Palestina tra droga e sopravvivenza, quando l’Occidente crea la causa e poi la cura

La Pace dei bimbi, un progetto partito dall’Italia con l’intento di accomunare persone semplici in un unica via, dal giorno che il progetto è approdato in terra di Palestina il mondo si arroventa nel caos più assurdo, mentre la popolazione di queste terre lascia intravedere sgomento e desolazione. Vi è la consapevolezza che l’opinione pubblica possa schierarsi nuovamente contro il mondo arabo additandolo così ad attentatore ed assassino risiede nella quotidianità di ogni singolo individuo.

Ci troviamo di fronte ad un periodo storico complesso dove l’essere umano resta attento all’escalation di sangue che lo circonda, e  nei territori palestinesi è sempre più ampio lo sgomento: in pochi giorni i bombardamenti sulla popolazione siriana sono aumentati a dismisura sino all’ uso di armi chimiche mietendo così vittime tra i più piccoli, poco dopo abbiamo potuto osservare lo sgomento del presidente statunitense, Donald Trump, che ha scelto la via della violenza anch’esso, bombardando nuovamente civili inermi. Un richiedente asilo uzbeco, forse ispirato dallo Stato Islamico, ha mietuto altre vittime a Stoccolma, lasciando così tutti senza fiato, poche sono le ore che distanziano altri massacri reclamati dall’ ISIS in territorio egiziano. Ma cosa accade nella mente della popolazione palestinese? Cosa pensano gli arabi che vivono in territorio islamico riguardo al caos che oramai sovrasta il globo nella sua totalità? Attraversando le città di Ramallah e Betlemme ci troviamo faccia a faccia con persone semplici, non attraversando le vie diplomatiche per noi è più genuino captare il malumore e la preoccupazione che invade queste terre.

Credits to Ahmad Talat Hasan

Il maestro Omar Abu Al Hwar insieme ad altri colleghi si occupa non solo della scolarizzazione dei bambini in età adolescenziale, ma soprattutto del loro inserimento nell’ambito della cultura grazie alla collaborazione di molti centri culturali sorti grazie a donazioni private di differenti stati. Omar lascia intravedere una sua preoccupazione, dopo averne visti molti arrestati o morti per mano militare all’ interno dei campi profughi insediati nelle zone circondariali della città di Betlemme. In questi giorni osservare gli occhi di Omar porta alla consapevolezza di come la forza interiore possa abbattere i muri dell’ odio nei confronti di culture poco conosciute, perché questo è il dilemma principale della società odierna.

La guerra crea la causa mentre la droga la dipendenza dalla cura occidentale

L’Occidente oggi resta sgomento di fronte all’assurdità dei patti militari che firmano accordi di sangue, dovremmo invece renderci conto sempre più di come stia evolvendo la situazione nelle terre sotto assedio da decenni. La conseguenza di una guerra resta nella pelle di chi sarà obbligato ad affrontare giorno per giorno gli esiti della violenza. Si piangono i morti, ma si lasciano i vivi a galleggiare nel fango di una psicologia dilaniata da mitra i puntati sulla schiena di bambini, Jeep militari e check point oramai simbolo di una classica mattina prima dell’ arrivo a scuola o al lavoro. Ore di file infinite per raggiungere un luogo subendo umiliazioni da giovani militari poco più che ventenni, David Dadge portavoce di UNODC una sezione delle nazioni unite dedita al controllo della criminalità nel 2014 durante un congresso a Vienna stringe la mano al primo ministro palestinese per il controllo aereoportuale delle sostanze stupefacenti che riescono ad entrare lungo il confine, con il sostegno di UE e Interpol.

droga palestina

Credits to Ahmad Talat Hasan

Le sostanze maggiormente usate dai ragazzi in età compresa tra gli 11 e 15 anni risultano Marijuana, Canapa, Hashish, Cocaina e Hydro, una droga sintetica che viene usata attraverso inalazione mescolata a cocaina. In passato molte morti sono state causate dall’ uso del talco impiegato per via inalatoria risultando poi altamente tossico. I giovani palestinesi denunciano l’assenza del sostegno da parte dell’ANP nei confronti della popolazione palestinese che subisce arresti e violenze quotidiane, portando così a livello sempre più alto il bisogno di sostenersi attraverso effetti eccitanti ed il bisogno poi consapevole di lasciarsi andare, utilizzando vie esterne per depurare la propria mente. Nei loro occhi, duri come muri, puoi osservare la sensazione di sentirsi totalmente abbandonati, ma di dover combattere ogni giorno contro un’assenza di legalità anche da parte di chi dovrebbe tutelare i più giovani.

Risultano in aumento gli arresti nei confronti di chi è attivo giornalmente all’interno della resistenza in cui la zona della West Bank soggiorna in infinite incursioni quotidiane e notturne all’ interno dei campi profughi. Vi sono, oramai, situazioni limite abbandonate da ogni possibile controllo, nel momento in cui anche le forze di polizia del governo in carica utilizzano la propria forza ed il proprio potere creando così la logica del caos, come ci racconta un paramedico che spesso si è trovato ad affrontare situazioni limite tra le zone di Ramallah, Hebron e Nablus.

La città di Nablus appare ad ad oggi come la più colpita dal dramma della violenza e dall’uso di sostanze stupefacenti da parte dei ragazzi, questo dovrebbe farci comprendere come il mondo occidentale per l’ennesima volta sia riuscito ad utilizzare la guerra e il potere armato per crearne una causa, la cura ed il controllo. La mancanza di centri di recupero per questi giovani è un danno non solo alla società mediorientale ma alla società globale, per generazioni future che mancano di prospettive e quindi impossibilitati ad interagire con una collettività basata sul progresso di ciò che lascia e trascina la violenza in cui stiamo navigando oggi. Resta quindi un dubbio nel come spesso i visti vengano bloccati per accedere all’ interno delle terre controllate sia dalle forze israeliane che dall’Anp, mentre sostanze altamente tossiche che danneggiano la popolazione siano riuscite in questi anni a creare un danno ancora maggiore di quello che siamo abituati a percepire dalle notizie che ci pervengono dai media.

 

Antonietta Chiodo
Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina.

Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News.

Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati.

Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana.

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