Un libro in un tweet: il digitale ad alta leggibilità

La sociologa Emanuela Rinaldi e il social media strategist Cristiano Callegari ci guidano alla scoperta di come il libro si trasforma su Twitter

Michel Mucci

Una delle ultime frontiere dell’editoria è il libro digitale. Non solo più e-book, ovvero libri di narrativa digitalizzati, ma una vera e propria nuova concezione del libro. Ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, in realtà un ritorno alle origini,
alla carta, quindi, passando, però, per il digitale.
Se per gli e-book lo scopo era la ricerca della semplificazione consentita dalla digitalizzazione dei testi, per questi nuovi strumenti avviene il contrario: si ricerca la concretezza della carta stampata. Nascono così i social book, nelle loro più svariate forme. Oggi si parla di tweet-book, insta-book, book-selfie, tutti strumenti che concretizzano la presenza sui social network di una persona o di un ente. Quotidianamente, chi più, chi meno, posta sui social network notizie, foto, commenti, crea eventi e condivide emozioni e anniversari, comunica al mondo qualcosa di sé e di cosa succede nella sua realtà. L’insieme di questi frammenti di vita, oltre a generare una prospettiva virtuale e parziale dell’autore, fornisce lo strumento alla “maschera pirandelliana” che questi decide di far vedere di sé e che viene, grazie a questi nuovi libri, resa più reale e meno volubile. Non tutte le novità sono così assurde e difficili da comprendere.

Nella nuova frontiera del libro, cioè nella sua de-digitalizzazione, il “book sociale” è uno strumento concreto, espressione, in casa o in ufficio, di una testimonianza da condividere, sfogliandolo e toccandolo, oppure incartandolo e donandolo. Nulla di nuovo, sembrerebbe. Invece, è tutto nuovo: la redazione del libro è un processo lungo e continuativo, la stesura avviene nei mesi e negli anni, la redazione è la scelta di cosa includerci e cosa, invece, omettere. Il processo è un po’ simile a ciò che succedeva per gli album fotografici di famiglia. Ma anche per questo oggi abbiamo un e-book, anzi un social-book specifico: l’instabook, il libro dei post fotografici condivisi sul photo-social più famoso al mondo. Agli hashtag ed ai likes corrispondono le storiche orme di dita che eravamo abituati a vedere sul film protettivo dei vecchi album di famiglia e che ci indicavano quanto erano viste ed apprezzate le singole foto.
Tutti questi libri nascono da strumenti di comunicazione, sempre più usati anche da aziende e enti del terzo settore per veicolare le loro mission, i risultati conseguiti e le azioni profuse per i loro stakeholders e per la società a cui appartengono.


Il social-book diviene, così, una sorta di bilancio sociale dell’ente e dell’azienda, una rassegna stampa, un volume a rendiconto di quanto il ramo comunicazione dell’ente ha prodotto e il modo in cui è stato percepito dagli altri utenti appartenenti al cosmo comunicativo della rete a cui si è rivolto. Abbiamo interpellato due operatori del settore per approfondire e comprendere meglio le potenzialità di questi strumenti.
“Parliamo di social-book e dell’evoluzione dell’e-book, una forma di pubblicazione che ci fa quasi tornare alle origini, una sorta di ritorno alla carta per un bisogno di concretezza e di tangibilità. In che modo queste nuove risorse mediatiche possono contribuire allo sviluppo ed alla diffusione dell’editoria e della letteratura, classica, contemporanea o degli scrittori emergenti e delle nuove forme di scrittura e comunicazione stampata?”

“Se per social-book intendiamo la possibilità di raccogliere in un libro i contenuti social, come nei casi di tweet-book o
insta-book, ciò non ha alcun rapporto con la letteratura intesa in senso stretto. A meno che il progetto non nasca “letterario”
già a monte sui social di partenza. Se, invece, pensiamo alle possibilità offerte dal self-publishing, allora esse possono costituire certamente risorse utili alla diffusione dell’editoria e della letteratura degli scrittori emergenti.”
Emanuela Rinaldi, Sociologa, Università di Udine

“Se pensiamo all’uso odierno dei tweet-book, molto sfruttati nella condivisione dei contenuti di conferenze ed eventi, e quello degli altri social-book per scopi più “personali e ricreativi”, come il caso emblematico degli insta-book, trova possibile un loro uso più impegnato, con una valenza più significativa nel mondo di domani, magari anche in contesti business?”

“Il tweet-book, o site-book, nasce come possibilità di trasformare in un libro una serie di contenuti postati su Twitter o Instagram, scelti con medesimo #hashtag o autore.
Si tratta di una risorsa indubbiamente utile per garantire fisicità ad un contenuto altrimenti immateriale e volatile per definizione. Valore ed efficacia dipendono, comunque, sempre dal contesto. Se l’obiettivo è quello, dopo un evento, di mantenere “connessi” i partecipanti offrendo una prova tangibile della loro partecipazione, allora il tweet-book svolge bene il suo ruolo.”
Cristiano Callegari, Social Media Strategist

Concludendo, possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un’evoluzione costante e non si comprende bene in che direzione si stia andando. Di fatto, la materia, il tangibile, la carta, nello specifico, piace, e rappresenta una costante, negli anni e nei secoli. Lo rimane anche in quest’epoca, nella quale le notizie corrono e si perdono nel web. Il social-book diventa l’emblema dell’importanza dei contenuti digitali, un fermo immagine a monito di ciò che è successo qualunque sia l’argomento o l’autore che lo compila giorno dopo giorno, post dopo post.

Michel Mucci, collaboratore di SocialNews

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Michel Mucci

Nato nel 1985 a Gorizia contesto questo pluri culturale e linguistico. Laureato nella facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Udine in relazioni pubbliche. Da 10 anni attivo nel mondo del volontariato locale e impegnato socialmente e politicamente. Passato da ufficio stampa per eventi e in diversi enti pubblici, ora opera all’interno di una company come responsabile recluting e gestione risorse umane. 

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