ANALFABETISMO FUNZIONALE E SCUOLA: DARE DI PIÙ, CHIEDERE DI PIÙ

LE ISTITUZIONI SCOLASTICHE ITALIANE HANNO BISOGNO DI RECUPERARI GLI STRUMENTI PER SVILUPPARE CAPACITÀ CRITICHE E PENSIERO INDIPENDENTE CHE PRESCINDA DAL MERO NOZIONISMO E CONSENTA DI COMPRENDERE A PIENO LA NUOVA REALTÀ IN EVOLUZIONE

di Valerio Vagnoli, membro del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

Al fine di non dover più convivere con l’analfabetismo funzionale, o, quanto meno, al fine di ridurlo ai minimi ter- mini, occorre fare in modo che la scuola non solo dia di più, ma chieda anche di più. Un impegno difficile, ma non impossibile: come vedremo, alcuni dati confortanti ci spingono ad agire prima che sia troppo tardi. Bisogna, infat- ti, sbrigarsi: più si consolidano le tendenze in atto ormai da decenni, più si riduce per sfini- mento l’area di opinione pubblica favorevole a cambiare le cose. Ne va del destino di una ci- viltà dotata, tra i suoi caratteri principali, della capacità di evolversi innestando le novità sul tronco della tradizione, ma non della garanzia che questo accada comunque.

A mio parere, occorre che migliori in maniera decisa la qualità del nostro sistema scolastico. La nostra scuola soffre da anni, se non da qual- che decennio, di una pressoché totale mancanza d’identità, con l’eccezione dei licei tradizionali. In particolare, stiamo assistendo, a partire dai primissimi anni ’90, ad una metodica distruzio- ne degli indirizzi tecnici e professionali, i cui curricula sono stati completamente stravolti e sommersi da una miriade di materie. Queste hanno il “pregio” di dare lavoro ad un cospicuo numero di laureati disoccupati, ma accusano lo spietato difetto di danneggiare gli allievi in ma- niera spesso irreparabile. Sfido chiunque a far fronte a 14, 15 e perfino 16 materie riuscendo a mantenere interesse e passione per la scuola e per la cultura. Chi si arrende dovrà fare i con- ti con un sapere enciclopedico che ha poco a che fare con una scuola degna di questo nome, quella che dovrebbe formare futuri cittadini dotati di passione culturale, senso critico e so- cratica consapevolezza di sapere di non sapere. Un vero vaccino, quest’ultimo, per immunizzar- ci dal rischio di diventare superficiali e, nello stesso tempo, anche arroganti, come sembra, purtroppo, accadere sempre più spesso nella nostra società. Insomma, non è certo colpa deldestino se il numero dei bocciati e di coloro i quali sono al di fuori di qualsiasi percorso formativo, la- voro compreso, è sempre più impressionante e tale da collocarci agli ultimissimi posti fra i Paesi Ocse. In questi anni, per la gran parte dei pedagogisti, per molti ministri e per la potentissima burocrazia mi- nisteriale, la colpa della crisi del nostro sistema for- mativo sembra essere esclusivamente di chi lavoranella scuola: didattica antiquata, insufficiente “per- sonalizzazione” dell’apprendimento, scarsa atten- zione alle “problematiche” della società renderebbe- ro la scuola troppo distante dalla realtà. Si è pensato di rimediare con un numero crescente delle cosid- dette educazioni (salute, inclusione, smartphone, di- versità, legalità, cittadinanza, pace…) e dei più vari e, spesso, inutili progetti. Una miriade di progetti che hanno contribuito a togliere a certi indirizzi scola- stici quell’identità di cui parlavamo sopra. E qualsi- asi istituzione, privata della sua identità, perde ine- sorabilmente di credibilità e di importanza. A tutto questo si aggiunge la progressiva sparizione degli esami (ne sono rimasti due, resi sempre più facili e utili solo a salvare la faccia davanti alla Costituzione che ce li impone): contribuisce ulteriormente a non dare importanza al ruolo che la cultura dovrebbe ri- coprire all’interno della società.

Quasi mai abbiamo sentito qualche pedagogista richiamare il valore della disciplina e mai è capi- tato di farlo a qualche ministro, salvo la Gelmini, la quale reintrodusse il voto in condotta, che va e viene come si trattasse di un gioco tra ragazzi. Né governanti, né partiti e neppure un Presidente della Repubblica hanno parlato agli studenti di re- sponsabilità, doveri che si accompagnano ai diritti, rispetto delle regole e degli insegnanti. E gli inse- gnanti, come i dirigenti, mai sono stati sollecitati a farle rispettare con la necessaria fermezza. Fre- quenti, anzi, i messaggi in direzione opposta, come la recente, nuova abolizione del 5 in condotta da parte del ministro Fedeli.

