Fuocoammare: il grido dei migranti

Il nuovo film di Gianfranco Rosi, Fuocoammare, ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2016. Attraverso uno stile documentaristico che va ben oltre alla mera presentazione del reale, Rosi tratta un tema molto controverso: lo sbarco dei migranti, una realtà su cui non possiamo ulteriormente temporeggiare.

di Aurora Tranti

FuocoammareLa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, stipulata quasi settant’anni fa, sembra ad oggi non vedere una reale applicazione, soprattuto per quanto riguarda la così detta “emergenza” migranti che ormai più che un fenomeno imprevisto è divenuto realtà quotidiana, motivo per cui dovrebbe essere compresa e di conseguenza “umanamente” gestita.

Con Fuocoammare Rosi ci racconta un’isola, Lampedusa, una splendida terra dove vivono principalmente pescatori che traggono sostentamento dal mare circostante. Le acque del Mediterraneo garantiscono la vita ma indirettamente generano morte. Nel film questa ambivalenza è magistralmente rappresentata attraverso la raffigurazione di due mondi, quello di Samuele, un bambino che gioca, scopre, conosce, vive e quello dei migranti costretti a fuggire dalla loro terra, rischiando tutto per attingere ad una vita dignitosa, azione che spesso risulta fatale.

Impaziente di imparare la vita di mare Samuele pone domande ai familiari che raccontano di esperienze, di ricordi, di difficoltà, del “fuocoammare”, un richiamo, un grido, che avveniva durante gli scontri navali della Seconda Guerra Mondiale. Ed ecco palesarsi un’ulteriore dicotomia interna a questi due elementi: il fuoco e l’acqua che garantiscono la vita ma quando sfuggono al controllo umano possono divenire portatori di morte.

Il film restituisce un volto ai migranti conferendoli così un’anima. Lo spettatore viene risvegliato dal torpore della sua quotidianità ed è costretto ad immergersi in una realtà scomoda, violenta, dolorosa di cui deve prendere coscienza. L’emergenza che siamo abituati a sentire in sottofondo mentre prepariamo la cena o a guardare attraverso uno schermo emotivamente muto, viene mostrata senza filtri. Il regista riesce ad emozionarci riuscendo a non farci allontanare da quelle immagini così silenziose e allo stesso tempo assordanti, così tragicamente reali. Ci vengono mostrati corpi stremati, affaticati, corpi inerti, ma anche corpi vivi, voci che ancora hanno la forza di urlare, di esorcizzare la morte attraverso una preghiera, che noi non siamo stati ancora in grado di recepire.

fuocoammare locandinaUn primo passo verso la soluzione del problema degli sbarchi è sicuramente la consapevolezza di quanto stia accadendo. La testimonianza del medico di Lampedusa a questo proposito è illuminante, veniamo nuovamente trasportati in quella realtà attraverso un racconto vero e diretto, perché realmente vissuto. I corpi ustionati dal carburante, i bambini mai nati, le  continue diagnosi di morte vengono raccontate con voce stridula da quegli occhi che hanno visto e non possono dimenticare. Se il mal di mare di Samuele svanirà nel momento in cui andrà giù al molo ed abituerà lo stomaco al mare, il medico non potrà mai abituarsi al macabro spettacolo che si manifesta ad ogni sbarco, quella morte non può e non deve divenire abitudine.

Uomini e donne sotto shock, stremati dopo aver percorso invano la via che credevano portasse alla salvezza. La meravigliosa preghiera cantata da un nigeriano descrive questa speranza ed è forse una delle più intense manifestazioni della sofferenza vissuta da chi è costretto a scappare dalla propria terra. Camminare per giorni e giorni fuggendo dalla miseria, incontrando continui ostacoli e poi trovare un po’ di soldi per imbarcarsi in condizioni disumane ed andare verso un dove non ben definito. Lo spettatore è lì mentre la telecamera mostra volti e corpi deturpati, senza vita.

Gianfranco Rosi con la sua bravura e la sua immensa sensibilità riesce a raccontare, come era già avvenuto in Sacro Gra, molto di più di un fatto di cronaca. Ed è forse con la spontaneità e la purezza di Samuele che dovremmo guardare a questo fenomeno, la soluzione al problema la troviamo andando giù nel porto e guardando in quei volti ritrovare noi stessi.

di Aurora Tranti

 

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