La parità di genere non è una “cosa da donne”

Nonostante l’attività di UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti delle donne, e i progressi fatti nel corso degli ultimi anni, essere donna in Italia e in Europa non è ancora una condizione sicura. Che si tratti di violenza o di disparità di retribuzioni, la strada per l’eguaglianza è ancora lunga.

“Il ruolo della donna nella società”, “l’immagine della donna data dai media”, “quote rosa”, “parità di genere”, “molestie sessuali”. Espressioni usate nel dibattito politico per tirare l’acqua al proprio mulino. E’ vero, alcuni ne parlano con cognizione di causa. Spesso, però, si rimane sul generico, “usando”, di nuovo, la donna per fini personali, quali le successive elezioni. Appare, quindi, necessario fornire dei dati, capire quanto questi argomenti rappresentino spesso dei problemi ancora da risolvere. Analizziamo quanto stanno facendo le Nazioni Unite ed il Consiglio d’Europa, focalizzandoci, in particolare, sull’Unione Europea. A casa nostra, le cose non vanno benissimo.

Secondo UN Women, nel mondo una donna su tre è vittima di violenza fisica o sessuale nell’arco della sua vita, nella maggior parte dei casi per mano del partner; 133 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali; 120 milioni di ragazze sono state forzate in un rapporto sessuale; di tutte le donne uccise nel 2012, quasi la metà è stata assassinata dal partner o da un membro della famiglia. Cosa si intende per violenza sessuale? Qualsiasi atto sessuale, tentativo di ottenere un atto sessuale, commento sessuale indesiderato, commesso in qualsiasi luogo e qualunque sia la relazione con la vittima. Il problema ci riguarda da vicino: nell’Unione Europea, una percentuale compresa tra il 45 ed il 55% delle donne è risultata vittima di molestie dall’età di 15 anni.

Il 25 novembre, designato dalle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, United Colors of Benetton ha lanciato la propria campagna (ideata da Fabrica) a sostegno di UN Women. Nel video, una donna vestita di arancio (il colore eletto dall’ONU per simboleggiare un futuro senza violenza) è circondata da sei uomini. Nel momento in cui questi alzano le braccia per lapidarla, le pietre si trasformano in fiori. La campagna parte dall’inflazionato cliché della “donna che non si tocca neanche con un fiore” per creare un’immagine forte e dire basta ad ogni forma di discriminazione e sopruso. Fabrica ha inoltre creato un’installazione formata da una serie di tavole metalliche che rappresentano i volti di donne sfigurate. L’acido, in questo caso, viene utilizzato per “creare” bellezza, non per distruggerla. Le tavole saranno messe all’asta quest’anno e i ricavi verranno devoluti a UN Women. L’iniziativa rappresenta solo un piccolo tassello di ciò che UN Women sta facendo per sensibilizzare la popolazione mondiale al problema. Il Segretario Generale dell’ONU ha eletto il giorno 25 di ogni mese a “giorno arancione”, una giornata per aumentare la consapevolezza e prevenire la violenza contro le donne.

Il 2015 è un anno importante anche perché segna il ventesimo anniversario della Dichiarazione e del Programma di azione adottati alla Quarta conferenza mondiale dell’ONU sulle donne (tenutasi a Pechino). La Conferenza rappresenta uno spartiacque nella politica sulle donne sul piano istituzionale e raccoglie nei documenti che impegnano Stati, Governi, e forze economiche, sociali politiche e culturali le più rilevanti novità dei movimenti delle donne, soprattutto le elaborazioni del femminismo del Sud del mondo, incentrate sulla valorizzazione della differenza di genere come leva per una critica alle forme attuali di sviluppo e convivenza sociale. La Commissione sullo stato delle donne si è riunita presso il quartier generale dell’ONU tra il 9 e il 20 marzo proprio per discutere risultati e sfide da cogliere per rendere pienamente effettive la Dichiarazione e il Programma di azione di Pechino.