In assenza di tutto questo, non stupiscono le dif-ficoltà di chi in classe cerca di contrastare, anchecon sanzioni, i comportamenti scorretti. Difficoltàcrescenti in maniera esponenziale e drammatica. Di esse si occupa da anni, tra i pochissimi a far- lo, Adolfo Scotto di Luzio. Altrettanto drammati- camente, esse emergono dai fatti di cronaca nera di questi ultimi mesi. Allo stress crescente tra gliinsegnanti si affiancano i danni molto seri allapreparazione degli studenti. Ne consegue un’al- larmante crescita dell’analfabetismo funzionale in adulti in possesso di diploma di scuola superio-re e, perfino (6,9%), di quello di laurea.

Eppure, tornando al discorso iniziale, alcuni dati farebbero ben sperare su un possibile futuro cam- biamento. Sono quelli ricavati da un sondaggio commissionato pochi mesi fa dal Gruppo di Firen- ze a Eumetra MR. In base ad essi, si può tranquilla- mente escludere che l’opinione pubblica approvi le politiche scolastiche e gli orientamenti pedago- gici in atto. Dati, insomma, che aprono a qualche speranza, a qualche possibilità che le cose possa- no davvero cambiare, purché la classe dirigente lo voglia. Se lo farà, avrà il consenso della maggio- ranza degli Italiani. Ecco, in sintesi, i dati:

per il 67% degli Italiani la scuola è troppo poco se- vera riguardo alla condotta degli allievi;
il 68% giudica sbagliata la recente abolizione dellabocciatura per l’insufficienza in condotta;

il 59% pensa che la scuola sia troppo poco esigente riguardo alla preparazione degli studenti;
il 75% considera utili i compiti a casa;
circa il 50% ha saputo che, durante gli esami di Sta- to, alcuni docenti chiudono un occhio su chi copia.

Di fronte a dati del genere si può essere un po’ più ottimisti. Si spera che anche i politici aprano gliocchi e si rendano finalmente conto che una poli- tica scolastica rigorosa non li penalizzerebbe sul piano del consenso. La maggioranza degli Italianiesige che la società migliori ed è consapevole che il miglioramento deve obbligatoriamente passare dalla scuola: ancora oggi una scuola seria è in gra- do di garantire molto, a partire dall’affermazione sul piano professionale. E garantisce anche che la futura opinione pubblica sia più consapevole e in grado di pensare con la propria testa. Una scuolapiù esigente, infine, costituisce la più efficace pre- venzione dell’analfabetismo funzionale, insieme ad una rigorosa selezione dei futuri docenti.

Fino a qualche decennio fa, il nostro Paese ha conosciuto percentuali di analfabetismo, non solo funzionale, ben più drammatiche rispetto a quelle dei nostri tempi. Tuttavia, coloro i quali sperimentavano sulla propria pelle questa me- nomazione culturale esprimevano spesso una consapevolezza civile e aspettative per il futuro non sempre riscontrabili ai giorni nostri. Aspet- tative espressione di un’umanità che attendevadal futuro, soprattutto per i loro figli, un ben di- verso destino rispetto a quella che era stata la loro esistenza sfortunata e ingiusta. Gente cheaspirava ad una scuola finalmente di massa che garantisse opportunità per i propri figli che aipadri, appunto, erano state negate. È triste ve- dere come queste aspettative siano sempre più demolite e che una conquista come quella dellascuola finalmente aperta a tutti venga sempre più sprecata. Dobbiamo finalmente prendere attoche una scuola che omologa verso il basso avràsempre più difficoltà a far veramente emergereil merito di chi parte da condizioni svantaggiate. E’, quindi, destinata a diventare, come un tempo, una scuola classista.

Siamo ancora in tempo ad invertire la rotta. Ci vuo- le più consapevolezza (anche nella scuola) dei ri-schi che stiamo correndo e, finalmente, un maggio-re rispetto per chi fece in passato enormi sacrificiper farci vivere, tutti, in un Paese più giusto.

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Stephanie Leon

Stephanie nace a Bogotá, se gradúa de Discipline dell'arte della musica e dello spettacolo: Cinema en la Università degli Studi di Udine, intraprende la laurea magistrale en Comunicazione Per le Imprese ed organizzazione. Apasionada de las artes audiovisuales, los viajes, la música y la escritura. Es una nómada global y soñadora empedernida, que prueba a través de la escritura y el arte: entender, aprender y compartir historias. Y por qué no a través de esto crear un nuevo estado de conciencia. 

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