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Diritto alla conoscenza: l’esperienza del progetto Chance


Bologna, 7 novembre 2009, Istituzione Gian Franco Minguzzi

Una chance per non restare fuori

Si è tenuto sabato 7 novembre, alla Biblioteca dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi di Bologna, l’incontro-dibattito “Diritto alla conoscenza: l’esperienza del progetto Chance”. Organizzato dall’associazione di volontariato @uxilia Regione Emilia-Romagna e dall’associazione Maestri di Strada ONLUS, l’appuntamento aveva come obiettivo quello di sensibilizzare e coinvolgere il pubblico sulla lotta alla dispersione scolastica in una realtà difficile come quella di Napoli.
Dopo l’apertura dei lavori da parte della professoressa Silvana Contento, presidente dell’Istituzione Minguzzi della Provincia di Bologna, è stato il presidente di @uxilia, Massimiliano Fanni Canelles, a introdurre il “progetto Chance”, presentando Cesare Moreno, uno dei tre coordinatori del progetto e presidente dell’Associazione Maestri di Strada. Maestro elementare e formatore esperto nella lotta alla dispersione scolastica, Moreno viene spesso definito per il suo impegno un “personaggio scomodo”, anche se lui stesso sottolinea come in realtà sia una persona più che un personaggio e di essere l’unico ad essere andato incontro a delle scomodità per le scelte fatte in questi anni. Sicuramente è una persona tenace, di quelle che non mollano davanti agli ostacoli e non fanno sconti nel voler portare avanti la propria causa. La sua è quella di riuscire a recuperare i ragazzi fuoriusciti dal circuito scolastico, che inevitabilmente diventano degli emarginati, dando loro una nuova chance, come recita lo stesso progetto che ha appena compiuto dodici anni, ma rischia di dover spegnere l’ultima candelina.
“Una città che esclude parte dei giovani non è civile” dice Moreno parlando di Napoli. Culla del progetto Chance, il capoluogo campano è una città ad altissima densità di popolazione minorile e non sempre un luogo in cui è facile crescere. Il presidente dei Maestri di Strada punta l’attenzione proprio sul senso di civiltà di una comunità. “Quando si semina dolore alla base della società – dice – i risultati sono visibili: dipendenze, fenomeni di bullismo, violenza familiare”. A Napoli sono tanti i ragazzi a subire dalla società una serie di soprusi che Moreno chiama veri e propri “insulti”, Insulti dalle famiglie spesso disgregate, con genitori non capaci di dare supporto ai propri figli. Insulti dalla scuola che non sa relazionarsi con loro e tende a isolare e a escludere i “cattivi”. Insulti dal mondo esterno, violento e competitivo.
Il Progetto Chance si pone come “alternativa” a questo quadro così desolante, come un’opportunità fatta di attività educative, di formazione professionale, di educazione civica pratica e non solo teorica (es. raccolta differenziata, servizi esterni socialmente utili) nelle quali i ragazzi si possono sperimentare e mettere in gioco, seguiti da un’equipe di esperti (psicologi, insegnati, educatori) e garantiti da accordi interistituzionali con gli enti locali. Nasce così una “piccola comunità”, con vincoli reciproci e un impegno reciproco su cui costruire un domani migliore, partendo dall’ora.
Una volta innescato, il progetto Chance nei suoi dodici anni di attività ha sempre avuto un riscontro positivo, e i ragazzi che ne sono entrati a far parte sono diventati la migliore delle pubblicità per i loro coetanei in difficoltà, spesso attraverso il semplice passaparola.
Il futuro di questo progetto così coraggiosamente portato avanti sino ad ora è però grigio, a causa dei recenti tagli all’istruzione. Alcuni fondi vengono ancora garantiti dalla Regione Campana, ma non sono state garantite ancora le risorse umane necessarie a un progetto così complesso, seppur con un obiettivo molto semplice: dare un’opportunità anche a chi non solo non l’avrebbe, ma potrebbe pensare di non meritarsela. Ecco l’ennesimo “insulto” da parte della società che li emargina, condannandoli a diventare ancora più cattivi, ancora più arrabbiati e violenti, in un circolo vizioso senza fine.

