La protesta per i progionieri palestinesi: intervista a Khaled

Il leader di Al Fatah Marwan Bargouthi, definito da molti media dall’anno 2002 il Nelson Mandela del nuovo millennio, dopo la pubblicazione del suo articolo shock sul New York Times pochi giorni fa è riuscito a dare vita ad una protesta che resterà leggenda definita “ la battaglia degli stomaci vuoti”.

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Marwan è riuscito a trasportare nella sua direzione di lotta non violenta almeno 1.300 detenuti delle carceri israeliane, iniziando così uno sciopero della fame per far si che il resto del mondo si accorga di loro e di ciò che accade in queste terre dai diritti negati. Dal suo lungo articolo pubblicato sul famosissimo giornale risuonano dichiarazioni estremamente dure nei confronti delle forza militari israeliane, la totale mancanza e violazione giornaliera dei diritti umani, torture quotidiane sia fisiche che psicologiche, cibo scadente. La popolazione in queste ore si augura che gli organi competenti si prendano la responsabilità di sanzionare uno stato che della forza e del potere ha fatto sino ad oggi legge propria su di una popolazione inerme, ma da ciò che osserviamo oggi, non ancora esausta.

Il premier palestinese Abu Mazen ha dichiarato in queste ore la sua totale vicinanza ai detenuti palestinesi, mentre da ultime notizie le frange affiliate ad Hamas ed al partito islamico non hanno ancora delineato una scelta precisa che possa coinvolgere i propri sostenitori oggi detenuti nelle carceri. Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo e l’alta adesione dei prigionieri, la Knesset ha scelto di spostare ad un regime di isolamento a tempo indeterminato Marwan Barghouti insieme ad altri tre capi saldi della protesta, trasferendoli così nel carcere di massima sicurezza nella zona nord della West Bank palestinese, alle porte della città di Jenin.

Cercheremo oggi di comprendere cosa sta accadendo tra la popolazione. In realtà, dopo la lettera a cuore aperto pubblicata dal New York Times in Occidente le proteste hanno impugnato finalmente il giusto eco, anche se in realtà da molti anni gli scontri trai  militari e la popolazione palestinese è all’ordine del giorno. Sempre maggiori gli scontri e gli arresti dall’ inizio delle proteste soprattutto tra le zone di Nablus, Hebron e Betlemme. Quest’oggi siamo andati in strada, sulla Hebron to Jerusalem Street, ci siamo fermati di fronte ad un gruppo di manifestanti, in cui vi erano musica e molti bambini tra cui un piccolo di circa otto anni portatore di handicap, alcuni di loro erano già dotati di maschere antigas, poco più avanti un ambulanza della Croce Rossa era pronta ad intervenire in caso sommossa. La lunga strada lascia intravedere sotto il caldo cocente le sagome dei militari israeliani con alle spalle il famoso muro di divisione, immobili come statue e pronti ad un eventuale comando. Sparsi lungo i marciapiedi gruppi di manifestanti attenti ad avvisare i compagni in attesa dello start, cassonetti ribaltati pochi metri di fronte ai militari hanno lasciato presagire per alcuni istanti l’ennesima giornata di tensione, che per fortuna non vi è stata. Mi sono avvicinata così a Khaled, uno dei rappresentanti presenti oggi alla protesta.

Ci sono novità dalle carceri in queste ultime ore?

No, Israele non lascia trapelare alcuna notizia, da quando è partito lo sciopero della fame abbiamo solo saputo che i leader sono stati messi in isolamento ed a molti detenuti non è stata concessa la visita del proprio legale.

Vi sentite supportati dall’ANP in questi giorni?

Non posso rispondere a questa domanda, sono solo un uomo che in questi giorni vive sulla strada insieme a donne e bambini per fare sapere al mondo cosa accade da settanta anni in queste terre. Ma la politica è il cuore della Palestina, tutto il mondo gira intorno alla politica, noi non vogliamo sapere se qualcuno sia o no dalla nostra parte, questa è la nostra vita e la nostra libertà, noi continueremo, ogni giorno. Vuoi sapere se confidiamo in un supporto da parte di Abu Mazen? No, la Palestina non crede più in lui da molto tempo.

Ci sono stati molti scontri durante queste proteste, pensi anche oggi sia una di quelle?

Noi manifestiamo a tutte le ore, anche di sera, di solito ci attaccano nel pomeriggio o quando cala il sole. Tu puoi vederci, non abbiamo armi, una tenda e qualche bandiera ma noi resistiamo perché è quello che sappiamo fare meglio. Non è un caso che la maggior parte delle persone che aderisce a queste proteste proviene dai campi profughi, la maggior parte di loro infatti e di  Dheisheh Refugee Camp una delle zone più attaccate dai militari sia di giorno che di notte.

Pensi che l’iniziativa di Marwan Barghouti possa servire realmente a qualcosa?

Assolutamente si, è una luce, una finestra aperta perché il mondo possa guardare qui dentro e oggi tutti sapranno quanto è grande la forza che risiede in noi palestinesi, preferiamo morire di fame che continuare ad essere sottomessi o torturati. Sono settant’ anni che noi andiamo avanti così, i nostri compagni hanno lanciato questa battaglia e noi dobbiamo sostenerli, sono uomini di grande coraggio ed esempio per noi.

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Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina. Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News. Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati. Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana. 

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