Imprenditoria sociale e integrazione: i ristoranti etnico-solidali


In questi ultimi anni, nel panorama del business, è nata una nuova terminologia: imprenditoria sociale. Lo scopo di queste iniziative è anche quello di coinvolgere attivamente strati diversi della società come, nei casi dei ristoranti etnico-solidali, i migranti. Queste tipologie di imprese mettono insieme le classiche logiche aziendali legate al buon funzionamento del sistema alla possibilità di mettersi al servizio della comunità, apportando novità positive nel mondo del lavoro dal punto di vista economico, sociale e solidale.

Ci sono quattro città in Italia che, seppur si trovino geograficamente lontane, hanno un filo conduttore che le tiene insieme. Venezia, Bologna, Napoli e Catania sono ora accomunate da degli ambiziosi progetti imprenditoriali che hanno messo dietro ai fornelli di nuovi ristoranti etnico-solidali dei richiedenti asilo.

Il punto di contatto che unisce questi quattro progetti è la cucina.

Cucina etnica con svariate contaminazioni donate dalle diverse culture gastronomiche che i migranti portano con sè. Si può passare da sapori mediorientali ad altri più asiatici, per poi poter assaggiare ricette tipiche dei paesi nord-africani. Un tour, in senso figurato, in grado di attraversare due continenti servendosi della forza del cibo, che viene servito a clienti incuriositi e affascinati.

Ma, questi luoghi, sono nati come dei veri e propri punti di incontro, non solo per una cena o un pranzo, ma per poter assistere a spettacoli tradizionali di ballo o canto, poter prendere parte alla presentazione di libri o di incontri e dibattiti che hanno come focus la situazione nel continente africano, luogo di provenienza di cuochi e camerieri.

Questi ragazzi, solitamente di un’età dai 18 ai 35 anni, provengono dai centri di accoglienza delle zone limitrofe. Sono profughi e richiedenti asilo, la maggioranza arrivata tramite quei lunghi e rischiosi viaggi che li portano sulle coste italiane.

Per loro questa è un’occasione fondamentale per potersi rimettere in gioco, poter ricominciare una nuova vita in un paese sconosciuto e garantirsi un’inclusione sociale ed economica nel tessuto cittadino.

Una possibilità per salvarsi dalla strada, dall’essere addescati dalla criminalità organizzata o dall’essere sfruttati per una manciata di euro sui campi di pomodori o arance rischiando, di nuovo, la vita.

Uno di questi è Hamed Ahmadi. E’ un rifugiato afghano, arrivato in Italia nel 2006 e ha fatto domanda di accoglienza a Venezia, luogo in cui ha anche lavorato come mediatore culturale per conto del centro di accoglienza di Tessera, nella provincia veneziana.

Successivamente Hamed è diventato il proprietario e creatore dei ristoranti di Venezia e Catania.

A Venezia, nella zona di Cannareggio, è stato aperto Orient Experience dove vengono assunti rifugiati siriani, afghani e iraniani, ognuno portatore di gusti e tecniche culinarie differenti. La formula che univa cibo e cultura è piaciuta sia ai turisti che ai veneziani stessi e da questo nasce Orient Experience II. Il locale viene aperto in Campo Santa Margherita, la piazza universitaria di Venezia per antonomasia. Il terzo locale, Africa Experience, è nato sempre a Venezia e, come i precedenti, accoglie al suo interno richiedenti asilo, alcuni scelti attraverso l’iniziativa Refugees Masterchef. Il concorso invita i suoi partecipanti a preparare un piatto che ricordi il loro territorio di origine, tutto in collaborazione con istituti alberghieri della zona, come l’Istituto Barbarigo, che mettono a disposizione studenti e professori pronti a lavorare insieme ai concorrenti.

L’idea sta proprio nel creare dei punti di incontro che possano, almeno tentare, di far avvicinare oriente ed occidente, sfruttando la convivialità, la voglia di cucinare insieme, di  sedersi e condividere cibo e conoscenze che solo una tavola imbandita può ispirare e che è un tratto culturale comune di entrambi gli “universi”, che solo all’apparenza possono sembrare inconciliabili. Il tutto senza dimenticare la solidarietà.

