Troppo pochi lavorano

di Davide Giacalone

Oltre al dibattito sull’articolo 18, dovrebbe catalizzare la nostra attenzione il bassissimo numero di occupati. Cosa succederebbe se la forza lavoro crescesse? Il suo potenziamento deve rappresentare un dovere immediato per chi muove le redini del Governo e dell’economia italiana

GiacaloneIl dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è come un abito: lo si indossa o lo si toglie a seconda delle mode. Leo Longanesi lo scrisse in modo fulminante: in Italia i problemi non si risolvono, passano di moda. Ne parliamo, difatti, da decenni, a fasi ricorrenti. Lo abbiamo riformato due anni fa. Ma ancora ne parliamo, come se il taglio di allora non fosse più à la page.
Eppure, basterebbe condurre uno studio sui numeri del nostro mercato del lavoro per rendersi conto che il problema è altrove.
Basterebbe tenere conto del clima, piuttosto che della moda, per vestirsi in modo ragionevole.
La disoccupazione cresce, ma il dato che descrive il dramma italiano non è questo, bensì quello dell’occupazione, che rimane patologicamente bassa. Non si tratta di un gioco di parole: i due indici segnalano due problemi diversi. E la disoccupazione non è il più grave. Lo si deve capire, se non si vogliono applicare ricette illusorie o meramente anestetizzanti.
L’Istat ha reso noto che nel mese di ottobre (2014) la disoccupazione è giunta al 13,2%, in crescita dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1% su base annua. Il male c’è, è grave e cresce, fino a toccare il suo record storico negativo, perché il peggiore dal 1977, quando si cominciarono a redigere le serie trimestrali.
Così, i disoccupati arrivano a 3.410.000. Troppi. Per non parlare della disoccupazione giovanile, anche se si deve considerare che la mostruosa percentuale del 43,3% è influenzata dalle indicazioni europee, e quindi la si calcola nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni. Da noi è però ben difficile dare lavoro a dei minorenni senza incorrere nella pubblica dannazione e nel rischio di finire incriminati. Certi sistemi di conteggio discendono anche da modi di ragionare sconosciuti nel Paese in cui tutto è proibito, tranne ciò che è esplicitamente regolato in modo che non si possa fare.
Ma, ripeto, non sono questi i dati che fanno più paura. Quello decisivo è un altro: gli occupati sono appena il 55,6% della popolazione da considerarsi attiva. A ottobre erano 22.374.000, sostanzialmente stabili rispetto al mese (- 0,1%) e all’anno (+ 0,1%) precedenti. Una stabilità che non esprime nulla di buono perché
deve essere interpretata in questi termini: in Italia un terzo dei cittadini ne mantiene i due terzi e di quelli che potrebbero e dovrebbero lavorare se ne trovano impegnati poco più della metà. In un Paese in cui poco meno della metà di quelli che dovrebbero essere al lavoro sono nullafacenti (salvo il mercato nero, ma allora si dovrebbe sottrarre dagli attivi i non produttivi) le cose non possono che andare male. Questo è il dramma. Nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 64 anni, la partecipazione al lavoro è ferma al 59,8%, poco più del dato risalente al 2002. Ciò significa che si tratta di un problema strutturale (in Germania lavora il 77,1% della stessa fascia). Siamo ben 8,5 punti al di sotto della media europea. Posto che i dati regionali disaggregati dimostrano l’esistenza di un’Italia europea e di una africana, ciò non deve indurre a spropositi etnicodemenziali, ma a considerazioni amare sulla tolleranza della devianza sociale, economica e criminale. Nella media nazionale mancano all’appello due “categorie”: le donne e i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Due eserciti con i quali si potrebbero vincere importanti battaglie contro il declino.
Chiedo scusa per la raffica di numeri, ma quel che propongo al lettore di considerare è un concetto semplice: se la seconda potenza industriale d’Europa riesce ad essere tale pur scontando una partecipazione al lavoro patologicamente inferiore alla media continentale, cosa accadrebbe se fossimo capaci di cancellare questo svantaggio? L’Italia schizzerebbe in avanti, il motore produttivo farebbe sentire un ruggito, la ricchezza crescerebbe e potremmo lenire un umore collettivo sempre più tetro. Questa non è la prospettazione di un ipotetico miracolo, ma il riassunto di un immediato dovere, per chi ha la responsabilità di governare il Paese.
Questo genere di problemi non si affronta con sgravi fiscali limitati nel tempo o con deregolamentazioni altrettanto passeggere, ma con modifiche profonde del modo in cui si considera il lavoro, in ingresso e in uscita. Quando la metà degli abili e arruolabili è assente senza essere renitente è segno che il modello legislativo ed economico adottato è errato. E l’enormità di questi dati rende piccino l’ozioso e sempre uguale lo scontro sull’articolo 18. Il solo fatto che se ne parli ancora è segno che non si è capito nulla della realtà. Il nostro primo problema è quello di far tornare ad essere reale quell’esercito fantasma, composto da Italiane e Italiani che dovrebbero essere al lavoro e che, invece, si ritrovano sbattuti altrove. Le celeberrime “garanzie” e i mitici “diritti acquisiti” sono i loro nemici. Non la meta da raggiungere, ma il dirupo da cui fuggire. Se si rileggono con attenzione i dati relativi all’età, ci si accorge di un fatto evidente: stiamo tutelando l’invecchiamento della popolazione al lavoro, così covando la bancarotta previdenziale, che già ha preso corpo negando ai più giovani quel che oggi è considerato meno del minimo per i pensionati.
Certo che i disoccupati sono troppi, ma il dramma sono gli occupati: troppo pochi. Se lo si capisse, si metterebbe fine a tante discussioni inutili.

di Davide Giacalone
Editorialista per RTL 102.5 e Libero.

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