Quando si parla di donne, bisogna anche riferirsi alla parità di genere. E’ proprio quello che sta facendo il Consiglio d’Europa. Si badi bene: non stiamo parlando di Africa o di Paesi del Medio Oriente, ma di Europa. A volte, i problemi sono sotto i nostri occhi, eppure diventano invisibili. È evidente che negli ultimi decenni sono stati compiuti enormi progressi, soprattutto in ambito legislativo, grazie a norme che proibiscono la discriminazione in base al sesso. Tuttavia, l’Europa del 2015 non può pensare di aver fatto tutto ciò che è in suo potere. Secondo Nils Muiznieks, Commissario per i diritti umani, la situazione è peggiorata anche a causa della crisi e delle politiche di austerity adottate da alcuni Governi europei. Tali misure avrebbero aumentato la disparità di genere e la discriminazione attraverso tagli ai salari, ai posti di lavoro, al sistema di welfare (sul quale le donne fanno più affidamento rispetto agli uomini) e ai servizi di supporto alle donne vittime di violenza. Muiznieks parla di “femminilizzazione della povertà” e di un conseguente rischio di aumento dello sfruttamento delle donne in determinati Paesi. La Commissione Europea, nel suo ultimo report sull’uguaglianza tra uomini e donne, ha stimato che, sebbene le donne con una formazione superiore eccedano gli uomini, il gender gap rimane significativo anche ai livelli più alti di occupazione (sono occupate il 73,4% delle donne con un titolo di studio superiore contro il 77,7% degli uomini); le donne rimangono sovrarappresentate nei settori educativo, sanitario e umanistico, mentre sono sottorappresentate nelle scienze e nell’ingegneria; solo il 30% delle nuove start-up è stato fondato da donne; in media, ogni euro guadagnato da un uomo nella UE, una donna guadagna 84 centesimi: è del 16,4% il divario medio delle retribuzioni tra uomini e donne, a parità di impiego.

Un altro problema è rappresentato dall’aumento dei cosiddetti discorsi d’odio, soprattutto su internet, nei confronti delle donne. Tale fenomeno è pericoloso perché incita alla violenza e a comportamenti discriminatori. È importante combattere gli stereotipi e le pratiche discriminanti all’interno della società e della famiglia e smarcare definitivamente la donna dall’immagine che la vede madre, casalinga e sottomessa. Potrà sembrare strano, ma coloro i quali la vedono così sono ancora in molti. Il Consiglio d’Europa fornisce delle linee guida nella Strategia sulla parità di genere 2014-2017. In particolare, si sottolinea come si dovrebbe agire su due livelli: creare politiche specifiche per l’empowerment delle donne e l’aumento della parità di genere e promuovere, monitorare e valutare i processi di gender mainstreaming (le diverse implicazioni per uomini e donne di ogni azione politica prevista, compresa la legislazione, le politiche o i programmi, in tutti i settori e a tutti i livelli). I cinque obiettivi della strategia sono: combattere gli stereotipi di genere e il sessismo, prevenire e combattere la violenza sulle donne, garantire un equo accesso alla giustizia alle donne, raggiungere un’equilibrata partecipazione di uomini e donne in politica e nei processi decisionali della sfera pubblica, raggiungere il gender mainstreaming in tutte le politiche.

Fortunatamente, il 2014 è stato un anno di successi per il Consiglio d’Europa, grazie all’entrata in vigore della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (conosciuta anche come Convenzione di Istanbul). Gli strumenti legali, però, non bastano per garantire i diritti delle donne e la parità di genere. Si tratta certamente di strumenti imprescindibili per garantire la protezione, ma, alla base di ogni sopruso, resta la mentalità. Inutile negare come i Paesi dell’Europa meridionale ed orientale non abbiano ancora raggiunto una certa sensibilità ed una certa maturità sul tema. Allora, ciò che si può fare è continuare a parlarne, informare i cittadini, educare i bambini, fare in modo che, per le future generazioni, la parità di genere sia scontata. Mi viene in mente il discorso di Patricia Arquette alla notte degli Oscar, da alcuni criticato. La Arquette ha fatto ciò che molte altre persone dotate di visibilità dovrebbero fare. Dar voce alle tematiche da tenere sempre sotto i riflettori. Ben vengano quelle come lei ed Emma Watson (diventata ambasciatrice di buona volontà per UN Women) che usano la propria popolarità per una buona causa. La parità di genere non può essere relegata a una “cosa da donne”. Si tratta di una questione che riguarda tutta la società, un diritto umano che tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo rendere più concreto.

Sabrina Mansutti, giornalista ed esperta di diritti umani

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Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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