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Mensile di promozione sociale
Direttore: Massimiliano Fanni Canelles
Editore @uxilia Onlus - Aut. Trib. Trieste n°1089 del 20/07/2004 - ROC Aut.Ministero Comunicazioni n° 13449
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Eventi

indice articoli - Laboratorio Università di Bologna

 

I protagonisti

Ilaria Cucchi
“Cosa è successo dalla notte dell’arresto di mio fratello al momento della sua morte?”. Con una voce flebile, ma decisa, Ilaria Cucchi ha aperto il dibattito raccontando la storia del fratello Stefano e le ultime ore prima della sua morte. Un intervento breve, ma toccante, che parte dalla notte tra il 15 e 16 ottobre 2009, quando Stefano viene arrestato per possesso di 20 grammi di cannabis. “Quando ha lasciato la sua abitazione – racconta Ilaria – era in perfette condizioni di salute e non riportava alcun graffio né sul viso né sul corpo”. Stefano Cucchi trascorre alcune ore nel carcere di Regina Coeli prima di essere trasportato all’ospedale Sandro Pertini. Ilaria sottolinea come la sua famiglia non sia mai venuta a conoscenza dei motivi che hanno portato al trasferimento del fratello in ospedale. Ai genitori che si sono recati tutti giorni in ospedale per fare visita al figlio, spiega, è stato impedito di vederlo. “I medici – afferma – continuavano a ripetere che il ragazzo stava bene, cosa che è stata ribadita fino a quando non è stato comunicato ai miei genitori che ci sarebbe stata l’autopsia sul corpo di Stefano”.
Toccante è stato il momento in cui Ilaria ha raccontato di ricordare ancora le urla dei genitori davanti al cadavere del fratello. “Era possibile vedere solo il viso poiché il corpo era coperto”. La scelta della famiglia Cucchi di diffondere le foto sulle quali sono evidenti i segni delle percosse è stata compiuta per smuovere l’opinione pubblica, in modo che nessuno dimentichi e che la vicenda di Stefano sia l’ultima di una serie di casi che hanno portato detenuti alla morte. Per questo Ilaria è pronta a battersi, oltre che per scoprire la verità sulla morte del fratello.

Marta Ghelli

Fabio Anselmo
“Quello di Stefano è un caso del tutto particolare”. Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi, inizia così il suo intervento, prendendo la parola dopo Ilaria Cucchi. L’avvocato prende la parola per spiegare le circostanze – che per il momento sono solo ipotesi da validare – nelle quali Stefano avrebbe trovato la morte. In seguito all’arresto, racconta, il ragazzo viene tenuto sotto sorveglianza nelle celle di sicurezza del tribunale, luogo in cui è sotto la custodia dell’autorità di polizia penitenziaria. Non ci sono contatti con altre persone al di fuori di quelle che lo hanno in tutela, nessun detenuto del carcere condivide con lui una cella. “Cinque giorni dopo – continua il legale dei Cucchi – Stefano è morto e porta i segni di atti di violenza incontestabili, dovuti probabilmente a un pestaggio e che non danno alcun credito a una prima ipotesi avanzata sulla morte, ovvero una caduta accidentale. Passando da una mano all’altra, senza ricevere le cure necessarie, senza che la famiglia potesse avere sue notizie né tanto meno vederlo: Stefano Cucchi è morto solo”.
Il caso di Stefano, evidenzia l’avvocato, vede la violazione dei più fondamentali diritti umani, che a volte non sono rispettati anche nei paesi che dovrebbero essere tra i più civili. “È un episodio che rappresenta un momento di riflessione per tutti, perché si è di fronte a una vicenda in cui un essere umano ha trovato la morte in un modo assolutamente disumano, abbandonato a se stesso, senza ricevere le cure necessarie alle lesioni subite; un caso che, suo malgrado, servirà per dettare future regole di verità e giustizia”. Anselmo sottolinea come quello di Stefano Cucchi non sia il primo dei casi in cui persone trovano la morte a causa della violenza dell’autorità. Ricorda le circostanze che portarono alla morte di Federico Aldrovandi e di Riccardo Rasman, entrambi – seppure in luoghi e contesti diversi – deceduti a seguito di un intervento di polizia.
“Siamo di fronte a una cultura punitiva da combattere – afferma con decisione l’avvocato – dove la pubblica sicurezza rappresenta l’esigenza primaria da salvaguardare, a qualsiasi costo. È da qui che deve partire un’altra profonda riflessione, che mette in discussione il ruolo dell’istituto del carcere. Vogliamo un carcere che sia una struttura atta a riabilitare l’individuo o vogliamo che esso rappresenti la punizione massima per chi trasgredisce alle regole e alle leggi?”. La risposata dell’avvocato Anselmo non lascia spazio a dubbio alcuno: nel momento storico in cui ci troviamo, forse la maggioranza degli italiani lo vede solo come un modo per punire chi ha sbagliato.

