Cuore e caffè: il punto di vista del cardiologo

di Giorgio Faganello e Andrea Di Lenarda

Il caffè è una delle bevande maggiormente diffuse ed apprezzate al mondo. Dai tempi del boom economico italiano nel dopoguerra, gli scienziati ne hanno studiato gli effetti sul corpo umano. Per anni, la comunità scientifica si è divisa sul ruolo del caffè come potenziale fattore di rischio cardiovascolare. Negli anni ’60 -’70, gli studi epidemiologici avevano evidenziato come l’abituale consumo di caffè fosse correlato ad una maggior incidenza di infarto cardiaco.
A tali osservazioni si erano affiancati i risultati dei primi studi fisiopatologici che dimostravano come l’assunzione orale di caffeina inducesse un immediato incremento dei valori pressori e della frequenza cardiaca, conseguenti ad un aumento della concentrazione plasmatiche di ormoni come renina e catecolamine.

Tali studi, tuttavia, presentavano dei limiti intrinseci piuttosto importanti: gli studi epidemiologici non potevano, infatti, determinare quale fosse il vero ruolo del caffè rispetto alle altre comorbidità cardiovascolari (es: fumo, ipertensione arteriosa, diabete mellito, ipercolesterolemia, obesità) in una popolazione ad elevata incidenza di infarto miocardico. Nel 1974, lo studio epidemiologico Framingham concludeva che, dopo un periodo di osservazione di circa 12 anni, al caffè non potevano esser riconosciute responsabilità dirette nello sviluppo della patologia aterosclerotica. Gli studi fisiopatologici, invece, presentavano risultati controversi e difficilmente interpretabili per l’estrema variabilità nella tipologia e nel dosaggio del caffè utilizzati, nelle caratteristiche cliniche dei pazienti arruolati tra i vari studi ed infine poiché si riferivano all’assunzione acuta e non cronica della caffeina.

Le modalità di preparazione della bevanda, ed i suoi costituenti, possono avere un’influenza sull’organismo ed in particolare sul metabolismo lipidico: il caffè bollito, a differenza del filtrato, può determinare un aumento anche del 10% del colesterolo totale.

Il caffè, inoltre, ha un ruolo protettivo nei confronti dell’insorgenza del Diabete Mellito tipo II. Secondo una recente meta analisi, l’assunzione abituale di 4-6 tazze o di 6-7 tazze di caffè/giorno, è correlata con una riduzione dell’incidenza di Diabete Mellito tipo II rispettivamente del 28% e del 35% rispetto all’assunzione di 1-2 tazze caffè/giorno.
L’assunzione moderata e cronica di caffè si conferma non avere effetti significativi anche sui valori di pressione arteriosa e negli ultimi anni, aumentano studi e metanalisi, in cui il consumatore di caffè non sarebbe soggetto ad una maggior rischio di stroke.

Questi dati hanno portato ad un ribaltamento della “reputazione”del caffè all’interno della comunità scientifica rispetto ai risultati ottenuti tra il 1960-1980. Il definitivo “sdoganamento” del caffè si è celebrato con la pubblicazione sulla prestigiosa rivista del New England Journal of Medicine di un grande studio osservazionale e prospettico, dove tra 1995 ed il 2008, più di 5.000.000 sono state monitorizzate (400.000 decessi). In questo studio, il consumo abituale di caffè è risultato essere inversamente associato sia al dato di mortalità totale che per cause cardiovascolari rispetto ai non consumatori di caffè.
I motivi fisiopatologici che giustifichino gli effetti protettivi del caffè sono ancora oggetto di studio, tuttavia è dimostrato che il caffè, grazie ai suoi composti fenolici, possiede una forte attività antiossidante che agisce direttamente a livello del colesterolo LDL, cioè uno dei maggiori responsabili del processo aterosclerotico.
A tale peculiarità si associano sia un’aumentata sensibilità dell’insulina che una generale  riduzione dei parametri dell’infiammazione riscontrate nei soggetti che consumano caffè.

Giorgio Faganello

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