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Dibattito sul carcere: condizioni delle strutture, dei carcerati e del personale

Bologna, 21 gennaio 2010, sala 5 ex Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna

Nell’ambito di Socialmente, giovedì 21 gennaio 2010, nella prestigiosa sala 5 dell’ex Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna, si è tenuto il “Dibattito sul carcere: condizioni delle strutture, dei carcerati e del personale”, organizzato dall’associazione di volontariato @uxilia Emilia Romagna e dalla rivista di promozione sociale Social News. Molto vari gli interventi, grazie alla partecipazione di Ilaria Cucchi, sorella del tristemente noto Stefano, con l’avvocato di famiglia Fabio Anselmo, Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste e segretario nazionale dei direttori e dei dirigenti penitanziari, Laura Baccaro, psicologa e collaboratrice di Ristretti Orizzonti (il giornale di informazione sul carcere e dal carcere di Padova), Angelo Fioritti, responsabile fino al 2009 del servizio salute mentale, dipendenze patologiche e salute nelle carceri della regione Emilia Romagna, e Gianluca Borghi, consigliere regionale. A moderare il dibattito è stato il direttore si Social News e presidente di @uxilia onlus Massimiliano Fanni Canelles.

L’incontro è iniziato con l’intervento un po’ defilato di Ilaria Cucchi. Sembra una ragazza, ma è una donna molto forte, sobria, e quando racconta per l’ennesima volta la storia degli ultimi giorni di vita di suo fratello, ha un’aria un po’ dimessa e allo stesso tempo un po’ dura. Ripercorre l’arresto, avvenuto il 15 ottobre 2009 per possesso di droga, quando Stefano era “in condizione fisiche e psichiche sanissime”. Ricorda come per sei giorni lei e i suoi genitori abbiano cercato di avere notizie di Stefano, sempre negate. Ma quando ripensa a come deve essersi sentito, in quei momenti vicini alla fine, allora la voce si fa più tesa, e quasi si spezza quando dice: “È morto solo, magari pensando che noi l’avevamo abbandonato per le sue colpe. Mio fratello non era perfetto, magari meritava una condanna ma non la morte. Nessun motivo giustifica un tale trattamento”.

L’avvocato di famiglia, Fabio Anselmo, torna invece sulle modalità che hanno portato alla morte di Stefano Cucchi. “È pacifico che il pestaggio non sia stato da parte di altri detenuti o compagni di cella. Ci sarebbero relazioni, procedimenti penali, invece niente”. Perché Stefano è stato picchiato quando si trovava ancora nelle celle di sicurezza del tribunale, nelle prime ore dopo l’arresto. Ed è questa l’anomalia del caso, secondo l’avvocato. “Che per giorni Stefano sia passato da una mano all’altra senza che nessuno facesse niente”. Per poi morire per le conseguenze dei traumi subiti. “Stefano è morto lentamente, disidratato, con un catetere mal riposto che gli ha causato un globo vescicale contenente 1,4 litri di urina. In condizioni inumane, nell’indifferenza”.

Il discorso si allarga così a quelle che Laura Baccaro chiama le “morti di carcere” più che “morti in carcere”. Perché le condizioni degli istituti penitenziari italiani hanno fatto sì che il tasso di suicidi dei detenuti sia molto più alto di quello del resto dei cittadini italiani. Baccaro, psicologa e criminologa che conduce ricerche sui carcerati da dieci anni, ha potuto stabilire che se il tasso di suicidi nella popolazione italiana è di 1 su 20.000, quello nelle carceri sale a 1 su 924, mentre se consideriamo il tasso di tentati suicidi è addirittura di 1 su 70. Cifre incredibili, che devono confrontarsi con situazioni di disagio effettivo. “Non tutti quelli che entrano in carcere hanno debolezze psicologiche; è il carcere stesso, per come è, il problema: pochi agenti, sovraffollamento, povertà delle strutture. Tutto questo porta a un degrado della dignità del carcerato la cui unica fuga è il suicidio o l’autolesionismo”. I momenti dove il rischio di suicidio è più elevato sono l’entrata in carcere, per ovvie ragioni, l’esito della condanna (perché attualmente il 30% degli abitanti dei penitenziari italiani sono imputati, quindi in attesa di giudizio), e paradossalmente il momento vicino all’uscita o subito successivo.

