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LA FORZA DI AGGREDIRE LA COMPLESSITA’


Intervista a Paola Cigarini dell’associazione “Carcere e città” di Modena

1) Carcere e città non sono luoghi separati ma entrambi vissuti da cittadini portatori di diritti e doveri: questo è il leitmotiv, nonché il nome dell’associazione di cui fa parte...
Si, infatti il carcere è in città, anche se di solito relegato ai suoi margini, come accade con la Dozza a Bologna o con il Sant’Anna di Modena). Non dobbiamo dimenticare che il detenuto è un cittadino che ha diritto ai servizi e che, una volta uscito, torna in città. Occorre perciò guardare al di là dell’oggi e aggredire la complessità per cercare soluzioni di lungo periodo.

2) In questi anni quanto avete ottenuto e quanto ancora dovete lottare nella vostra attività di mediazione tra queste due realtà?
Il volontariato per sua natura non fa bilanci, si alimenta continuamente della speranza di un ritorno positivo, benefico della propria attività. Noi cerchiamo di dare assistenza alle persone dopo la detenzione e ci attiviamo per informare e sensibilizzare la società civile sulla realtà del carcere, cercando di offrire un’alternativa ai mass media. Purtroppo, devo riconoscere che in questa battaglia risultiamo il più delle volte tragicamente sconfitti.

3) Come è vissuta la presenza dei volontari dai diversi soggetti che popolano il carcere?
Per i detenuti noi rappresentiamo una fonte di speranza, una possibilità di comunicare e di costruire delle relazioni. Per la direzione siamo delle persone utili, che possono collaborare per migliorare la qualità della vita nel carcere. Spesso, infatti, ai volontari viene delegata la costruzione di relazioni con le persone: attività difficile per gli educatori dal momento che non sempre riescono a parlare con tutti. Anche gli agenti ci vivono bene. La custodia invece meno, dal momento che ci devono controllare nei nostri spostamenti all’interno del carcere e, il più delle volte, ci rivolgiamo a loro per chiedere qualcosa. In generale il volontario viene comunque visto come uno speranzoso o, peggio, come un illuso.

4) Quanta importanza viene data al momento reinserimento del cittadino ex detenuto nella città?
Il tema del reinserimento è una nota dolente. Ci vorrebbe un percorso protetto per uscire dal carcere con la prospettiva di un lavoro, di un’abitazione, di relazioni umane. Occorrerebbe sensibilizzare le istituzioni, le cooperative e le imprese per ricordare loro che ci sono anche i detenuti. Tuttavia, la realtà è che i bisogni dei detenuti sono gli ultimi ad esser presi in considerazione perché loro sono gli ultimi della società, quelli che hanno sbagliato.

5) A Modena avete realizzato il progetto “Peter Pan, essere genitori in carcere” per rafforzare le relazioni familiari attraverso il coinvolgimento dei figli dei detenuti in attività di animazione realizzate all’interno del carcere. Ha funzionato?
La gioia più grande è legata ai sorrisi delle persone. Una soddisfazione connessa al fatto di essere stati parte di un percorso di avvicinamento e mantenimento delle relazioni famigliari. Le principali difficoltà, ovvero sovraffollamento e carenza di organico, hanno purtroppo portato alla sospensione del progetto “Peter Pan”. Oltre a questi impedimenti materiali, c’è anche l’opposizione di chi non comprende il senso e il significato di attività come queste, le considera perdite di tempo e pensa che i bambini debbano essere tenuti lontani da luoghi come il carcere. Si tratta fondamentalmente di un problema di fiducia nei confronti delle persone.

Elisa Gentili

 

 

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