Sara Musiani

Moreno racconta Chance, “Ci vuole una città intera per crescere un ragazzo”

Cesare Moreno si lascia andare a immagini molto evocative quando parla dei suoi ragazzi e del suo progetto. Ad esempio cita la versione metrapolitana di un proverbio africano, “Per crescere un bambino ci vuole una città intera” (villaggio, nella forma originale), per tentare di spiegare l’eccezionalità del progetto Chance, dove la compresenza di tanti professionisti in campi molto diversi rende questa esperienza unica per i ragazzi napoletani. Lavorano insieme insegnanti, psicologi, coordinatori, a creare una vera e propria comunità dove i ruoli si mescolano, così come sparisce anche la barriera che separa studenti e insegnanti. Ognuno impara dall’altro, si matura insieme negli anni. Ed è proprio questo che rischia di sparire con i tagli, questa inter-istituzionalità. Perché, come ci tiene a sottolineare Moreno, “non sono i soldi che mancano, ma si rischia di perdere il senso del progetto”, che vuole e deve coinvolgere una lunga serie di professionisti e istituzioni.
Il progetto Chance vuole abbattere anche altri muri, più nascosti, ma proprio per questo più radicati nelle coscienze di ognuno, come quello tra i cosiddetti buoni e cattivi. Cesare Moreno ricorda proprio la legge 180, più nota come Legge Basaglia, quella che impose la chiusura dei manicomi. E il fatto che la conferenza si sia tenuta all’Istituto Minguzzi, ex manicomio, rende questa considerazione ancora più pregnante. Perché la distinzione tra buoni e cattivi, così come quella tra matti e sani, è una di quelle distinzioni che ancora ci portiamo dietro, nonostante le mosse che sono state fatte negli anni per superarla. Secondo Moreno la cattiveria, così come la follia, ci appartiene intimamente e chiudere i manicomi ha significato proprio questo: includere la follia nella società e non più relegarla in modo fittizio in luoghi separati. Allo stesso modo i ragazzi che arrivano alle scuole del progetto Chance certamente sono “brutti, sporchi e cattivi”, come dice Moreno, ma bisogna credere che ci sia una possibilità anche per loro, così che se ne convincano loro stessi: “È un lavoro faticoso, bisogna continuamente vincere la tendenza alla violenza e alla sopraffazione, che sono inscritte nei nostri cromosomi. La cattiveria fa parte di noi, e dobbiamo accettarla per vincerla”.
A parlare delle differenze tra le scuole del Progetto Chance e quelle istituzionali è Donatella Guarino, che fa parte del Progetto da 10 anni, dopo un’esperienza a Scampia: “L’insegnante di Chance non è un protagonista, la sua modalità lavorativa non è quella dell’intervento e della verifica, e soprattutto non è mai solo di fronte alla classe, è sempre accompagnato da un tutor, perché non può cogliere tutto da solo”. Un sentimento di comunità tra professionisti di diversi settori è fondamentale in questo progetto, ed è proprio questo che lo rende un progetto prima di tutto sociale, e non meramente scolastico. Come dice Moreno, gli insegnanti, “insegnanti mutanti”, non devono essere “primi violini, ma orchestrai”, prima di tutto fra loro per trasmettere un senso di coesione, che si trasformi anche in coesione sociale, contro la sensazione di esclusione “così forte oggi dentro di noi e quindi anche nelle nostre città”.
Moreno parla delle nuove modalità di insegnamento. “Abbiamo portato le pratiche della scuola elementare nella scuola media, con la presenza di più maestri in copresenza e codocenza”. Qui non ci si affanna dietro la “mannaia del programma”, ma si punta soprattutto al “benessere psico-fisico” degli studenti, con poche materie e molto tempo per metabolizzarle, anche attraverso ore di laboratori, per “fare vivere” anche materie come italiano e filosofia.
Donatella Guarino insiste sul fatto che i ragazzi che si affacciano al Progetto Chance compiono un percorso, prima ancora che verso la scoperta dei propri talenti, verso la conoscenza di se stessi, “che è già un’impresa”. Concetto ripreso da Ivana Summa, presidente del CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) dell’Emilia Romagna, secondo cui ai giorni nostri la conoscenza in generale, “sempre più d’élite”, e soprattutto la conoscenza di sé, è affare di pochi. “I ragazzi di Napoli – dice – non hanno questa opportunità, ma neanche i giovani di oggi, quelli che i genitori riempiono di regali, neanche loro hanno più questa chance. L’iper-protezione e l’assenza di protezione hanno gli stessi effetti”. Un discorso di ampissima portata che in qualche modo è avallato dalle affermazioni di Roberto Casella, avvocato specializzato in diritto penale minorile, secondo cui spesso “il procedimento penale è l’unico modo in cui un genitore si accorge di ciò che sta facendo il figlio”.
Disattenzione, genitori che non sanno più fare i genitori, assenza di regole morali, iper-protezione o assenza totale di protezione, un sotterraneo senso di esclusione, una società dominata da una paura spesso priva di significato. Siamo sicuri che il Progetto Chance abbia senso soltanto a Napoli?