Enrico Sbriglia interviene portando la testimonianza della sua personale esperienza. Nel carcere che dirige da 20 anni, dove ogni anno entrano ed escono “1800/2000 detenuti”, ha visto “soltanto” 3 casi di suicidio. “Perciò che senso hanno tutti quei calcoli? È fuorviante considerare tutto bianco, nero, roso o giallo”. Il contrasto così evidente tra la situazione proposta dalla dottoressa Baccaro e quella del direttore Sbriglia può forse derivare dal fatto che nell’istituto penitenziario di Trieste quasi tutti lavorano grazie alle misure alternative. I detenuti escono dal carcere ogni giorno, riescono a guadagnare uno stipendio con un contratto regolare. “Mi prendo io la responsabilità di queste soluzioni alternative – spiega Sbriglia – perché i muscoli sono la soluzione peggiore e anche più costosa”.

A proposito di muscoli, l’avvocato della famiglia Cucchi riporta alla memoria una triste fila di morti spesso definite “di Stato”. A partire dal caso di Riccardo Rasman. È il 27 ottobre 2006, a Triste, quando Riccardo, invalido psichiatrico, in un momento di euforia si mette nudo a lanciar petardi dal balcone di casa. La polizia interviene, sfonda la porta d’ingresso, senza chiamare né genitori né psichiatra, alla colluttazione violenta segue la morte di Riccardo. “A me vengono i brividi, se la malattia psichiatrica è trattata così siamo ben lontani dalla civiltà” dice l’avvocato Anselmo. Ricorda poi Federico Aldrovandi, altro giovane, altra morte violenta. Il 25 ottobre del 2005, il diciottenne Federico rincasa da una serata di bagordi con amici, la polizia viene chiamata per schiamazzi, il ragazzo muore. Ancora una volta la priorità è immobilizzare l’elemento disturbante. Giuseppe Uva, Varese, 14 giugno 2008. Un senzatetto che una notte ha fatto una bravata con un amico ed è morto in seguito all’intervento della polizia. “Sotto gli occhi del quartiere, tutti hanno visto ma nessuno voleva testimoniare. Un signore anziano ha commentato così quello che era successo: ‘I poliziotti rischiano la pelle per noi, se qualcuno ci rimette pazienza’. È questa mentalità che riverbera e che va combattuta”, è il commento dell’avvocato.

Una mentalità che punta a bloccare ad ogni costo chi disturba, e che riduce il carcere a “luogo dove separare e buttare via” chi ci finisce dentro. Sono le dure parole del consigliere Gianluca Borghi, appena tornato da una visita al carcere di Piacenza dove non funzionava nemmeno il riscaldamento. Non c’è neanche più bisogno di porsi la domanda se la detenzione sia da ritenersi oggi, per gli italiani, una struttura rieducativa o di punizione, perché le condizioni stesse degli istituti propongono già la risposta. Eppure è responsabilità di chi è fuori occuparsi di questo problema, perché può succedere a chiunque di finire in carcere: la nostra è una condizione di “momentaneamente a piede libero”, per usare le parole di Laura Baccaro.

La questione della dignità dei carcerati si declina anche a livello sanitario, dove il dottor Angelo Fioritti espone il problema di infermieri e dottori nelle carceri. “È davvero utile mettere un cardiologo in un istituto penitenziario per un solo detenuto cardiopatico, quando una struttura sanitaria dista cinque minuti da lì”, solo per evitare che un detenuto esca dal carcere? È lo stesso Sbriglia a rispondere: “No, è ovviamente inutile un cardiologo in un caso simile”, perché è più semplice e meno costoso che il detenuto venga fatto uscire per ragioni sanitarie. E aggiunge: “chi si prenderebbe la responsabilità di non fare uscire una persona che sta male?” Poi guarda con amarezza verso la sorella di Stefano Cucchi. Già, chi se la prende adesso quella responsabilità?

(klicca e guarda foto e cartella stampa)

Eva Brugnettini

Evento formativo accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna (Crediti attribuiti n.3).
Evento patrocinato da: Istituzione Gian Franco Minguzzi, Facoltà  di Psicologia dell’Università di Bologna, Laurea Magistrale Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale dell’Università di Bologna, Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna.
Il direttivo di @uxilia Emilia Romagna e il direttore della rivista Social News ringraziano per la collaborazione Gianluca Borghi, Roberta Cinus, Silvana Contento, Elisa Gentili, Danny Labriola, Valeria Longhi, Elisabetta Mazzanti, Sara Musiani, Paola Pauletig, Alessia Petrilli.

 

 

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