Federica Furlanis

Laura Baccaro
Strutture inadeguate, personale insufficiente, celle sovraffollate, condizioni di vita davvero poco dignitose. A tracciare un’immagine poco edificante delle carceri italiane è Laura Baccaro, psicologa e criminologa, nonché collaboratrice di “Ristretti Orizzonti”, periodico del carcere di Padova. Baccaro pone l’attenzione sui suicidi in carcere: in Italia, su un totale di circa 65.000 carcerati, uno su 924 si uccide, a fronte di una media nazionale di un suicidio ogni 20.000 abitanti. La percentuale sale a uno ogni 243 tra i carcerati “speciali” come quelli sottoposti al 41 bis e la situazione peggiora ulteriormente se si considera che addirittura un carcerato su 70 tenta il suicidio e che in poco meno di 5.000 commettono ogni anno atti di autolesionismo di varia gravità.
All’origine di numeri così alti, secondo la Baccaro, sono le condizioni di vita dei detenuti. Di fronte all’incapacità delle strutture carcerarie di garantire condizioni di vita perlomeno decenti, un gesto estremo quale il suicidio assume il significato di un vero e proprio grido d’aiuto, che dal punto di vista dei carcerati dovrebbe servire a richiamare l’attenzione delle istituzioni, percepite come distanti e tutto sommato indifferenti a questi problemi che si trascinano ormai da parecchio tempo. A sostegno di questa tesi sono anche i dati sull’incidenza dei suicidi nei diversi periodi di carcerazione, che rivelano la maggior parte dei suicidi avvenga nei primi tre mesi di detenzione e, sorprendentemente, nel periodo immediatamente precedente la scarcerazione. Sorprendentemente ma non troppo – spiega la Baccaro – se si pensa al momento politico che l’Italia sta attraversando, in cui, soprattutto a causa della scarsità di posti di lavoro dovuta alla crisi economica, l’intolleranza è molto diffusa, e un ex-carcerato, allo stesso modo di un immigrato, può facilmente diventare un capro espiatorio a causa della propria storia personale. Un atteggiamento che denota purtroppo un deficit di civiltà da parte di chi sta fuori dal carcere, dovuto probabilmente alla scarsa conoscenza di quanto avviene nelle prigioni italiane.
Esiste una soluzione per un problema tanto drammatico? Sono due i punti da cui occorre partire secondo la Baccaro. Il primo è il monitoraggio dei suicidi, che dovrebbe aiutare a capire quali sono i detenuti maggiormente a rischio e a mettere in atto misure di prevenzione. Il secondo è la possibile applicazione di misure alternative alla carcerazione. Anche su questi punti, però, la situazione che tratteggia non sembra essere delle migliori. Da un lato, il servizio Nuovi Giunti – che mira alla tutela della vita e della salute dei detenuti rivolgendosi ai soggetti privati della libertà per la prima volta e a coloro che provengono da un altro istituto carcerario – dopo un primo anno di attività promettente, in cui il numero dei suicidi era calato, si è rivelato una misura largamente insufficiente. Dall’altro, il ricorso a misure alternative è crollato, un po’ perché la magistratura è restia ad assegnarle, temendo che chi ne beneficia possa commettere altri reati, un po’ perché a causa della crisi le condizioni esterne sono peggiori rispetto a qualche anno fa. Tuttavia, conclude la Baccaro, in mancanza di proposte migliori toccherà ripartire da lì per ridare almeno un po’ di dignità ai detenuti, fermo restando che per mettere in atto misure efficienti sarà necessario un impegno finanziario serio da parte delle istituzioni.

