Un’alleanza globale per far fronte all’emergenza

In seguito alla firma del Nicaragua, avvenuta il 23 ottobre scorso, lo storico accordo sul clima, sviluppato sotto l’egida delle Nazioni Unite e raggiunto nel dicembre del 2015 durante la Conferenza mondiale di Parigi (Cop21) dopo vent’anni di negoziati, è stato ormai sottoscritto praticamente da tutti gli Stati del mondo. Ne sono esclusi soltanto due Paesi: la Siria, che non ha mai sottoscritto l’atto, e gli Stati Uniti, ritirati dalla lista delle Nazioni firmatarie dal Presidente Trump nell’estate scorsa. L’accordo è il frutto di tanti anni di sforzi diplomatici e, nonostante non preveda impegni cogenti per le Parti firmatarie, rappresenta un punto fondamentale per la presa di coscienza di come l’uso indiscriminato dei combustibili fossili possa influire sul clima. Analizziamolo, quindi, più da vicino nella sua genesi e nei suoi contenuti.

Genesi ed entrata in vigore dell’accordo di Parigi

Dopo la sua approvazione anche da parte degli Stati Uniti, pro-tempore retti dall’amministrazione Obama, l’accordo è stato ufficialmente siglato il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Come altri trattati, la sua entrata in vigore (avvenuta il 4 novembre 2016) era subordinata alla successiva ratifica da parte degli Stati firmatari. Nello specifico, le regole per la sua efficacia prevedevano che venisse perfezionato da almeno 55 Paesi rappresentanti almeno il 55% delle emissioni di gas serra. L’Unione Europea ha formalmente ratificato l’accordo il 5 ottobre 2016, mentre l’Italia lo ha fatto il 27 ottobre, appena in tempo per l’inizio della Cop22 in Marocco.

I contenuti principali

L’accordo parte da un presupposto fondamentale: “Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”. Richiede, pertanto, “la massima cooperazione di tutti i Paesi” con l’obiettivo di “accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra”. Pur non essendo vincolante, l’accordo contiene quattro impegni fondamentali per gli Stati che vi hanno aderito: 1 • limitare l’aumento della temperatura entro i 2 gradi ed impegnarsi a mantenerlo entro 1,5 gradi; 2 • cessare l’incremento delle emissioni di gas serra al più presto e, nella seconda metà del secolo, pervenire alla situazione in cui la produzione di gas serra sia sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente; 3 • versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti; 4 • monitorare i progressi compiuti ogni cinque anni tramite nuove conferenze. L’azione prospettata dall’accordo si muove, pertanto, su due assi principali: sostenere la crescita economica dei Paesi in via di Sviluppo senza eccessivo uso dei combustibili fossili; stimolare i Paesi più industrializzati a creare piani per ridurre le emissioni senza obblighi legali diretti a raggiungere obiettivi troppo cogenti, ma creando un sistema periodico di monitoraggio. Come abbiamo ripetuto più volte, l’accordo non è vincolante e non vi sono penalizzazioni dirette nel caso in cui si intenda uscirne. L’iter di abbandono è comunque complesso e richiede circa quattro anni per essere completato.

La posizione degli Stati Uniti

Sinora, gli Stati Uniti sono l’unico Paese ad aver avviato la procedura di uscita dall’accordo. In teoria, potrebbero interrompere da subito tutte le loro attività di collaborazione, non partecipare alle nuove riunioni sul clima ed isolarsi dal resto della comunità internazionale sul tema. D’altra parte, la futura Amministrazione potrebbe ripensarci e sottoscrivere nuovamente l’accordo. In realtà, dopo le prime affermazioni tranchant, lo stesso Trump, preoccupato dai contraccolpi interni e dalle reazioni negative suscitate dal suo annuncio – diverse importanti aziende statunitensi, tra cui Microsoft, Apple, Google e Facebook, gli hanno chiesto di mantenere l’accordo, ed Elon Musk ha dichiarato che lascerà i consigli consultivi di Trump a causa di questa decisione – si è dichiarato disposto a rinegoziare l’accordo di Parigi o a crearne uno completamente nuovo dopo che gli Stati Uniti si saranno ritirati. Anche a tali dichiarazioni i maggiori leader europei hanno espresso la loro contrarietà, ribadendo che l’accordo non è negoziabile. Solamente Putin ha sostenuto che le critiche a Trump erano eccessive e che c’è ancora tempo per rinegoziare l’accordo. Operativamente, ci vogliono quattro anni prima che un Paese si ritiri dall’accordo. Ciò significa che gli Stati Uniti saranno legalmente rimossi solo quando la presidenza Trump sarà conclusa. Insomma, l’unico effetto certo è la grande incertezza venutasi a creare sulle future politiche ambientali. Commentando la decisione di Trump, Nicholas Burns, alto funzionario dell’amministrazione Bush, ha affermato: “Dal punto di vista della politica estera, è un errore colossale, un’abdicazione della leadership americana. Non riesco a pensare a qualcosa di più distruttivo per la nostra credibilità”. La posizione assunta da Trump è contraria alle pressioni dell’Unione Europea e del Governo cinese, che hanno entrambi consolidato il loro impegno alla luce della decisione degli Stati Uniti. Il Canada promette di “accelerare” dopo il ritiro americano e anche l’India, riluttante ad aderire all’accordo, ha confermato il proprio impegno.

