Adozioni internazionali in Congo: un caso non del tutto chiaro

All’inizio del 2011 scoppia il caso delle adozioni internazionali in Congo. Grazie ad alcune inchieste giornalistiche, emerge che nel Paese vengono seguite delle pratiche “diverse”, burocratiche e non, rispetto alla procedura legittima. In particolare, quanto emerge dall’inchiesta del giornalista de L’Espresso Fabrizio Gatti, sono poco chiari i rapporti tra l’ex colonia belga e l’Italia. Fitte ombre celano i reali rapporti che intercorrono tra la Commissione ministeriale per le adozioni, alcune associazioni presenti in loco, in particolare AIBI, e gli emissari incaricati della selezione dei bambini per l’adozione. Ciò che emerge dall’inchiesta è scioccante: decine di bambini sono stati letteralmente strappati alle famiglie d’origine, le quali versavano in condizioni economiche disagiate, venendo allontanati da ciò che di più caro avessero.

ADOZIONI: ESISTE UN “CASO CONGO”?

Silvia della Monica, vice presidente della Commissione per le adozioni internazionali, facente capo al Governo, e Marco Griffini, presidente dell’associazione AIBI (amici dei bambini) sono i protagonisti principali dell’inchiesta realizzata dall’Espresso sulle adozioni internazionali in Congo da parte di famiglie italiane. Emergono irregolarità sconvolgenti, sequestri di minori, torture, abusi di potere. La Commissione guidata da Silvia della Monica ha il compito di verificare che il procedimento di adozione internazionale si svolga secondo i principi e le indicazioni della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale siglata all’Aja. AIBI, invece, è un’associazione riconosciuta che ha il compito di informare, formare ed affiancare i futuri genitori nel percorso dell’adozione internazionale. Si occupa, inoltre, dello svolgimento all’estero delle procedure necessarie per realizzarla. Infine, assiste le famiglie di fronte alle Autorità giudiziarie congolesi e le sostiene nell’intero percorso post-adozione. La cosiddetta “operazione Congo”, ideata per facilitare i rapporti di solidarietà e di adozione con l’Italia, si è conclusa nel giugno del 2016, quando tutti i bambini congolesi adottati da famiglie italiane sono atterrati a Fiumicino accompagnati dal Ministro Boschi. Hanno, però, destato qualche sospetto alcune irregolarità nelle tempistiche connesse al completamento dei controlli dei documenti e a tutta la burocrazia. Queste si sono, infatti, dilungate ben più del previsto: generalmente, per completare la procedura di adozione internazionale sono sufficienti due anni; per il Congo, invece, si sono sfiorati i cinque. Un ritardo determinato, sempre da quanto emerge dall’inchiesta di Gatti, da falsità, omertà, accelerazioni e frenate. Ad esempio, per alcuni dei bambini selezionati e ritenuti idonei, una volta giunti in Italia, si è scoperto che venivano reclamati da tempo dalla famiglia d’origine. E proprio mentre gli ultimi bambini adottati mettevano piede in Italia sono emersi i primi indizi che facevano presagire una zona d’ombra in questa vicenda.

Della Monica avviò, tra mille difficoltà, delle indagini sulle procedure di adozione. Queste si conclusero nel giugno del 2016. Le indagini rivelarono come alcune adozioni fossero state condizionate da interessi privati, in particolare quelli di AIBI. Di conseguenza, alcuni enti attaccarono il vicepresidente sostenendo che il suo obiettivo fosse quello di ostacolare le procedure di adozione. Fabrizio Gatti, tuttavia, evidenziò come l’operato di Della Monica fosse, invece, orientato alla scoperta della verità, in maniera trasparente e legale.

L’ESPRESSO DENUNCIA LE IRREGOLARITÀ

L’inchiesta de l’Espresso che spaventa AIBI parte nel 2012. Nel tentativo di fermare l’inchiesta della commissione sulle adozioni, vengono fatti sparire nel nulla diciotto bambini di età compresa fra i tre e i tredici anni. Questo si scoprirà grazie ad un’intervista a Bénédicte Masika Sabuni, la persona direttamente responsabile di cercare i bambini destinati all’orfanotrofio “Ange Gabrielle” di Aibi a Kinshasa. Fino a quando Elvis Manguya, il direttore del centro, e la sua Ong si sono attenuti ai protocolli per le adozioni internazionali, gli “Amici dei bambini” hanno cercato in tutti i modi di screditarli e, successivamente, di minacciarli. I bambini venivano tenuti in ostaggio in due orfanotrofi di Goma, una zona particolarmente pericolosa. Tra essi c’era anche Amini, nove anni, adottata da una coppia di Cosenza. Improvvisamente, scomparve nel nulla. Per quasi due anni, nessuno seppe nulla di lei. Altri piccoli vennero rapiti da un commando e solo dopo lunghe trattative vennero ricondotti al sicuro. La Commissione aveva affidato la mediazione per liberare questi bimbi ad un affidatario congolese. Per ritorsione, costui venne fatto arrestare da un giudice del Tribunale dei minori di Goma e sottoposto a torture inumane da parte delle autorità giudiziarie e carcerarie congolesi. Secondo la ricostruzione dell’Espresso, tale giudice è risultato essere partner di Aibi. Altri due incaricati della Commissione adozioni internazionali (CAI) vennero arrestati e minacciati per essersi occupati del salvataggio dei bambini. Il giudice sosteneva, inoltre, che gli affidatari della Cai fossero trafficanti di minori, un’accusa probabilmente infondata. Nessuna prova a conferma della loro colpevolezza, infatti, è mai stata fornita.

