Alpi senza ghiacciai: uno scenario possibile?

“Riduzione del contributo glaciale alle risorse idriche ed energetiche e della geo-diversità oltre che della polarizzazione turistica dell’alta montagna; incremento della pericolosità dell’alta montagna”: sono queste le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai. Ad affermarlo è Claudio Smiraglia, esperto glaciologo, intervistato in occasione dei Dialoghi sul clima, un ciclo di incontri organizzato con il patrocinio del Quartiere di Navile di Bologna e apertosi lo scorso martedì 5 febbraio proprio con la sua conferenza dal titolo “Alpi senza ghiacciai: uno scenario possibile con le attuali tendenze climatiche?”

Professore ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia presso l’Università degli Studi di Milano all’interno del Dipartimento di Scienze della Terra dal 2001, Claudio Smiraglia si è occupato per anni sopratutto dello studio dei morfosistemi glaciale e periglaciale dell’ambiente di alta montagna. Ma perché interessarsi ai ghiacciai oggi? Innanzitutto per ragioni di fascino, che possono essere soggettive. In secondo luogo, perché i ghiacciai sono un’importante fonte di risorse idriche che, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, è stata interessata da un drastico fenomeno di scioglimento: non solo nel Polo Nord, dove risulta facilmente visibile per via di una maggiore massa di ghiaccio esistente, ma anche sull’arco Alpino.

Ricerche dimostrano come in quest’ultima area si sia passati dai 2900 kmdegli Anni Settanta del Novecento ai 1792 kmdi oggi. Complice di questo cambiamento è l’aumento delle temperature medie globali che si è assestato ad 1° celsius e rischia di raggiungere e superare 1,5° gradi con conseguenze visibili anche per i ghiacciai, secondo anche quanto dimostrato dall’ultimo studio dell’Ipcc sui cambiamenti climatici.

Considerando dunque le attuali condizioni climatiche, così come afferma Claudio Smiraglia, “lo scenario delle Alpi senza ghiacciai è sicuramente possibile”, sopratutto se si tiene conto che “lo spessore medio dei ghiacciai italiani (e non solo) è di poche decine di metri (20-30) e che attualmente si perde circa un metro all’anno”. Qualora non ci fosse nel corso degli anni un deciso cambiamento delle condizioni climatiche, in pochi decenni il manto alpino potrà contare su pochi ghiacciai ad alta quota.

Intervista a Claudio Smiraglia

Intanto la ringrazio per la disponibilità. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo i ghiacciai delle Alpi si sono ridotti del 40%, quali sono le conseguenze di questo mutamento?

La riduzione dei ghiacciai alpini sta avendo le seguenti conseguenze: riduzione del contributo glaciale (e nivale) alle risorse idriche ed energetiche; incremento della pericolosità dell’alta montagna; riduzione della geodiversità; riduzione della polarizzazione turistica dell’alta montagna.

Che tipo di conseguenze può apportare questo mutamento per l’ecosistema?

Gli ecosistemi di montagna stanno mutando rapidamente e si sta verificando uno spostamento verso l’alto degli orizzonti vegetazionali, che ovviamente non potrà proseguire oltre la sommità delle montagne, quindi potremo avere una riduzione della biodiversità. Quello che si osserva è una rapidissima colonizzazione vegetale delle aree lasciate libere dal ghiaccio; basta un decennio perché le zone deglaciate ospitino una ben diffusa vegetazione pioniera che comprende anche alberi come il larice.

Quali sono i ghiacciai più a rischio al momento? (In Italia e in altri paesi)

Non è possibile indicare quali siano i ghiacciai più a rischio; si dovrebbe compilare un lunghissimo elenco che comprenda praticamente tuti i ghiacciai alpini. Fra l’altro l’estinzione di un ghiacciaio avviene con una serie di passaggi che sono molto diversificati in rapporto alla tipologia dei ghiacciai stessi, fra cui la frammentazione in più corpi glaciali, la formazione di laghi alla fronte del ghiacciaio, che normalmente rende più rapidi i tempi di estinzione, la copertura detritica,che rende più lenti i tempi di estinzione). I ghiacciai si trasformano in glacionevati, cioè corpi glaciali di piccole dimensioni privi di movimento, che si possono considerare la fase embrionale o, nella situazione attuale, la fase terminale di un ghiacciaio.

Stando ai ritmi attuali di fusione dei ghiacciai, quanto tempo occorre perché un ghiacciaio di vaste dimensioni scompaia completamente? 

I grandi ghiacciai italiani, come quello dei Forni, (che già non esiste più come ghiacciaio unitario) potrebbero estinguersi nell’arco di mezzo secolo. Per i grandi ghiacciai alpini si ipotizza l’estinzione entro fine secolo. E’ chiaro che la loro evoluzione dipende da molti fattori ancora poco conosciuti. Tra questi ci sono gli effetti della copertura detritica che li sta trasformando in “ghiacciai neri”. Allo stesso tempo è fondamentale considerare l’andamento climatico del prossimo futuro.

I grandi ghiacciai italiani, come quello dei Forni, potrebbero estinguersi nell’arco di mezzo secolo”

“Alpi senza ghiacciai: è uno scenario possibile con le attuali tendenze climatiche? Perché? E se si in quanto tempo questo potrebbe succedere?”