Gli interessi in gioco

Trump promette di far risorgere l’industria mineraria degli Stati Uniti. Oggi, infatti, il mercato dell’energia guadagna di più con i combustibili fossili che con l’energia verde. In tutto il mondo vengono consumati più di 20.000 terawatts (un milione di milioni di watt) all’anno, di cui circa 3.200 in Europa. La richiesta di energia aumenta progressivamente. Chi controlla questo bisogno assume il potere sulle popolazioni. Sorge, quindi, una domanda: perché continuiamo ad acquistare gas e petrolio (e quindi a finanziare) da Paesi che violano i diritti umani, alimentano i conflitti religiosi e producono inquinamento che danneggia seriamente la nostra salute? Alcuni Stati cercano di affrancarsi da questa schiavitù. Uruguay, Costa Rica e Nicaragua considerano l’“energia verde” un modo per raggiungere l’auto-sostenibilità energetica, compatibile con il loro piccolo PIL. Su questo versante si trova il Marocco, che ha appena annunciato la realizzazione della più grande centrale solare al mondo. Nel 2020, il sito di Ouarzazate produrrà 580 MegaWatts, abbastanza per soddisfare il 50% del fabbisogno energetico del Paese. Le fonti di energia rinnovabile (eolica, solare, idroelettrica, marina, geotermica, biomassa e biocarburanti) sono alternative ai combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) e contribuiscono a ridurre le emissioni di gas serra. L’Unione Europea eccelle nel campo delle tecnologie delle energie rinnovabili. Detiene il 40% dei brevetti mondiali di energia rinnovabile. Negli ultimi cinque anni, inoltre, quasi la metà (44%) della capacità globale di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili si trova nella UE. Ancora, ha già firmato un accordo da 345 milioni di euro per la realizzazione della prima fase della centrale solare in Marocco. Ma cosa sanno i cittadini europei dei progetti dell’Unione Europea di sbarazzarsi della schiavitù dei combustibili fossili e, quindi, di disimpegnarsi dai mercati del petrolio e del gas di Stati Uniti, Medio Oriente e Russia? Forse dovremmo approfondire questo aspetto e cercare di correlarlo a recenti eventi geopolitici, compresi i conflitti mediorientali: la presidenza Trump, il coinvolgimento russo nella politica occidentale, il terrorismo internazionale e, perché no?, la nascita dello Stato Islamico (Daesh). L’Unione Europea non è un piccolo Stato finanziariamente insignificante. Insieme alla Cina, è la prima potenza economica al mondo. La Russia vende gas per 17 miliardi di euro all’anno alla UE. Praticamente, il Cremlino non ha altri clienti. Una strategia “verde” per gli Stati in cui l’economia è basata sul commercio di combustibili fossili diventa un problema di vita o di morte, da combattere a tutti i costi. In Europa, il settore delle energie rinnovabili impiega 1,2 milioni di persone. La legislazione sulla promozione delle energie rinnovabili si è evoluta in modo significativo negli ultimi anni e l’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea richiede la promozione delle energie nuove e rinnovabili. Fondamentalmente, l’Unione Europea è sola ad aver dichiarato guerra alle compagnie petrolifere e del gas. Ma come si è sviluppato questo processo? Il 10 gennaio 2007, l’Unione Europea ha licenziato una Risoluzione intitolata “Tabella di marcia per le energie rinnovabili – le energie rinnovabili nel 21° secolo: costruire un futuro più sostenibile”. Questo documento ha delineato la strategia a medio termine per l’energia verde. L’obiettivo è quello di utilizzare le fonti energetiche rinnovabili per soddisfare il 20% del fabbisogno energetico entro il 2020. Per lo stesso anno, la Risoluzione stabilisce anche l’utilizzo al 10% dei biocarburanti rispetto al consumo totale di carburante nei trasporti. Il 6 giugno 2012 è stato pubblicato un aggiornamento dal titolo “Energie rinnovabili: un ruolo di primo piano nel mercato energetico europeo”. La Commissione ha individuato le aree in cui occorre intensificare gli sforzi affinché la produzione di energia rinnovabile continui ad aumentare di almeno il 30% entro il 2030. In particolare, sono state delineate le strategie per ridurre i costi delle tecnologie industriali, aumentare la competitività con l’energia nucleare e fossile e procedere alla progressiva abolizione delle sovvenzioni alle multinazionali del gas e del petrolio. Il ruolo dell’Unione Europea in questa guerra energetica è chiaro: l’Europa auspica una migliore sostenibilità ambientale, riducendo le malattie connesse all’inquinamento e togliendo la principale fonte di reddito ai Paesi arabi ancora lontani dal garantire i diritti fondamentali. Il contrattacco di Russia, Arabia Saudita, Qatar e USA è altrettanto evidente: Trump sta ritirando gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi per difendere gli interessi legati ai combustibili fossili. Anche il tentativo di delegittimare l’Unione Europea dall’interno interferendo con notizie false inventate al solo scopo di manipolare le menti dei cittadini europei va nella stessa direzione: l’Unione Europea è l’unico elemento di disturbo al potere delle multinazionali dell’energia fossile. Come è avvenuto con le elezioni presidenziali americane e con la Brexit britannica, la strategia è quella di infiltrarsi nei sistemi elettorali in modo da fornire un vantaggio ai sistemi politici contrari all’energia verde. L’obiettivo finale tende ad arricchire le forze politiche ed economiche del gas e del petrolio che hanno gestito il dominio del mondo nel secolo scorso attraverso guerre, interessi e abusi contro il genere umano. E’ per questo che l’opinione pubblica viene continuamente distratta dalle emergenze create ad hoc: le persone disorientate e spaventate dalla questione dell’immigrazione e dalle notizie di attacchi terroristici arabi e islamici dimenticano che l’unico soggetto politico in grado di contrastare i cosiddetti “poteri forti” e l’establishment legato ai combustibili fossili, attuando strategie per garantire la protezione dei diritti umani, dell’ambiente e della salute è la tanto criticata Unione Europea.

