“Sono andata così lontano che io stessa, guardandomi indietro, faccio fatica a crederci”

Chiacchierata a 360° con Giusy Versace, atleta paralimpica azzurra, da quest’anno volto femminile nella conduzione della “Domenica Sportiva”, uno dei programmi must nel racconto dello sport in televisione

Angela Caporale

Giusy Versace ed Alessandro Antinelli  posano per una foto a margine della prima puntata della nuova stagione della Domenica Sportiva che conducono su Rai2, 23 agosto 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Giusy Versace ed Alessandro Antinelli posano per una foto a margine della prima puntata della nuova stagione della Domenica Sportiva che conducono su Rai2, 23 agosto 2015.
ANSA / MATTEO BAZZI

Giusy Versace, oggi volto e condottiera della “Domenica Sportiva”, prima atleta a ricoprire questo ruolo. Raccontaci questo tuo momento professionale sotto i riflettori in un mondo tipicamente maschile e antitetico alle altre discipline come il calcio.
“Di certo una bella avventura e una grande esperienza personale e professionale. Ciò che temevo maggiormente non era lavorare in un mondo tipicamente maschile, al quale sono abituata. In passato, quando lavoravo nella moda, la maggior parte di colleghi e capi erano uomini. Temevo di più il fatto di trovarmi in un ambiente giornalistico. Devo dire che mi trovo in una bella squadra e questo mi ha permesso di entrare subito nei meccanismi. Lavorare, poi, con delle icone, come il Trap, Pizzul e Zeman, mi ha aiutato. Sto imparando tantissimo. Molto più che leggere i quotidiani. E poi, mi sto appassionando. La mia presenza in questa trasmissione è stata una scommessa per tutti. Quando è stato possibile siamo riusciti a dare spazio a sport cosiddetti ‘’minori’’ e, a volte, anche a quelli paralimpici. Se nel mio piccolo posso servire per dar luce anche al movimento che rappresento, questo mi rende decisamente fiera”.

Non si tratta della prima esperienza televisiva. In molti ricordano la vittoria a “Ballando con le stelle”. In che modo la televisione ti ha cambiato la vita?
“Per carattere non mi faccio condizionare troppo da questo. Non ho scelto la televisione per apparire. Ho sempre cercato di sposare progetti dotati di un senso con quello che faccio e rappresento nella vita. Tutte sfide. Tutte scommesse. La mia vita è cambiata solo per il fatto di essere mediaticamente più esposta. Ma gli impegni non mi sono mai mancati. Fortunatamente, ho sempre trovato il modo di riempirmi le giornate. Oggi faccio solo più fatica a conciliare anche i duri allenamenti cui mi sottopongo durante la settimana in vista degli appuntamenti sportivi che mi aspettano. Dopo Ballando, ho anche condotto la trasmissione di Rete4 “ALIVE”. Con Vincenzo Venuto abbiamo girato l’Italia raccontando storie di persone cadute in grave difficoltà e che, nonostante tutto, hanno trovato il coraggio di affrontare la vita con il sorriso. Esempi belli. Considerando la situazione dell’Italia da un po’ di anni, credo che la gente abbia un grande bisogno di iniezioni di fiducia. Sono felice di contribuire a tutto questo”.

Prima del piccolo schermo, l’atletica: è stata un’emozione più grande conquistare la coppa di “Ballando” o il record europeo sui 100 metri? Battute a parte, che ruolo svolge oggi l’atletica nella tua vita?
“Sono emozioni diverse, ma entrambe molto significative. Il record europeo arrivò in un anno per me molto complicato. Ero reduce da una frattura al polso che mi aveva bloccata per tre mesi. Con forza di volontà e pazienza ho ripreso a gareggiare. La testa aiuta a fare gol quando meno te l’aspetti. “Ballando” è stata un’esperienza durissima non solo a livello fisico. Non era semplice e, sopratutto, non potevo lamentarmi. Tanti occhi puntati e mille aspettative. Credevo di uscire dopo due puntate. Non mi sarei mai aspettata un percorso simile e, ancora meno, di alzare la coppa. Io! Con due gambe finte! In una trasmissione dove le gambe sono protagoniste… Chi l’avrebbe detto? Solo la mia amica e giornalista Roberta Ferrari aveva visto lontano e, dopo la prima puntata, mi aveva confidato: “Vincerai” Beh… ha vinto la scommessa! Ma l’aspetto più gratificante è stato essere riuscita a portare la disabilità a casa della gente con normalità. Era quello che volevo, avevo già vinto solo per questo! Dirò sempre grazie a Milly e alla sua numerosa squadra, ma, soprattutto, a Raimondo Todaro (il mio maestro e ballerino) che è riuscito a premere i tasti giusti”.

Nell’anno delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi, che obiettivi ti poni?
“Di dare il meglio di me, come cerco di fare sempre! Tutte le gare che mi aspettano da aprile in avanti sono molto importanti. A giugno ci saranno anche gli Europei, che quest’anno si svolgeranno in Toscana, a Grosseto. Grande occasione per noi Italiani. Continuo ad allenarmi ogni giorno con grande costanza e sacrificio. Fortunatamente, ho un compagno di avventura paziente, il mio allenatore Andrea Giannini. Senza di lui non sarei arrivata fino qui. In questa stagione sono entrata a far parte del gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre e ne sono molto felice. Per me è un onore correre per loro e con loro. Dedicherò attenzione ad ogni gara senza guardare troppo lontano. Le convocazioni per Rio saranno comunicate non prima di fine luglio, anche se molti di noi hanno già centrato i minimi… Se dovessero convocarmi sarebbe davvero la ciliegina sulla torta, lo è per ogni atleta. Ma se non dovesse arrivare la convocazione, mi faccio forte del fatto che il mio correre serve sopratutto a chi mi guarda. Mi piace l’idea che altri disabili possano alzare l’asticella grazie allo sport. Voglio che mi guardino pensando “se ce l’ha fatta lei, ce la posso fare anch’io!”.

