Come la cooperazione internazionale aiuta le donne a riprendere in mano le loro vite

L’esperienza di Auxilia Onlus in Siria

La guerra in Siria non è una novità. Dal marzo del 2011 ad oggi sono migliaia le vittime di un conflitto fratricida che vede opporsi il governo centrale di Bashar al Assad e molti gruppi di varia estrazione, spesso definiti semplicemente come “ribelli”, ma all’interno delle cui fila si scontrano anime profondamente differenti.

Come sempre quando c’è una guerra, sono i civili ad esserne le prime vittime. Oggi, in Siria, è difficile anche arrivare ad una conta di morti, sfollati, dispersi. I molti occhi delle organizzazioni umanitarie puntati sulla regione hanno denunciano più e più volte i soprusi e le violazioni dei diritti umani attuate su tutti i front. Dagli stupri di donne e bambine sino al reclutamento di minori: la situazione è un vero e proprio disastro umanitario. Impossibile per chi, come noi di Auxilia fa del rispetto dei diritti la sua ragion d’essere, restare in disparte. Stare in silenzio.Voltarci dall’altra parte.

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Il nostro intervento è nato proprio dal bisogno di aiutare le vittime del conflitto: il primo progetto è nato in supporto dei bambini della regione di Iblib, un’area di confine tra Siria e Turchia, isolata e abbandonata dalle altre organizzazioni internazionali. Dopo i primi sopralluoghi abbiamo rilevato che, come purtroppo capita spesso, i peggiori traumi erano quelli subiti proprio dai minori e dalle donne. Tuttavia ci siamo anche accorti che proprio le donne potevano rappresentare la chiave di volta per sbloccare la situazione ed innescare un piccolo cambiamento positivo.

Siamo abituati a pensare alla donna nel mondo Arabo come sottomessa, nascosta, marginalizzata. Invece esistono, soprattutto in paesi come la Siria, donne emancipate, forti di una cultura conquistata nelle università, donne che già prima del conflitto non rinunciavano alla propria libertà. A maggior ragione, il conflitto può stimolare anche chi non aveva avuto prima molte opportunità a uscire dal guscio. È la donna, anche in Medio Oriente, anche in una situazione così fragile, a poter agire concretamente per cercare di rendere una situazione terribile più umana.

 

Come illustrato dal presidente Massimiliano Fanni Canelles durante il convegno “Ripensare il processo di transizione in Siria: costituzione, partecipazione e uguaglianza di genere” organizzato dall’Università degli studi di Padova, l’intervento di Auxilia è orientato proprio al ristabilire una forma di stabilità tra la popolazione dell’area si Iblib e Atma. L’attività di cooperazione si è mossa su più canali, ponendo sempre un’attenzione particolare sullo sviluppo femminile: è stato creato un ambiente scolastico che può coinvolgere i bambini, è stato promosso il reinserimento in un ambiente educativo di chi vi lavorava prima della guerra, è stato offerto un piccolo centro sanitario che diventasse un punto di riferimento e alle donne è stata offerta l’opportunità di prendersi cura economicamente delle proprie famiglie attraverso progetti di micro-imprenditoria.

Proprio questi progetti meritano un’attenzione ulteriore. Come è possibile che nel bel mezzo di un conflitto terribile come quello siriano ci sia spazio per la micro-imprenditoria? Cosa si può produrre con così pochi mezzi? In che modo i prodotti possono essere venduti e a chi? Proprio a questo punto entrano in gioco le opportunità che offre la cooperazione internazionale quando strutturata, progettata e realizzata in maniera efficace e rispondente ai bisogni del territorio dove opera.

Nel 2013 è stato avviato il progetto di micro-imprenditoria femminile. L’obiettivo era, per l’appunto, offrire alle donne di Idlib e Atma la possibilità di provvedere al sostentamento delle proprie famiglie grazie alla produzione di sciarpe. Proprio delle sciarpe, un oggetto utilizzato da molte, moltissime donne in tutto il mondo. Ciò che hanno di speciale è il punto con cui vengono realizzate: è un nodo che viene definito “nodo dell’amore” da cui il nome del prodotto e del progetto: “Sciarpe dell’amore”. Un nodo che rappresenta anche il prezioso legame che lega le donne italiane con quelle siriane.