Con l’attuale tendenza climatica che vede le temperature in crescita quasi costante e le precipitazioni nevose alternare molti anni secchi con alcuni anni nevosi, lo scenario delle Alpi senza ghiacciai è sicuramente possibile. E’ chiaro che si tratterà di un fenomeno articolato: dapprima si estingueranno i piccoli ghiacciai, come già sta succedendo adesso, mentre i ghiacciai maggiori si frammenteranno in più tronconi fino a risalire a quote sempre più alte.

Se si tiene conto che lo spessore medio dei ghiacciai italiani (e non solo) è di poche decine di metri (20-30) e che attualmente si perde circa un metro all’anno. In pochi decenni si può ritenere che il paesaggio alpino, se non ci sarà un deciso quanto improbabile mutamento delle condizioni meteo climatiche, sarà ridotto a pochi ghiacciai ad alta quota e che a fine secolo la glaciazione alpina sarà praticamente estinta. In pratica sopravviverà qualche frammento di ghiaccio sepolto dal detrito, con una paesaggio molto simile a quello degli Appennini

Quali sono le principali difficoltà quando si studiano i ghiacciai in genere? E quali quelle specifiche per lo studio dei ghiacciai nelle Alpi?

Lo studio dei ghiacciai oggi viene effettuato sulle montagne remote ma anche sulle Alpi sia con rilievi di terreno sia con telerilevamento (foto aeree, foto da satellite, droni). Entrambi i metodi presentano vantaggi  e svantaggi e i due metodi devono essere utilizzati in modo integrato.

Le difficoltà maggiori quando si lavora direttamente sui ghiacciai sono quelle di tipo logistico (terreno impervio e pericoloso) e climatico (temperature rigide, vento), soprattutto in aree remote (Himalaya, Ande e soprattutto zone polari) e quelle legate alla strumentazione che deve sempre essere aggiornata e adatta a quei tipi di clima (e quindi con costi elevati). L’aggiornamento deve essere costante anche per la strumentazione di laboratorio che è in costante miglioramento, come sono in continuo miglioramento le riprese da satellite.

“Le difficoltà maggiori quando si lavora direttamente sui ghiacciai sono quelle di tipo logistico (terreno impervio e pericoloso) e climatico (temperature rigide, vento)”

Nonostante superfici dei ghiacciai, temperature del globo terrestre, livello dei mari possano essere considerati dati oggettivi, c’è sempre molto dibattito e discordanza in merito. In che modo i non esperti in materia possono discernere le fonti attendibili dalle fake news?

L’unico suggerimento è quello di esercitare una continua analisi critica sulle fonti che si usano, in particolare sulla rete, e se possibile utilizzare testi e articoli scientifici o di buona divulgazione scientifica. Il che non vuol dire ovviamente che questi materiali non possano contenere errori. Questo è avvenuto ad esempio con uno dei recenti rapporti IPCC, dove si indicava una data molto prossima per l’estinzione dei ghiacciai dell’Himalaya. In questi casi tuttavia vi sono di solito rapide reazioni da parte di scienziati che dimostrano la non validità di queste notizie, chiaramente portandone le prove.

“L’unico suggerimento è quello di esercitare una continua analisi critica sulle fonti”

Appurato che il surriscaldamento globale non “è una truffa cinese” (cit. Trump), quali sono le principali azioni da compiere per ridurlo?

Un risposta breve non è ovviamente possibile; sul tema è in corso un ampio dibattito e sono migliaia gli articoli e i volumi, nonché le conferenze, che ogni anno lo approfondiscono. Di fatto vanno ridotte le emissioni di gas serra (cosa certamente più facile da predicare che non da realizzare) con una vera e propria rivoluzione culturale (ed ovviamente socio-economica) che investa ciascuno di noi, da chi detiene il potere politico fino all’ultimo consumatore.

Con la certezza che anche una drastica ipotetica riduzione dei gas serra avrà effetti solo a lunga scadenza; è quindi necessario procedere alla riduzione delle loro concentrazioni in atmosfera con il loro stoccaggio in altri comparti ambientali, arduo tema portato avanti dalla geoingegneria (ma siamo solo all’inizio). Accanto a questo tema della mitigazione, va quindi affrontato quello dell’adattamento.

In quanto esperto di ghiacciai qual è il suo apporto personale e lavorativo contro il surriscaldamento globale?

Se è vero, come è certamente vero, che la vita di un ghiacciaio dipende dall’equilibrio di elementi climatici come temperatura e precipitazioni, e se è vero, come è vero, che c’è un’importante componente antropica nelle modifiche globali del clima in atto, il ghiacciaio può essere considerato un amplificatore di questo fenomeno.

La sua rapidità di reazione anche a piccole modifiche del clima ne fa quindi a livello divulgativo e didascalico un indicatore prezioso. Il confronto di immagini di ghiacciai dell’inizio del secolo scorso con quelle attuali toglie ogni dubbio sull’entità del fenomeno e sulla sua rapidità. Il compito fondamentale della glaciologia attualmente è proprio quello di studiare l’evoluzione recente dei ghiacciai (bilancio di massa), di individuarne le relazioni con i parametri meteo-climatici (bilancio energetico) e di fornire una migliore conoscenza delle cause e degli effetti dei cambiamenti climatici.  

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Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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