Il disperato appello di una madre

Ci troviamo spesso a non comprendere cosa accada nel mondo per la velocità in cui il flusso di informazioni inonda radio, video e testate giornalistiche, basterebbe fermarsi in un bar per comprendere che il malumore non solo in Italia, in Europa e nel resto del mondo è oramai palpabile. Il Censis pubblica in questi giorni dati allarmanti che non ci portano troppo lontano dalla nostra penisola e questo ci aiuta a comprendere come l’amata Europa quasi descritta dai nostri leader politici come il fantomatico paese dei balocchi non sia altro che una mera fandonia. Da dichiarazioni recenti, è preoccupante il numero che indica le persone in Italia non più in grado di provvedere ad un proprio sostentamento alimentare, sono infatti 5.000.000 ad oggi gli esseri umani che non possono permettersi  generi alimentari di prima necessità, negli ultimi dieci anni la soglia di povertà è aumentata del 57%, questo ci lascia comprendere come l’ investire in una politica bellica non porti una reale stabilità economica, ciò che tentano invece di farci credere quotidianamente i nostri leader politici.  Pubblichiamo oggi l’appello di una donna italiana, una madre malata che ha visto cominciare il proprio calvario nell’anno 2014 in cui la sua vita non si è semplicemente modificata ma si è vista sgretolare tra le mani sogni e sicurezze sino a portarla in alcuni momenti a pensare a gesti estremi. Il suo nome è Roberta, una donna che grazie alla sua forza si è trovata a cambiare vita molte volte, conservando sempre i suoi sogni, semplici, ma vivi come la sua tenacia, si trova oggi a chiedermi questa intervista perché la sua voce possa risuonare ed essere finalmente ascoltata.

intervista madre difficoltà

Quando ha avuto inizio il tuo calvario?

Ebbe tutto inizio nel 2014 con la perdita del mio lavoro, questo portò a trovarmi senza basi su cui far nascere il mio sogno, quello di tatuare, aprire uno studio tutto mio. Ho infatti vari pearcing e tatuaggi sul mio corpo, una cultura dell’estetica che accomuna arte moderna e culture primitive. Nello stesso periodo persi mio fratello e mio padre, e mi venne diagnosticata una malattia legata all’ipertiroidismo, comunemente viene definita una patologia poco grave, ma che, curata male come è accaduto alla sottoscritta, può trasformarsi in qualcosa di drammatico. Gradualmente infatti sono diventata afona. Non sono più in grado di comunicare. Mi hanno rubato la voce e la possibilità di esprimermi attraverso le parole.

Hai da muovere un’accusa a qualcuno in particolare?

Istituzioni e persone, ma in primis l’endocrinologo dell’ ospedale di Torino che in breve tempo è riuscito a distruggere la mia vita, sottovalutando la mia patologia. Mi sono trovata infatti spesso al pronto soccorso a causa di forti crisi respiratorie ed ipertensione, ma nulla è servito per fargli comprendere che qualcosa non andava nel suo metodo curativo. Ho un figlio di quattordici anni ed è stato obbligato a viversi tutti quei momenti drammatici in cui non mi reggevo in piedi, senza sapere cosa mi stesse accadendo. Mi diedero così un elevato dosaggio di farmaci per combattere l’epilessia per rendersi conto tempo dopo che era solo un problema legato alla mia tiroide. Cambiai medico, così grazie ad una dottoressa dell’ospedale oftalmico di Torino che mi curò con estrema professionalità ed umanità, ho ricominciato a lottare come ho sempre fatto nella mia vita, combattendo anche la depressione che in quei mesi mi avvolse come un pesante cappotto.

All’interno della Stazione Termini, ai bordi del marciapiede di un binario, un giovane ragazzo è rannicchiato sul marciapiede durante il sonno 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

C’è stato l’attimo in cui hai pensato di non farcela?

Oggi sono in grado di comprendere il perché vi siano numerose persone che arrivano a compiere gesti estremi, perché non trovano più una via d’uscita e non sanno come mantenere i propri figli sentendosi all’improvviso inutili, inesistenti, perdendo il contatto con tutto ciò che li circonda. Io non ce la faccio, ho sempre combattuto e voglio vedere crescere mio figlio, anche se sono molti i mesi in cui non so come pagare l’affitto, sono numerosi i momenti in cui non so se domani avrò la possibilità di poterlo sostenere. Grazie ad alcuni amici che in questi giorni hanno fatto una colletta per poter pagare le mie bollette, ho tirato un attimo il fiato, ma domani? Domani sarò ancora da punto e a capo, non posso più vivere così all’ infinito, non è umano, non è giusto e non è dignitoso.

Hai chiesto aiuto e ti sei vista chiudere la porta in faccia?

Un incubo, negligenze continue, andai più volte dagli assistenti sociali sentendomi dire che c’è chi sta peggio di me, quando finalmente dopo otto mesi ricevetti una risposta scritta in cui mi si chiedeva di presentare i documenti mancanti. Purtroppo la lettera ebbe un ritardo di quindici giorni ed i termini erano scaduti, così persi la mia unica possibilità. Ci sono momenti in cui penso che le negligenze pubbliche non abbiano il giusto peso mentre noi semplici cittadini siamo costretti a pagare per tutti. Feci domanda per la SIA, la carta per comprare i generi alimentari, ma venne respinta perché qualcuno utilizzò il codice fiscale di mio figlio per fare la stessa richiesta. Non ho mai saputo, per ragioni di privacy, chi è stato. Pago un affitto alto per una donna sola che non lavora, ma non ho diritto alle case popolari perché non ho reddito, non ho un lavoro… sembra una giostra infernale.

Pensi che oggi l’ Italia non sia in grado di fornire sicurezza alle famiglie italiane?

No, questo è ovvio, se non hai le giuste conoscenze sei destinato a perire. Io ho cinquantuno anni e sono senza voce: chi pensate mi dia un lavoro? Poi se un giorno finirò in mezzo ad una strada e mi toglieranno mio figlio qualcuno si metterà una mano sulla coscienza? Quando invece leggo gli stipendi di questi politici non riesco a comprendere come si sia arrivati a questo punto. Sono disperata, ho bisogno di un lavoro, non voglio pietà, rivoglio la mia vita, ne ho diritto.

Antonietta Chiodo
Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina.

Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News.

Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati.

Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana.

Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina. Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News. Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati. Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana. 

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