Sono passati ormai più di dieci anni da quel 22 agosto 2005 che ti ha spezzato in due le gambe, ma, soprattutto, la vita. Dichiari spesso che è stato un vero e proprio spartiacque che ha diviso tutto tra un “prima” e un “dopo”. Oggi che bilancio trai della tua nuova vita? Ti saresti mai aspettata di percorrere così tanta strada?
“Ne parlavo pochi giorni fa con degli amici che non vedevo da tempo, ma che mi sono sempre rimasti legati. Nessuno si sarebbe mai aspettato progressi simili, me compresa. È il bello della vita. Regala sempre moltissime sorprese, nel bene e nel male. Ho solo cercato di vivere al meglio ogni giorno. Con fede  e determinazione, ho cercato di fare sempre di più. Senza accorgermene sono andata così lontano che io stessa, guardandomi indietro, faccio fatica a crederci. Prego solo che Dio mi lasci sempre questa forza, questa energia e questa grande voglia di vivere. Tutto il resto vien da sé. Ogni mia vittoria è un regalo alla mia famiglia, ai miei amici, a tutte le persone che con me hanno pianto e sofferto in quei durissimi momenti. Volevo renderli fieri. Volevo alleviare il loro dolore. Sono felice quando li vedo felici. È tutta una conseguenza. Il lavoro di squadra premia sempre, in tutti gli ambiti. Da soli non si fa niente e non si va da nessuna parte. Io non sono così eccezionale come molti mi dipingono, non sono wonder woman… Sono solo stata fortunata perché non sono stata lasciata sola. Se fossi stata sola, sarei crollata e oggi non sarei qui a raccontare le tante cose belle che sono riuscita a fare”.

Hai incontrato più difficoltà fisiche o psicologiche nel percorso post incidente? “Entrambe, in periodi diversi. All’inizio, la cosa più dura è affrontare il dolore fisico, e non ci sono aggettivi per descriverlo. Poi, quello psicologico. È stata dura tornare a casa e fare i conti con una quotidianità che non era più la stessa. Con un armadio che conteneva cose che non avrei più potuto indossare, con un ascensore nel quale non entrava la carrozzina. Tante, troppe cose… Il tempo è stato il mio migliore amico”.

Roma 06/06/2013 DL Golden Gala Pietro Mennea, Diamond League - nella foto:Giusy Versace nei 100mt nella cat.disabili - Foto Giancarlo Colombo/A.G.Giancarlo Colombo

Roma 06/06/2013 DL Golden Gala Pietro Mennea, Diamond League – nella foto:Giusy Versace nei 100mt nella cat.disabili – Foto Giancarlo Colombo/A.G.Giancarlo Colombo

Tra le molte iniziative che ti hanno vista protagonista, spicca la creazione della Onlus Disabili No Limits. Di cosa si occupa in concreto? “La Onlus nasce nel 2011 con l’obiettivo di promuovere lo sport anche come terapia e raccogliere fondi per garantire nuove opportunità di vita a chi non se le può permettere. Essendo io una sportiva, cerchiamo di privilegiare i progetti che vedono coinvolti giovani e sport. Ma abbiamo anche regalato ausili per attività quotidiane. Piccole gocce nell’oceano, ma cerco di rendermi utile come posso. Questo mi aiuta a dare anche un senso a quello che mi è successo”.

Prima dell’incidente, lo sport non apparteneva ai tuoi programmi. Come hai cominciato a correre? “Semplice curiosità. Prima ero una sportiva come tanti, mi piaceva lo spinning, il tennis… cose che oggi non posso più fare. Non avrei mai pensato di fare l’atleta: sono due cose diverse. Ho imparato ad amare la corsa quando ho perso le gambe. Ho iniziato nel 2010 e ho gareggiato per dare uno schiaffo morale a tutti quelli che dicevano che sarei caduta. Non avrei mai immaginato di appassionarmi così tanto a questo mondo. Il punto è che, gara dopo gara, ci ho preso gusto e non mi sono più fermata”.

Che ruolo ha svolto lo sport dopo l’incidente e che ruolo svolge oggi? Perché proprio lo sport si è rivelato l’ambiente più adatto ad affrontare la disabilità? “Lo sport è una grande terapia fisica e psicologica per tutti. Per chi vive con una disabilità, forse lo è ancora di più semplicemente perché ti dà l’opportunità non solo di alzare l’asticella, ma anche di confrontarti con altri disabili che vivono con handicap a volte anche più gravi del tuo. Questo aiuta a riflettere. Per me lo sport è importantissimo e mi piace l’idea che correndo posso contagiare positivamente altra gente”.

Cosa si può fare, concretamente, per abbattere le barriere che ancora persistono? “Parlarne. Parlarne. Parlarne. Negli ultimi anni i media ci hanno aiutato molto. La gente alza delle barriere mentali semplicemente perché non è abituata a vedere certe cose. Più se ne parla, più la gente imparerà a guardare le nostre potenzialità nonostante l’handicap e, forse, smetterà di soffermarsi alle apparenze e alle cose che non possiamo fare più. Ho imparato che i limiti sono solo negli occhi di guarda”.

Angela Caporale, caporedattrice SocialNews

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Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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