quante sono? Quante donne vedete per strada, ad esempio? Questo ci deve far riflettere sui problemi che sicuramente le affliggono: innanzitutto il loro restare legate alle tradizioni del paese di origine è uno straniamento che le isola totalmente dal paese dove adesso vivono, l’Italia. Bisogna allora riscoprire e intensificare il lavoro nel campo del volontariato, in direzione di un’assistenza più mirata e personalizzata.
Il volontariato per molti giovani rappresenta un modo per far sentire la propria voce e cercare di cambiare in prima persona una società che non piace. Anche se questo è molto difficile, soprattutto quando si è davanti a culture che sono molto distanti da noi.
È bello vedere che molti ragazzi oggi si impegnano nel terzo settore. E credo che loro possano davvero fare la differenza, magari cercando di cambiare nel loro piccolo una società che non gli permette di partecipare alle scelte importanti della vita sociale. O che semplicemente non è aperta al dialogo e alla vera integrazione. Il volontariato è diventato oggi anche un modo per agire in prima persona, partendo dalle piccole dimensioni che, unite alle azioni degli altri, potrebbero davvero fare la differenza.
Le possibilità di crescita professionale nell’ambito delle cooperative sociali però molto spesso non si presentano, anche se si hanno tutte le carte in regola, a partire dai titoli di studio. Così si continua a fare i volontari a vita. Come si può superare quest’ostacolo?
Questo problema si inserisce sicuramente nei luoghi dove manca la progettualità. Si formano delle persone a fare un lavoro duro, senza però avere l’intenzionalità di inserirle in un quadro definito, facendone una risorsa indispensabile per portare avanti un percorso, iniziato con così tanta fatica. Le cooperative sociali dovrebbero partire proprio da qui: creare e, in un secondo momento, valorizzare le figure professionali che crescono al loro interno, per un miglioramento continuo del loro lavoro. I giovani sono importanti, hanno molto impegno da dare e, soprattutto, la voglia di cambiare.
di Federica Furlanis
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna
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