Il progetto di Catania, Orient Experience IV, nasce con i medesimi obiettivi. Aperto nell’estate del 2018, in una data simbolica: il 28 giugno, ovvero la Giornata Mondiale del Rifugiato.

https://catania.italiani.it/orient-experience-4-il-primo-ristorante-a-catania-gestito-da-migranti/

Infatti il ristorante si trova sotto il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Quest’ultimo è l’ufficio Onu dedito alla protezione e assistenza materiale  e psicologica di rifugiati e richiedenti asilo su scala globale.

Hamed, a Catania, ha collaborato con diverse associazioni cittadine tra cui Isola Quassud, attiva sul territorio dal 2004 e che sfrutta il teatro per coinvolgere, dal punto di vista sociale, gli ospiti dei centri di accoglienza siciliani.

Un altro esempio in grado di unire imprenditoria ed accoglienza, è nato a Napoli.

Kikana (“vieni qua”, come sarebbe tradotto in Mali), è una bar che sorge in via Parco Margherita. Anche qui lavorano richiedenti asilo dai 18 ai 32 anni, provenienti da Somalia e Iran e mettono a disposizione della clientela anche un servizio di catering. La particolarità di questo ristorante è la capacità dei cuochi di unire la cucina dei loro paesi ai sapori napoletani: la pizza, il ragù, insieme ai falafel, una tipica pietanza mediorientale composta da polpette di legumi e spezie varie, e ad altri piatti arrivati direttamente dal Maghreb.

Anche a Napoli si rinnova la formula già provata a Venezia e Catania, che unisce la buona cucina all’arte, alla cultura e all’informazione.

Sicilia e Campania sono purtroppo legate a doppio filo da problematiche profonde: la disoccupazione, l’infiltrazione violenta e continua della malavita organizzata, istituzioni spesso inadeguate e dimentiche di ciò che da anni ormai stravolge questi territori. E’, quindi, fondamentale ricordare l’operato delle cooperative che collaborano nello sviluppo di questi progetti, che dimostrano, finalmente, come della sana imprenditorialità possa essere un aiuto all’emancipazione di persone e territori bistrattati, lasciati indietro da politica e società.

La stessa cosa accade a Bologna dove, in un unico ristorante, lavora una brigata di cinque italiani e cinque richiedenti asilo.

Anche qui è stata una cooperativa a permettere la nascita del ristorante “Al binèri” (binari in dialetto bolognese). Arca di Noè, cooperativa bolognese impegnata nell’accoglienza, è stata in grado di riunire persone di diverse provenienze, età e culture facendole lavorare tutte insieme, creando un menù che fosse la perfetta fusione delle origini di tutti. Unire, influenzare, mescolare senza dimenticare la propria storia, il proprio vissuto da migrante, vittima di violenze, cittadino di uno stato lontano ma, pur sempre, luogo di nascita. Lo chef, italiano, si mette a disposizione dei ragazzi, insegna i trucchi per tagliare la carne, spinare il pesce. Dall’altra parte i migranti aiutano in cucina e in sala, felici di avere un’occasione per riscattarsi e avvicinarsi alla comunità.

L’etica solidale che accompagna questo luogo non è solamente legata all’aiuto e al miglioramento delle condizioni di vita dei richiedenti asilo, ma si tratta di una vera e propria opera di riqualificazione del parco in cui il locale sorge.

Qui ritorna il concetto di imprenditoria sociale che abbiamo letto all’inizio: mettersi al servizio di noi stessi, non solo come imprenditori ma proprio come cittadini e persone, e della comunità il toto, partecipando alla sua crescita, al suo sviluppo, creando una rete collaborativa nel territoria che possa fungere da esempio per tutti.

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Laura Ruffato

Mi chiamo Laura, ho 21 anni, sono nata a Camposampiero (PD) nel 1996. Sono laureanda in Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani all’Università di Padova, dove, appunto, ho potuto apprendere molto su una materia che mi ha sempre interessata e che dovrebbe coinvolgere più persone possibili: i diritti umani. Credo sia un tema in continuo divenire e per questo motivo sono convinta che serva raccontare la loro storia, il loro sviluppo e il loro impatto sulla società e qui, soprattutto, il giornalismo ha un ruolo fondamentale. Per questo motivo ho colto l’occasione di collaborare con SocialNews. 

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