Iran, le donne all’urna in chador

Sembrava si potesse essere davvero davanti a una svolta in Iran quando, pochi mesi fa, era stata annunciata una donna come possibile candidata alle elezioni presidenziali. Sembrava che all’Iran potesse finalmente essere concesso un confronto quasi alla pari con il l’attuale Presidente Hassan Rouhani, quando circolava voce della possibile candidatura nell’ala conservatrice di Marzieh Vahid-Dastjerdi, prima ministra donna della Repubblica Islamica dal 2009. Invece no.

Certo, sarebbe stato un bel colpo avere il primo Presidente donna in un Paese come l’Iran, ancora prima che negli Stati Uniti. Sarebbe stata una grande rivincita per le donne iraniane, sentirsi per la prima volta in assoluto rappresentate da qualcuno che sappia davvero cosa significhi non avere diritti, ma solo doveri. Invece, anche questa volta, è andata sprecata una grande occasione. Anche questa volta il Consiglio dei guardiani, una sorta di Corte Costituzionale che ha il compito di vagliare tutte le candidature, ha rigettato quella di una donna. Infatti alle elezioni del prossimo 19 maggio a contendersi la presidenza saranno, di nuovo, tutti uomini.

Perché? Nessuna donna è abbastanza intelligente da ricoprire una carica così alta? Fare il Presidente non è una cosa da donne? No, niente del genere. La risposta va cercata nella vita quotidiana di qualunque donna iraniana. Una donna iraniana può fare alcune cose, come guidare. Dal 1963 può anche votare. Non è scritto da nessuna parte che non possa candidarsi.

Una donna iraniana deve fare tante cose, che lo voglia o no. Ad esempio, deve assolutamente prendersi cura della casa e della famiglia, perché questo è il suo dovere principale. Ma sono molte di più quelle che non deve fare, anche se lo vuole ardentemente. Ad esempio, se una donna iraniana va a fare la spesa e le viene in mente una bella canzone che le ricorda la sua infanzia, non può cantarla in pubblico perché sarebbe disdicevole. Se per caso, mentre pensa all’infanzia, le viene voglia di sorridere pensando a un bel gioco fatto con le sue amiche, non può fare nemmeno quello. Le donne iraniane non possono sorridere in pubblico, né cantare. Non si può indossare un abito per sentirsi comode, belle, se stesse. Una donna iraniana indossa il chador sin da bambina, chissà se sa cosa voglia dire sentire il vento muovere i capelli in pieno centro

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Però conosce la sofferenza, e anche molto bene. La prima volta che l’ha incontrata è stata quando, all’età di 12 anni, è stata data in sposa a un uomo che di anni ne aveva tanti di più. Un uomo per nulla gentile, a cui doveva e deve chiedere il permesso anche per uscire di casa, per viaggiare, per l’educazione dei figli. Figli che magari non voleva, o almeno non subito, perché voleva studiare prima di tutto, essere ambiziosa e inseguire una carriera. Aveva dei sogni, e invece li ha dovuti ammazzare. Perché in Iran è la legge che, prima degli uomini, discrimina le donne.  

Secondo la legge sull’incremento dei tassi di fertilità e sulla prevenzione del declino della popolazione (proposta n. 446), le donne non possono più ricorrere in alcun modo legale e sicuro ai metodi contraccettivi. Non possono più sottoporsi alla sterilizzazione volontaria e non possono più essere informate sui metodi per avere rapporti sessuali sicuri, incrementando quindi, oltre a gravidanze indesiderate, anche la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e, in molti casi, aborti illegali e non sicuri. Quindi una donna iraniana deve avere figli. E per assicurarsi che sia così, la legge quadro sulla popolazione e l’esaltazione della famiglia (proposta n. 315) dice che tutti gli enti, pubblici e privati, devono dare la priorità in termini di assunzione lavorativa a uomini con figli, uomini sposati senza figli e donne sposate con figli, esattamente in quest’ordine. Questo scoraggia la donna a divorziare o a denunciare qualunque violenza domestica (che in ogni caso non è considerata reato, insieme allo stupro), perché non avrebbe più possibilità di lavorare. E se anche divorziasse, oltre al lavoro perderebbe anche i figli, perché è difficilissimo che le vengano affidati in quanto priva di diritto genitoriale che le impedisce anche di dargli la propria cittadinanza. La legge, il cui compito supremo è quello di tutelare le persone, uomini e donne in egual misura, contribuisce a schiacciare la felicità e la libera scelta delle donne.

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L’Iran non è un Paese per donne

Per esempio, in caso di adulterio, sono sempre le donne ad essere severamente punite, anche con la morte. Le sorelle ricevono metà dell’eredità familiare dei loro fratelli. In tribunale la testimonianza di una donna vale la metà rispetto a quella dell’uomo. Persino l’istruzione è compromessa dal fatto che, per sopperire al fatto che sono di più le donne laureate rispetto agli uomini, sono state introdotte delle limitazioni sulla frequenza di alcuni corsi di laurea. Motivo per cui le donne non possono seguire, tra gli altri, il corso di Letteratura inglese.

Il problema sta ovviamente alla base, e l’Islam c’entra solo in parte. Ci si aspettava che la cultura del rispetto per le donne potessero cambiare ed evolversi con l’elezione di Rouhani, il quale aveva promesso più diritti per le donne iraniane. Invece così non è stato, anche se oggi la presenza femminile in Parlamento è sicuramente maggiore rispetto al passato. Ma se anche la legge, come abbiamo visto, giustifica e legittima tutta questa sofferenza, da dove si comincia?  Da dove deve partire il cambiamento?

La dignità delle donne iraniane va protetta. Una donna in chador, oggi, non può scegliere come vivere la propria vita. E questo deve cambiare.

 

Luana Targia
Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all'Università degli studi di Palermo. L'incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l'unica arma che possiede.

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