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All’interno del Centro femminile di Atma abbiamo organizzato un laboratorio aperto a tutti, dove abbiamo consegnato 100 kg di lana, integrati poi grazie ad alcune donazioni private. La produzione delle sciarpe è particolarmente adatta alle condizioni dell’area perché si può realizzare praticamente ovunque, comprese alcune tende o a casa propria. L’idea di rendere le donne di Atma economicamente indipendenti è stata sviluppata insieme a Maram Foundation, un ente britannico nostro partner in Siria. Le sciarpe prodotte vengono poi importate in Italia e altrove dove vengono vendute in occasione di mercatini benefici ed eventi di sensibilizzazione. L’obiettivo, parzialmente realizzato, è trasformare un campo profughi in una comunità attiva, dove si può lavorare, imparare e crescere. In questo modo, le donne e i bambini siriani possono iniziare, lentamente, a riappropriarsi della propria vita.

Non è il solo progetto umanitario che abbiamo voluto con forza portare in Siria e nell’area turca al confine. In collaborazione con il Dipartimento delle scienze umane dell’Università di Trieste, a Maram Foundation e con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, abbiamo realizzato il progetto “Aurora in Siria” orientato alla formazione professionale, alla mediazione dei conflitti e alla riconciliazione.

In questo ambito abbiamo promosso alcuni corsi in vari ambiti: mediazione, negoziazione, Post traumatic stress disorder, cucito e lavoro a maglia. 150 rifugiate di Atma dai 15 ai 50 anni, in particolare vedove, donne vittime di abusi, donne con basso livello di istruzione e disabili, hanno imparato piccole attività funzionali ad apprendere un mestiere nonché a partecipare, potenziandoli, alle attività del micro-credito.

Di recente, le nostre attività sono cresciute in maniera da offrire ulteriore supporto e spazio di azione per le rifugiate siriane. Al Bayti, che significa “la mia casa”, prenderà vita presto: è un centro di aggregazione femminile presso l’orfanotrofio Al Bayti (Reyhanli – Turchia), per fornire alle donne dell’area un luogo di incontro dove fare attività specifiche e confrontarsi. L’auspicio è che si trasformi in uno spazio dove i progetti di microimprenditoria possano prendere vita anche grazie al supporto psicosociale offerto alle partecipanti contestualmente.

Contemporaneamente abbiamo avviato anche il progetto WomenNet, finalizzato alla creazione di una rete locale e di strumenti di supporto per le donne rifugiate. In questo caso, l’obiettivo primario è proprio offrire un sostegno psicologico per far fronte ai disturbi post traumatici PTSD che, purtroppo, sono spesso ferite non visibili della guerra.

Scegliere di supportare le donne non è una scelta come un’altra, non è frutto del caso, ma è una risposta concreta all’emergenza umanitaria. La donna ha un ruolo fondamentale in ogni società e ancor di più in una comunità martoriata dalla violenza, lontana da casa e costretta ad affrontare ostacoli enormi. Essa può trasformarsi in un fulcro stimolante e vitale. È più distante dalle logiche della violenza fisica, meno corruttibile e più sensibile alla sofferenza. In questo modo, è possibile anche da lontano aiutare in maniera concreta chi ne ha più bisogno affinché i drammi e le bombe del passato vi rimangano lasciando spazio ad un futuro sicuro e luminoso.

 

Angela Caporale
Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani.
È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager.
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1 comment for “Come la cooperazione internazionale aiuta le donne a riprendere in mano le loro vite

  1. Joseph V
    24 gennaio 2017 at 09:56

    As humans when we see such sufferage it is only human to want to help. We have to be careful how we go about this beause these are a proud people. Some are well educated women being forced to be submissive and slaves to men who literally just climbed out of rocks. Until ISIS is ,to coin a phrase, removed from this earth. Then we can help them to live free and not fear

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