Lo sport, un diritto per tutti, ad iniziare dalle scuole

Chi versa in stato di disabilità deve poter svolgere attività fisica, in modo da non trasformare la menomazione in una più grave condanna all’isolamento

Davide Giacalone

davide-giacalonePraticare lo sport è un diritto di tutti. Per certi aspetti, senza ambizioni agonistiche, è anche un dovere. Verso se stessi e verso la collettività, perché chi evita di poltrire si conserva meglio in salute, pesando così meno sulla spesa sanitaria. Non solo non ci si deve fare ingannare, si deve, invece, mettere a frutto il detto latino: mens sana in corpore sano (Giovenale, Satire). Non si riferisce alla necessità di essere integri nel corpo per poter dedicarsi alla sua salute, ma, all’opposto, al preservare la sanità della mente, la sanità morale, curando l’esercizio e l’attività del proprio corpo. Il che riguarda tutti. Che le scuole non abbiano, tutte e per tutti, strutture adeguate e attrezzate è un danno, notevole. Iniziai la scuola media, a Palermo, in un istituto sprovvisto di palestra, talché facevamo “educazione fisica” fra i banchi. Potete immaginare. Ma erano anche tempi in cui passavamo i nostri pomeriggi fra cortili e strade, giocando in tutti i modi. I ragazzi di oggi vivono in città del tutto diverse, talvolta cadendo in una pericolosa sedentarietà (o costringendo i genitori a fare da scorta verso posti non a portata di mano). Quanti hanno delle disabilità hanno anche un superiore diritto a svolgere attività fisica, in modo da non trasformare la menomazione in una più grave condanna all’isolamento e all’inattività. Purtroppo, non sempre tale diritto è soddisfatto.

Lo sport, inoltre, per tutti, è anche un’occasione di socialità, con compagnie diverse da quelle che accompagnano la vita nei luoghi di studio o di lavoro. Rinunciarci, o essere costretti a farlo, è una considerevole perdita.
Non accettabile. L’Italia ha, oggi, un tasso di natalità pari a quello del 1918. Ma allora concludevamo la prima guerra mondiale e centinaia di migliaia di uomini (ragazzi, con i criteri odierni) erano rimasti tre anni lontani da casa.
Se guardiamo ai Paesi direttamente paragonabili al nostro (ad esempio la Francia) ci accorgiamo che il più alto tasso di natalità non deriva da questioni di costume, ma neanche dal numero delle donne lavoratrici (in Francia sono più numerose, in assoluto e in percentuale), ma dagli investimenti operati proprio in asili nido, scuole e impianti sportivi. I figli non si deve solo mantenerli, ma anche occuparli. Non comportano una dipendenza limitata al periodo dell’allattamento (legislativamente protetto). Dover provvedere in proprio è un potente disincentivo.
Accanto al tema del “muoversi” (negli Stati Uniti ne hanno fatto l’oggetto di una lunga campagna educativa nazionale) c’è quello dell’agonismo, dello sport praticato anche come occasione di competizione. L’Italia ha sviluppato un’anomala e preoccupante avversione alla competizione, come se riconoscere le maggiori capacità di alcuni suoni scorno o condanna per gli altri. Nulla di più assurdo. Se si osservano dei bambini giocare, ci si accorge subito che gareggiano a chi è più veloce, forte o capace di fare questo o quel salto.
La competizione è non solo sana, ma educa ad impegnarsi per vincere e a saper perdere. Cose utilissime, per vivere. Ai disabili non deve essere precluso, o rallentato e scoraggiato, l’accesso neanche a questo tipo di sport.
Concepire gare e competizioni a loro dedicate non è un modo per indurli ad identificarsi con il proprio problema fisico, ma, all’opposto, a comprendere (tutti) che una competizione è regolare solo se tutti i gareggianti hanno, a parità d’impegno e volontà, la stessa possibilità di vincere. I giochi per disabili, fino alle paralimpiadi, rispondono ad un criterio di giustizia, non promuovendo alcuna ghettizzazione. Molte volte si coprono le mancanze collettive con l’ipocrisia del linguaggio. Molte volte la disabilità fisica viene negata con denominazioni che vorrebbero essere rispettose delle persone che ne sono portatrici, invece finiscono con il cancellarle.
Le cose hanno un loro nome, del quale non si deve aver paura. Paura, semmai, fa il desiderio di nasconderle. Ecco, dunque, un settore in cui gli investimenti, pubblici e privati, otterrebbero non solo il risultato di far crescere la ricchezza economica, ma di renderci tutti civilmente più ricchi.

Davide Giacalone, Editorialista di RTL 102.5 e Libero

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