Eva Brugnettini

 

L’indispensabile eccellenza


Intersvista ad Anna Del Mugnaio, direttrice del’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Provincia di Bologna

 
1- Qual è l’impegno dell’Istituzione Minguzzi sul fronte del disagio scolastico?
La Provincia di Bologna, attraverso l'Istituzione "Gian Franco Minguzzi", da anni è impegnata sul fronte della corresponsabilità sia per comprendere sia per risolvere il problema del disagio scolastico. Quando accadono  eventi che manifestano  disagi, come ad esempio atti di bullismo o tentativi di suicidio, il rischio è infatti quello di vedere scaricare sempre da ciascuno le responsabilità su altri.
2- Quindi quali sono gli attori corresponsabili del disagio e come possono attivarsi per contrastarlo?
In genere, quando si è di fronte a una situazione “di crisi”, assistiamo al rimbalzare della responsabilità dalla scuola alla famiglia e ai servizi sociali. In queste situazioni occorre invece imparare a cogliere i segnali, come ad esempio acquisire la difficile capacità di comprendere come imparano i ragazzi, come stringono rapporti con gli altri alunni. Per contrastare il disagio, diventa fondamentale allora una maggiore interazione tra scuola, famiglia e contesto territoriale, attraverso l’utilizzo di strumenti come il patto formativo ed educativo.
3- In un contesto di decurtamento delle risorse dedicate alla scuola, in che misura i tagli incidono sulla qualità del servizio reso agli alunni in termini di contrasto al disagio?
Nello specifico parliamo di tagli molto rilevanti, soprattutto in riferimento ad attività di grande importanza come quelle del sostegno, per le quali le risorse non sono più sufficienti. I numeri sono molto importanti ed è per questo che per poter ottenere risultati occorrono azioni forti. In altri contesti i tagli sono stati assorbiti in modo produttivo, in quello scolastico occorre attivare in tal senso tutte le risorse presenti, rendendole competenti a svolgere attività di sostegno e lotta al disagio. Mi riferisco in particolare agli insegnanti curriculari, ai quali va chiesto in questo senso un ulteriore sacrificio.
4- Perché come Minguzzi avete scelto di dare voce ai Maesti di Strada e al progetto Chance?
Cesare Moreno con la sua grande competenza ci è stato e ci è di grande ispirazione e aiuto nel lavoro su territori particolarmente difficili. Non a caso ha lavorato anche qui a Bologna nell'ambito di un progetto dedicato alle scuole medie del Pilastro, nel quartiere San Donato. In quell’occasione abbiamo avuto modo di vedere la serietà e la professionalità dell’esperienza.
5- L’esperienza del progetto "Chance" nasce ed è radicata fortemente nei quartieri più difficili del comune di Napoli, crede che il suo modello sia esportabile?
Un’esperienza come quella di Cesare Moreno è fondamentale ed esportabile proprio in relazione al fatto che è stata elaborata e provata con successo enorme in contesti così difficili.  Si tratta di un’eccellenza che, in quanto tale, è un bisogno vitale per tutte le scuole d’Italia e che, di conseguenza, non può assolutamente essere sacrificata sugli altari del bilancio pubblico.

Elisa Gentili

 

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