Nel frattempo, in Italia, iniziò una diatriba mediatica tra Griffini e la Della Monica apparentemente conclusasi con una vittoria di Griffini: l’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, revocò, infatti, le deleghe alla Della Monica, pur confermandola alla vicepresidenza della Cai. Molte famiglie riportarono che non solo Griffini le aveva pressate affinché non parlassero, minacciando azioni legali nei loro confronti, ma, attraverso i suoi manager, aveva richiesto che l’organizzazione che gestisce la casa-famiglia a Kinshasa, finanziata dalla stessa Aibi, si defilasse dal ruolo di direttore. Anche Elvis Manguya aveva intuito gli affari portati avanti da AIBI. Sebbene avesse un accordo con gli “Amici dei bambini”, smise di consegnare loro i bambini, preferendo altre associazioni rispettose delle leggi congolesi ed internazionali. AIBI non la prese con favore, tanto che un operatore, Eddy Zamperli, minacciò più volte “Papà Elvis” (il nome assegnato dai bambini al gestore del centro) perché voleva la sospensione delle adozioni e perché, secondo quanto riportato dai giornali italiani, aveva “osato” seguire la legge.

AMINI E GLI ALTRI BAMBINI PRELEVATI CON L’INGANNO

La vicenda di Amini rappresenta un caso eclatante, balzato agli onori della cronaca grazie all’Espresso, delle presunte irregolarità commesse da Aibi e dell’ostracismo nei confronti della Cai, occupata a sorvegliare la regolarità delle adozioni internazionali. La bambina può essere definita un testimone scomodo in grado di smascherare le bugie di Aibi. Secondo l’inchiesta, infatti, Amini è stata fatta passare (da Aibi) come sorella di un’altra bambina (Melanie) per farne perdere le tracce. Amini era già stata affidata ad una famiglia italiana e Aibi, per ostacolare il lavoro della Cai, ne camuffò l’identità. Venne, però, smascherata. Quando alcuni genitori congolesi che avevano dato in affidamento i bambini alla struttura di Aibi scoprirono che gli stessi erano destinati all’adozione in Italia, provarono a riportare i bambini a casa prima dell’arrivo in Italia. Tutti, o quasi, ma non Amini. Marco e Valentina Griffini (Aibi) sostengono che vi sia stato un fantomatico rapimento, da parte di un commando armato, per spiegare la sparizione dei bambini. Come sappiamo dall’inchiesta dell’Espresso, invece, le cose andarono diversamente.

La prassi usata da molti, tra cui anche Aibi, è quella di prelevare con l’inganno bambini dalle loro famiglie in cambio di pochi spiccioli, con la promessa di un’istruzione e di un futuro migliore. In realtà, i bambini vengono adottati da famiglie italiane e fatti partire senza avvertire le famiglie d’origine. A quel punto, è tardi, per i genitori naturali, ritrovare i propri figli. Una causa legale contro le associazioni è spesso esclusa perché troppo costosa. Questa ricostruzione è documentata da un’intervista effettuata da Fusion. net a Masika Sabuni (direttrice dell’orfanotrofio di Goma). La stessa afferma: ”Ne abbiamo fatti adottare ventotto in tutto, di cui diciassette sono già in Italia. Dieci di loro, ne sono sicura, hanno una mamma e un papà. La prassi che seguiamo prevede, in primo luogo, la conferma che la famiglia è in difficoltà economica e, spesso, capita che siano i genitori stessi a firmare. Anche quando accettano e poi rifiutano cerchiamo i modi e le ragioni per convincerli”. Poi l’ammissione: “Stavo prendendo bambini dappertutto, senza sapere chi fossero e da dove venissero”. Bambini a cui si voleva assicurare un futuro migliore, ma che si ritrovavano sradicati e privati dell’affetto e del sostegno della propria famiglia naturale.

Rocco Durante

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