Gabbie digitali: i prigionieri delle fake news

Gli esaltati sono sempre esistiti. Come anche le balle. Non sentivamo il bisogno di chiamarle fake news, anche perché è più breve la definizione italiana. Più estesa la definizione del codice penale, che punisce la “diffusione di notizie false esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Il digitale ha portato una novità, assieme alla velocità e alla straordinaria possibilità di comunicare e accedere ai più diversi contenuti: le balle che sconvolgono le menti e di cui si resta prigionieri.

I culturalmente attrezzati e i curiosi cercavano e cercano notizie per aggiornarsi, pagine da studiare, idee diverse con cui confrontarsi. Gregari e culturalmente mosci subiscono uno degli effetti del digitale, in particolare dei social media: l’aggregazione fra simili. Ad esempio: entro nel sito di un Tizio che sostiene il cancro si possa curare con il profumo dei fiori, che non cura un bel niente, ma manco nuoce, e lascio un mio commento; dopo un poco ricevo un messaggio che mi dice potrebbe interessarmi la pagina di Caio, che sostiene i vaccini provochino delle stragi; da qui mi invitano a visitare un gruppo di buontemponi secondo cui la storia dell’allunaggio è un raggiro hollywoodiano. In breve mi troverò circondato da pazzi che si confortano a vicenda, mettendosi reciprocamente in guardia dalle lusinghe degli agenti del male, corruttori dell’anima popolare, secondo i quali, da non crederci, si muore meno di cancro perché le cure migliorano, i vaccini salvano centinaia di milioni di vite e c’è un robot che si aggira su Marte. Gentaccia pagata dalle lobbies che vogliono raggirarci. Quel che era l’incontro con uno scemo diventa una gabbia di cemento armato digitale, dentro la quale la mente debole resta prigioniera e comincia a credere d’essere diventata forte. E, del resto, come si può non credere a chi ha milioni di seguaci che lo seguono e osannano? Folla falsa, ma che fa compagnia.

Il passo successivo consiste nel comunicare a chi ha abboccato che l’introduzione della moneta si deve ad un astuto disegno per vendere i pantaloni con le tasche. A quel punto li si indirizza verso la mail, la pagina sociale o l’account di una banca e di una sartoria, invitandoli non solo a insultare a piacimento, come è giusto che sia, visto che ci hanno riempito di tasche e poi ce le hanno svuotate, ma fornendo loro una marea di grafici e citazioni da copiare e incollare. Lascia fare che, a confronto, i baci Perugina sono enciclopedici ed esaustivi, lascia stare che ripeto quello che non capisco, non conta, perché la gabbia digitale ha fatto il miracolo: l’ignorante divenne erudito e saccente. Aggressivo, inoltre, perché il mondo è stato ingiusto con lui. Il che, a essere onesti, è anche vero. Basta sbirciare quello che ripete.

Ultimo passaggio: a questo punto stampa e televisione si accorgono della massa digitale, che conta niente sia virtuale e forse totalmente tarocca (ci sono agenzie che vendono like, come il professore di De Andrè che andava a mondane per sentirsi dire “micio bello e bamboccione”), ma sembra tanta e dice cose talmente bislacche da risultare spettacolari. Ergo: è nato il popolo dei rincretiniti digitali. Chi osa riconoscerli come tali è presto smascherato come agente del nemico ed esponente di quell’odiosa élite che … ha studiato. Lì per lì ti viene un pensiero: dovessero ammalarsi sarà bene incontrino un medico all’altezza della loro ficcante intelligenza e vasta conoscenza.

Ma la faccenda è ben più complessa, perché questa roba sta distorcendo la nostra vita collettiva. Solo che la responsabilità non credo sia della tecnologia digitale, ma della viltà intellettuale di chi non ha ancora trovato il coraggio di dirlo: cretini. Che siano analogici o digitali, cretini restano. Non si può dire? Spiacente, l’ho già detto.

Davide Giacalone

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