Andrea Mari

Enrico Sbriglia
Per parlare di carcere e di condizioni dei detenuti, Enrico Sbriglia, assessore alla sicurezza di Trieste, direttore della Casa Circondariale della stessa città e segretario nazionale del SI.DI.PE. (Sindacato Direttori e Dirigenti Penitenziari) parte da uno sgabello. Lo sgabello penitenziario. “In carcere – spiega – non ci sono sedie, solo sgabelli senza schienale”. Un’immagine che usa per rappresentare la condizione di perenne sospensione cui sono costretti i detenuti, senza poter mai poggiare la schiena, giorni, mesi, anni. Questi sgabelli, prodotti all’interno delle carceri stesse, sono in uso da più di 50 anni. Come l’arredamento penitenziario è rimasto uguale a se stesso, sottolinea il direttore, molte altre cose non sono cambiate nel tempo. L’idea stessa di carcere come luogo di reclusione e punizione – sottolinea Sbriglia – è radicata nella mentalità di molti italiani fuori e soprattutto dentro le strutture penitenziarie. “Serve invece un cambiamento di rotta sostanziale, che muova da una concezione della pena detentiva da punitiva a riabilitativa”. La detenzione, infatti, non deve aggravare “le sofferenze inerenti a essa”, ma riabilitare l’individuo alla società. Lo status stesso del detenuto, sottolinea, non è quello di uno schiavo, ma di un ospite legalmente coatto dell’ istituzione, portatore di una serie di diritti e doveri. Il carcere dunque deve essere inteso come luogo di ricostruzione dell’identità, e mai della sua distruzione.
Sbriglia condanna fermamente quanto è successo a Stefano Cucchi e a molti altri prima di lui, definendolo come “un vergognoso episodio di follia e violenza che ferisce ed indigna l’intera società civile”. Riconosce che non si tratta di un caso isolato, ma neanche di un errore di sistema. “Le responsabilità sono responsabilità personali ed individuali, dunque qualcuno deve pagare per la morte ingiustificata di questo giovane uomo perché sia fatta veramente giustizia”.
La situazione degli istituti penitenziari del nostro paese è a macchia di leopardo, spiega, con realtà anche molto diverse tra loro. Ripete più volte che il carcere non deve essere necessariamente brutto e sporco, ma possono esserci strutture diverse da quelle presenti nel nostro immaginario collettivo. Tra le diverse realtà porta nel dibattito quella in cui afferma di avere la fortuna di lavorare da oltre 20 anni, dove i detenuti lavorano quasi tutti e percepiscono una borsa lavoro di 850 euro. Nel carcere che dirige entrano ogni anno circa 1800 detenuti e si sono registrati “solo” tre suicidi in 20 anni.
Il carcere repressivo, afferma con decisione, ha anche un costo più alto in termini di strutture, personale, sicurezza e recupero dei detenuti. Mentre il carcere che investe sulla riabilitazione e non sulla punizione è una realtà produttiva sia in termini umani che in termini economici. “La sicurezza non si ottiene mostrando i muscoli, ma valorizzando misure alternative, modi diversi di essere detenuto, come ad esempio il lavoro esterno”. E superando quella falsa contrapposizione tra esigenza di sicurezza ed esigenza di salvaguardare i diritti fondamentali di tutti gli uomini, primi tra tutti i detenuti, già deprivati del bene più grande: la libertà. Un carcere che funziona dovrebbe essere di vetro – conclude Sbriglia – un luogo trasparente dove tutti, al suo interno, siano responsabili dei propri atti.

