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Laboratorio Università di Bologna

 

Diverse povertà

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6 aprile 2009, le povertà causate dal terremoto in Abruzzo

Abbiamo visto quanto possa essere devastante un terremoto come quello che, il 6 aprile del 2009, ha distrutto la città dell’Aquila. Oltre ad un alto numero di vittime, una catastrofe naturale di tale entità porta con sé miseria e disperazione per quelli che restano vivi e che in pochi secondi vedono spazzare via la loro vita, i loro affetti, le loro case, la loro città. Anche in Abruzzo, nel giro di poche ore, i terremotati si sono trovati ad essere degli sfollati, a dover vivere in condizioni precarie in tendopoli e strutture d'emergenza, a non vedere altro che un futuro nero davanti ai loro occhi. Le prime ore, i primi giorni, i primi mesi, sono serviti per piangere tutto quello che era e ora non è più. Poi, piano piano, si è cercata la normalità, si è tentato di riprendere a vivere, per quanto sia possibile. Chi ha potuto, ha ripreso a lavorare e a studiare, è iniziata l’affannosa ricerca di ricostruire una vita.
Le prime famiglie sono rientrate nelle loro case verso i primi giorni di luglio. Il rientro nelle abitazioni è stato graduale ed ha coinvolto solo parte della popolazione. Le case classificate con la lettera “A” dalla Protezione Civile sono quelle che non avevano riportato gravi danni a causa del terremoto e sono state quindi le prime a poter essere riutilizzate. Diverse famiglie, di fronte a danni anche non gravi alle loro case, non hanno potuto fare rientro nella propria abitazione perché senza la possibilità di pagare i lavori di restauro. Una povertà nella povertà, che li ha costretti ad attendere l'arrivo dei finanziamenti statali ed ha messo a nudo la fragilità di diverse famiglie davanti ad una situazione non preventivata. Lo Stato e la Protezione Civile, nel frattempo, si sono attivati per realizzare le casette antisismiche. Le prime sono state consegnate a fine settembre. I tempi per la consegna sono risultati un po' più lunghi del previsto, anche perché le case da consegnare erano veramente tante. Mentre venivano costruite le nuove casette, sono state chiuse le tendopoli per l’arrivo della stagione invernale e si è cercato di trovare una sistemazione per i terremotati negli alberghi della costa ed in quelli che in città erano tornati agibili.
A distanza di un anno, la maggior parte dei terremotati ha ricevuto una casetta o è tornato nella sua casa originaria, dopo che questa è stata messa a norma. C’è ancora molto da fare, in città. L'emergenza è finita, ma colmare le perdite, non solo economiche, del terremoto, non è una cosa da poco. Alcune attività imprenditoriali stanno ripartendo, piano piano. Con grande fatica, vengono riaperte le attività commerciali, i negozi, le strutture private. Tutti stanno cercando di fare il massimo. Per far ripartire un’attività, si ha bisogno di risorse economiche, agevolazioni statali, aiuti di ogni sorta, ma per far ripartire pienamente la città ed i paesi attorno, c'è bisogno di molto di più. Se la prima vera emergenza si può considerare finita – sono terminati i giorni in cui si aveva bisogno di tutto, dall’acqua potabile al gas, al cibo, ai farmaci, ad un tetto sulla testa – adesso inizia una nuova sfida, per certi versi più dura e più lunga: rispondere alle ferite di una comunità che, ad un anno dal terremoto, si trova più povera economicamente e più fragile.
Il 5 aprile 2010 è stata inaugurata a L'Aquila, nell'area di Piazza d'Armi, la mensa dei poveri, una struttura di 400 metri quadri che può offrire ogni giorno pasti a ben 200 persone. Molti sono aquilani che hanno perso il lavoro, altri sono cittadini stranieri arrivati in città per lavorare o che lavoravano qui come badanti. Ora hanno perso tutto. Ogni persona ha una storia da raccontare, la sua e la nostra: c’è chi aveva una piccola attività che è stata distrutta, chi, dopo il sisma, ha trovato una casa antisismica migliore di quella nella quale aveva vissuto in passato, ma rimpiange la casa dei propri affetti, la casa nella quale si è trascorsa la propria vita. Si scopre una fame più grande, che un piatto di pasta non può saziare. I racconti di quella maledetta notte sono toccanti: c’è chi ha visto frammentarsi avanti ai propri occhi la dimora costruita con i risparmi di una vita, chi è rimasto per ore sotto le macerie in attesa di essere salvato, chi vedeva intorno a sé fumo e polvere senza riuscire neppure a comprendere quanto fosse grande la disgrazia. Ci vorranno anni per ricostruire, per risollevare gli animi dei cittadini abruzzesi, forti della caparbietà di chi non vuole arrendersi e sta cercando di cancellare la povertà e la disperazione di un terremoto che ha fatto crollare, insieme alle case, anche molte certezze. Ecco perché, superata la prima emergenza, è importante cercare di riaprire i centri studio, i teatri, i centri di cultura, oltre alle piccole e medie industrie: per combattere una povertà meno visibile di quella economica, ma più insidiosa nel lungo termine.

Marta Ghelli, (L'Aquila)
Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale di Bologna

 

 

 

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