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Diverse povertà |

A Biella il futuro è ieri
Biella è la lana. Difficile ricollegarla a qualcos’altro. Se non sei cresciuto tra le montagne che sorgono ai piedi della città, o se non ci sei capitato di passaggio, difficilmente la collochi geograficamente in qualche regione. Biella è in Piemonte. Il tessile fonda le sue radici qui a partire dal 1800, prima con una produzione di tipo domestico, poi con uno sviluppo industriale che ha portato una piccola realtà piemontese a diventare il polo laniero più qualificato al mondo.
I bilanci della locale Camera di Commercio sottolineano annualmente l’andamento delle imprese, evidenziandone i grandi momenti positivi degli anni '80 e '90, in cui una crescita produttiva costante teneva lontani i terrori di una crisi alle porte. Il ritorno di parabola inizia con lo scattare del millennio: dal 2000 ad oggi, a parte sporadici momenti di positività, la crisi non ha conosciuto sosta. L’ultimo bilancio della Confcommercio di Biella recita: “tremila posti di lavoro persi in poco più di un anno, con un’impennata vertiginosa della cassa integrazione - passata da 801.000 ore a 3.494.000 (1.996.695 riguardano il solo settore tessile) nel 2009. Le previsioni delle aziende biellesi risultano purtroppo ancora cupe”.
Ad incrementare il disagio davanti alle cifre in continua discesa, c’è la considerazione, ancor più desolante, che, nell’economia biellese, tutto, o quasi, ruota attorno all’attività manifatturiera, che da sola ricopre circa l’80% delle attività totali presenti sul territorio. Le cause della crisi, definita da più parti “epocale”, sono da ricercare nella spietata concorrenza dei Paesi dell’est, nelle abitudini dei consumatori cambiate radicalmente nell’arco di un tempo troppo breve, nei consumatori, sempre più alla ricerca del prezzo basso, piuttosto che della qualità. La ricerca di un prodotto classico, di nicchia, certo non ha agevolato il consumo su larga scala, facendo il vuoto tra i prodotti di alto livello sartoriale e dai prezzi difficilmente accessibili. Così, le piccole e medie imprese hanno “obbligato” il consumatore a volgere lo sguardo altrove, dove il mercato, a causa del basso costo della manodopera, costa la metà e hanno favorito, involontariamente, il made in out, piuttosto che il made in Italy.
Essere nati alla fine degli anni '80 a Biella vuol dire molte cose. Significa aver vissuto da dentro il periodo economicamente più importante delle industrie tessili. Significa aver visto la propria città cambiare aspetto per adeguarsi alle aspettative del mercato internazionale e competere così con le più grandi industrie mondiali, esportando i prodotti oltre il confine e ricavandosi uno spazio nelle passerelle d’oltre oceano. Significa essere stati associati da sempre al grande marchio riconoscibile dappertutto. Questo fino ad oggi. Essere nati a Biella, oggi, vuol dire trovarsi a vent’anni, nel 2010, senza un lavoro.
La sintesi, purtroppo, non ammette repliche: è crollato il tessile ed è crollato tutto il resto. Aver vissuto su un’unica attività ha impedito a tutti gli altri settori di potersi espandere slegati dall’ambito manifatturiero. Ha portato all’incapacità di reinventare l’industria proponendo nuovi sbocchi diversi dal precedente. La realtà biellese, oggi, può essere paragonata ad un mercato dell’est che lei stessa ha contribuito a far nascere. Le unità tessili, nel 2003 circa 1.800, oggi sono poco più della metà, con un andamento della produzione totale paragonabile al -30% dello scorso anno. Avere 20 anni a Biella vuol dire, per chi ha la possibilità di studiare, cercare la propria strada altrove. Perché la propria strada, nella maggior parte dei casi, è inconciliabile con quella biellese. Oppure, vuol dire provare a rimanere legati alle proprie origini, nell’attesa che la situazioni migliori, nell’altalenarsi della cassa integrazione, che si traduce spesso in una chiusura forzata della fabbrica.
Non è facile essere giovani a Biella ed accettare di rientrare nella “nuova povertà”, in un posto dove chi è giovane ha vissuto di riflesso la fatica e la soddisfazione delle generazioni precedenti. Generazioni che hanno saputo sfruttare il territorio creando una ricchezza che, pur essendo parte di noi giovani, ora intravediamo estremamente distante.
Chiara Argentero (Biella)
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale – Università di Bologna
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