Valeria Memè

Angelo Fioritti
A due anni dall’approvazione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 1° aprile 2008, che trasferisce la competenza sulla salute dei detenuti al Sistema Sanitario Nazionale (SSN), esistono seri dubbi sull’effettiva funzionalità del provvedimento. A sostenerlo è il dottor Angelo Fioritti, responsabile fino al 2009 per la salute mentale nelle carceri per la regione Emilia-Romagna. Lo scenario delineato da Fioritti è quanto mai sconfortante. Da una parte, infatti, il decreto ministeriale non sembra essere del tutto chiaro per quanto riguarda il passaggio della responsabilità della salute dei detenuti dalle carceri alla regione, dall’altra le Regioni sono impreparate a tale passaggio e senza risorse per attuarlo.
Uno degli aspetti più problematici, spiega Fioritti, è la ricollocazione del personale sanitario carcerario, che solo in Emilia conta più di 400 persone. Per sopperire a questi problemi ogni regione si è dotata di un Gruppo tecnico interregionale per la salute in carcere (Gisc), che, oltre a lavorare per permettere l’attuazione del DPCM, si sta occupando di informatizzare le cartelle cliniche dei detenuti per trasmetterli al SSN e creare, quindi, una banca dati centralizzata riferita a tutti i detenuti delle carceri di ogni regione. Inoltre, seguendo le direttive del DPCM, sono stati istituiti il Tavolo di consultazione permanente per il DPCM e il Tavolo paritetico sugli ospedali psichiatrici giudiziari, entrambi fondamentali per creare un indirizzo nazionale concreto e attuare al meglio le direttive del DPCM.
Ma a queste problematiche se ne affiancano altre che si rifanno al ruolo che gli operatori sanitari sono chiamati a svolgere per l’assistenza ai detenuti. Fioritti si sofferma sull’importanza della figura dello psicologo, che si presenta come una possibile soluzione per combattere i fenomeni di disagio psicologico e stress che colpiscono un alto numero di detenuti. Sottolinea come il DPCM tenda a riconoscere le cure psicologiche come non rientranti nell’iter della cura ma della riabilitazione e, quindi, non vengano previste sovvenzioni dal SSN a favore degli psicologi che lavorano nelle carceri. Una scelta che ritiene assai criticabile, dato che negli ultimi dieci anni su 1500 morti in carcere almeno un terzo sono per suicidio. Secondo Foritti, un altro punto poco chiaro del DPCM, che va a contrastare con le richieste del sistema sanitario carcerario, è la cessione di locali sanitari in comodato gratuito da parte del SSN. Locali come le infermerie, sottolinea, verrebbero escluse da questa tipologia. Inoltre, mentre gli amministratori delle carceri avanzano richieste per la creazione di centri clinici dove collocare sezioni per i disabili o di sale operatorie direttamente nelle carceri per evitare pericolosi spostamenti del detenuto in ospedale, il SSN rifiuta di concedere l’autorizzazione a procedere alla creazione dei suddetti locali.
Il problema di fondo, spiega Fioritti, è che oggi il concetto di salute contrasta con quello di sicurezza. Non è possibile, afferma, che ad un detenuto che presenti un malore sia consentito il trasferimento immediato in ospedale e d’altra parte l’istituzione di operatori sanitari specializzati nelle carceri, senza sale operatorie o strumentazioni adeguate, corrisponde soltanto a uno spreco di risorse che potrebbero essere impiegate in altro modo. C’è un problema di priorità: scegliere di salvaguardare la salute dei carcerati permettendone l’immediato trasferimento in ospedale in caso di malore, con conseguenti rischi di evasione, o scegliere la sicurezza avvalendosi dell’aiuto di specialisti sanitari che però poco possono fare senza le adeguate strutture e quindi risultano essere solo un peso che andrebbe a gravare sull’economia delle carceri. Non è sicuramente facile riuscire a portare a compimento una trasformazione così radicale del sistema sanitario carcerario, conclude Fioritti. Trovarsi di fronte ad un cammino lungo e articolato per la realizzazione del DPCM era anche prevedibile ma non per questo bisogna credere che sia un qualcosa di irrealizzabile.

Francesco Pandolfi

Gianluca Borghi
Cosa può fare la politica per migliorare le condizioni dei detenuti nelle carceri italiane? A rispondere a questa domanda è Gianluca Borghi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, che traccia anche un quadro della situazione sul territorio. La situazione in Emilia Romagna appare tra le più gravi in Italia, a causa di un indice di sovraffollamento delle carceri pari al 181%. Borghi riconosce come le responsabilità degli istituti penitenziari, che costituzionalmente sono in capo allo Stato, negli ultimi anni si stiano riversando molto sulle spalle delle associazioni di volontariato. “Sono i volontari che, in mancanza di educatori e di personale specializzato pagato, spesso si fanno carico di sostenere i detenuti e di seguirli nei loro percorsi riabilitativi”. Un fraintendimento aberrante del concetto di sussidiarietà, secondo Borghi, che porta di fatto le istituzioni ad ‘approfittarsi’ del lavoro generoso delle associazioni di volontariato per supplire alla mancata presa di responsabilità da parte dello Stato. La presenza di un forte volontariato, infatti, fa sì che l’Emilia Romagna sia considerata una delle regioni maggiormente capaci in modo autonomo di far fronte ai problemi sociali, compreso quello delle carceri.
Negli ultimi anni, prosegue il consigliere regionale, le istituzioni hanno dimostrato un disinteressamento politico al tema delle carceri, che si è tradotto in un disinvestimento finanziario, in un dibattito parlamentare quasi inesistente e in interventi di governo poco risolutivi. “Il carcere in Italia è visto e pensato spesso solo come un luogo di separazione e non di rieducazione” afferma Borghi, aggiungendo come non si possa fingere che a determinare queste condizioni non abbia pesato in modo considerevole un’irresponsabilità di base da parte delle istituzioni. “Se vogliamo che il carcere sia un luogo di recupero per le persone, lo Stato deve fare dell’invivibilità e dei problemi all’interno delle carceri un fatto politico”. E il caso di Stefano Cucchi deve servire a questo, grazie all’impegno di Ilaria e al suo “straordinario impegno civico che deve smuovere le responsabilità”.

Chiara Panzeri


 

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