Gea Arcella
notaio
Nata a Pompei, dopo gli studi classici svolti in provincia di Napoli, si è laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trieste nel 1987. Nel 2007 ha conseguito con lode un master di II livello presso l'Università “Tor Vergata” di Roma in Comunicazione Istituzionale con supporto digitale. E' notaio in provincia di Udine e prima della nomina a notaio ha svolto per alcuni anni la professione di avvocato. Per curiosità intellettuale si è avvicinata al mondo di Internet e delle nuove tecnologie e dal 2001 collabora con il Consiglio Nazionale del Notariato quale componente dell'Area Informatica . Già professore a contratto presso l'Università Carlo Bò di Urbino di Informatica giuridica è attualmente cultore della materia presso la cattedra di diritto Civile della medesima Università; è' docente presso la Scuola di Notariato Triveneto e Presso la Scuola delle Professioni legali di Padova di Informatica giuridica e svolge attività formative sia interne che esterne al Notariato.
E' socia di diverse associazioni sia culturali che orientate al sociale, crede che compito di chi ha ricevuto è restituire, a partire dalla propria comunità.

Gea Arcella

Nata a Pompei, dopo gli studi classici svolti in provincia di Napoli, si è laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trieste nel 1987. Nel 2007 ha conseguito con lode un master di II livello presso l'Università “Tor Vergata” di Roma in Comunicazione Istituzionale con supporto digitale. E' notaio in provincia di Udine e prima della nomina a notaio ha svolto per alcuni anni la professione di avvocato. Per curiosità intellettuale si è avvicinata al mondo di Internet e delle nuove tecnologie e dal 2001 collabora con il Consiglio Nazionale del Notariato quale componente dell'Area Informatica . Già professore a contratto presso l'Università Carlo Bò di Urbino di Informatica giuridica è attualmente cultore della materia presso la cattedra di diritto Civile della medesima Università; è' docente presso la Scuola di Notariato Triveneto e Presso la Scuola delle Professioni legali di Padova di Informatica giuridica e svolge attività formative sia interne che esterne al Notariato. E' socia di diverse associazioni sia culturali che orientate al sociale, crede che compito di chi ha ricevuto è restituire, a partire dalla propria comunità. 

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